"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Arte

Arte L'officina delle arti

«…E, rimasto solo nell’officina, m’accorsi che quelle forme e figure di marmi o colori presero a fissarmi. Me ne impressionai, al punto da darmi quasi alla fuga. Poi, nel silenzio, compresi che chiedevano soltanto di essere raccontate».

Oggi la giornata è particolarmente favorevole, ci attendono addirittura due nuove inaugurazioni e, si sa, dal punto di vista sociologico e antropologico le inaugurazioni hanno sempre e comunque qualcosa in più. E quel qualcosa in più sono le persone che le frequentano, le quali – e può sembrare strano – hanno una loro funzione rivelatrice se non del senso profondo dell’arte (cosa che non ci azzarderemmo proprio a tentare) perlomeno di quella porzione di senso che l’arte possiede nel “qui ed ora” della sua apparizione all’interno di questa esposizione qui e soprattutto nel significato che acquisisce a partire dal pubblico che ne fruisce. L’arte vive anche della sua contingenza e quindi il nostro compito è quello di fare da tramite tra questa innegabile (e spesso divertente) immanenza e una trascendenza che lo scrittore (o scribacchino) ama spesso creare fingendo di averla trovata lì per caso. Insomma, al di là di queste chiacchiere da chiacchieroni chiocci e queruli, è innegabile il fascino delle inaugurazioni proprio per questo.

Questo racconto comincia con “o uaglion ra cpoll” (uso questa grafia perché è una citazione da fonte diretta: il manifesto funebre – mi perdonino i “napoletanisti” che inserirebbero qualche apostrofo e che correggerebbero la forma "cpoll" in "cepoll"). Si tratta di uno di quei nomignoli di quartiere (che nei Quartieri Spagnoli, residenza d’elezione di Sam Weller, sono ancora molto usati fino a divenire un “vero” nome) utilizzati per caratterizzare l’esistenza lumpen di molti personaggi in via d’estinzione e per riempire i manifestini di morte.

In una soleggiata mattinata di fine estate, di quelle attraversate da una leggera e rinfrescante brezza che sta lì a ricordare che il mare è proprio una grande invenzione, abbiamo deciso di raccogliere ancora una volta il nostro sgualcito quadernaccio (che giaceva, immalinconito, sul bordo di una poltrona in disuso) e di andarcene a vedere una mostra di cui avevamo letto il comunicato stampa e che, in un certo senso, aveva prodotto in noi quella lieve ma poco sbozzata curiosità, quel tipico moto dell’animo che poi senza alcun preavviso lo ritrovi cristallizzato e concreto un po’ come l’argilla fresca cotta al sole e che fa sì che il quadernaccio senta l’esigenza di (e non riesca più a trattenersi dal) riempirsi nuovamente di stravaganti riflessioni.

Tornando verso casa, mentre mi capitava di mormorare qualcosa del tipo “torbido, veramente torbido, eppure elegante”, il nostro discorso verteva su questo problema, riassumibile così: “ma i cadaveri non si irrigidiscono a tal punto da non poterli più manipolare? come ha fatto a posizionarli in quel modo e a vestirli?”. Il problema, che poi tale non era – evidentemente un modo ci sarà e voglia di andare su Google per trovarlo non ce l’ho –, è significativo di una cosa che mi dà in questo momento di scrittura parecchio da pensare, il rapporto che intratteniamo non tanto con la morte ma con la rappresentazione della morte, o, ancor di più, quanto la dimensione della rappresentazione della morte determini il nostro modo di percepire la morte.

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 2): intermedium di Giulia Piscitelli

 

E così ci troviamo ancora a gironzolare per il MADRE e questa volta, in questo secondo piano che ospita anche altre temporanee, ci immergiamo nelle sale in completa solitudine (stavolta è totale – il museo agisce la sua “parte” tutta per noi) ma con la solita abitudine di compiere prima un giro completo piuttosto rapido, come una visione d’insieme, come una ricerca del tutto prima (e dopo) le parti, un giro completo e rapido per imitare il visitatore distratto e obbligato dal proprio rango culturale che getta occhiate qua e là e cerca di consolidare qualcosa di immediato nella propria memoria (per poi poter raccontare la mostra di…, l’esposizione del…) o cercando l’utopia di uno sguardo schietto e senza fondazioni assolute, insomma per immergerci in primo luogo con un occhio vergine quanto più libero dai condizionamenti culturali (troppo culturali) di cui siamo portatori non sempre sani – il gioco è di per sé un po’ perverso e malato, ma se non altro porta via pochissimo tempo. Poi noi si compie il giro più seriamente e analiticamente. Il risultato di questo giro di perlustrazione sarà reso noto a breve, a conclusione di questo (chiamiamolo così) pezzo.

Con questo pezzo inizia la pubblicazione di una serie di recensioni di mostre ed esposizioni che noi, travestiti dal buon Sam Weller (cercando di nasconderci e di non farci sempre riconoscere!), tenteremo di raccontare, mostrando (ma senza pretese, eh!) come l’arte contemporanea sia vissuta e idealizzata dai rappresentanti umani del nostro inizio secolo (Sam Weller compreso), come nella produzione, esposizione e ricezione del prodotto artistico vi sia sempre qualcosa di gustoso dal punto di vista socio-antropologico. Niente a che vedere dunque con la critica d’arte, troppo accidentato terreno per il quale Sam Weller non vuole arrischiarsi (e qualora accada – e temiamo proprio che possa accadere e forse è già sempre accaduto – chiediamo in anticipo scusa al lettore), ma soltanto uno sguardo sempre esterno e sempre un po’ di sbieco.

Lunedì, 08 Luglio 2013 02:00

Dove va a finire tutto l'amore che facciamo

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THE ARTIST IS PRESENT (2010) – MARINA ABRAMOVIC

Ad Amsterdam piove ininterrottamente da tre giorni.
Uwe, macchina fotografica in mano, arrivato da poco dalla Germania, si sta bagnando da capo a piedi alla ricerca di un posto in cui ripararsi.
Alla vista di un bar accelera il passo e
quasi si scontra sulla porta con un uomo in giacca, cravatta e 24ore, lannosa questione della precedenza miete vittime dal lontano XVII secolo, Don Rodrigo ne sa qualcosa, ma nel 1975, per fortuna, è passata di moda l'abitudine di camminare armati di spada e i guanti che lo sconosciuto indossa non saranno utilizzati per lanciare sfida alcuna.

Martedì, 18 Giugno 2013 23:07

‘E CURTI : iconografia di una storia

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Il circo e la tavola, due grandi contenitori di piacere. Il 17 giugno la Galleria Cellamare interno56 di Fiorenzo D’avino e Sabrina Vitiello ha aperto le porte all’archivio fotografico di Antonio e Luigi Ceriello, circensi lillipuziani ricordati come i Curti. A ritrarli, gli artisti Raffaele Biondi, Valentina De Rosa e Mauro Di Silvestre. Un primo vernissage per pochi intimi, in attesa dell’inaugurazione aperta al pubblico, con lo scopo di permettere a collezionisti e critici d’arte di conoscere i lavori degli artisti. Un vero e proprio condimento della follia quello dei Curti, circensi stravaganti che col loro girovagare hanno sempre regalato spettacolo ed intrattenimento.

Lunedì, 10 Giugno 2013 02:00

Olympia e Venere

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Vicine, quasi a sfiorarsi, senza mai che nessuna delle due volga all'altra lo sguardo. Vicine, quasi a toccarsi, nella loro infinita bellezza, si lasciano ammirare, osservare, studiare. Vicine, quasi reali, come due donne di epoche diverse, create da due mani diverse, ma che provocano eguale emozione. L'Olympia di Manet e La Venere di Urbino di Tiziano, per la prima volta sono esposte insieme, l'una accanto all'altra, nel magico scenario lagunare di Palazzo Ducale.

Sabato, 25 Maggio 2013 01:14

La leggenda del Mago e del Paròn

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"Cari ascoltatori un cordiale benvenuto da Bruno Pizzul nell'inedito quanto affascinante scenario di Palazzo Reale in Milano dove sta per avere inizio il derby più importante dell'anno: Quelli che... Milan Inter '63".
L'intramontabile Pizzul, telecronista di remote notti magiche, è l'emozionante voce dell'audioguida Antenna International di questa mostra-evento che in modo originale e divertente ci immerge nella Milano del 1963, rivivendo e reinterpretando partite e finali dell'epoca. Sono gli anni in cui i trionfi sportivi italiani ed europei di Inter e Milan diedero al capoluogo lombardo una centralità ed un'egemonia non solo sportiva, ma anche culturale, sociale ed economica.

Una strada deserta, un casinò prima dell'inaugurazione, un garage mai utilizzato, il particolare della facciata esterna di una palazzina priva di condomini: sono questi i soggetti della serie di fotografie dal titolo LDPE esposte da Julian Faulhaber alla galleria Extraspazio di Roma fino al 28 giugno.
Tutti i luoghi immortalati sono stati scelti dall'artista non solo per l'assenza della figura umana ma soprattutto perché nessuno di essi è ancora stato adibito all'uso.

Si tratta oramai di una sorta di destino all’interno del quale si compie il senso profondo dell’Occidente, o almeno dell’Occidente degli ultimi (a occhio e croce) cinque secoli e rotti. Si tratta allo stesso tempo di ciò che possiamo chiamare l’orrore per il diverso e di ciò che amiamo definire il fascino per l’Altro. Anzi si potrebbe dire che si tratta di una forma speculare (insensata). Lo sguardo dell’Altro ci mette in crisi, ci spacca in due e orrore e fascino sono due re-azioni, cioè: non ancora azioni. C’è una sorta di filo rosso che lega l’elezione della Kyenge al Ministero per l’Integrazione, dunque: il nuovo governo di unità nazionale che ha trovato lo sponsor migliore per presentarsi al suo elettorato benpensante e sinceramente “progressista” e le reazioni balorde e sgraziate dell’Italia produttiva, quella del Nord-Est, che si muove lungo le rive del Po e che gioca con riti celtici sognando libertà comunali ma trovando soltanto il ridicolo mito del sangue puro.
Poi ci capita questa mostra.

Sabato, 11 Maggio 2013 02:00

Senza rimpianti, col colesterolo alle stelle

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Mi sono immatricolata all’università lo stesso anno in cui è esplosa la crisi economica, un po’ come se il mondo intero stesse dicendo alla mia generazione “Welcome to the real world! Take a sit and a glass of vodka, its on me!”. Quando qualcuno mi chiede cosa studio all’università aspetto almeno un paio di secondi prima di rispondere. Prendo un respiro profondo e mi preparo al peggio: storia dellarte, sussurro. Ecco le risposte più frequenti:

 

  • Bello... Vuoi diventare come Sgarbi?

  • Ah, ma quindi dipingi?

  • Anche a me piaceva educazione artistica alle medie, ma sai, ho preferito fare qualcosa di utile.

  • Arte, hai detto? Non avevo mai conosciuto nessuno di Scienze delle Merendine, tanto piacere.

     

Ciò che odio di più, oltre al senso di precariato che però, ormai, è assolutamente vietato menzionare (“Sii creativa, oggi il lavoro devi inventartelo! Non esiste più nulla di preconfezionato, bambocciona che non sei altro! Sii pioniere di te stessa! Stay hungry, stay foolish!”), non sono i commenti fuori luogo o le domande un po’ sciocche, ma tutti quelli che si spacciano per esperti proponendo un’immagine distorta del critico d’arte.

Lunedì, 06 Maggio 2013 02:00

L'Angelo di Belluno

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Attraverso il volgere di secoli di storia dell'arte, vi è un mondo di geni del pennello, di maestri della parola e di artisti dello scalpello, fuori dai canali tradizionali, lontani dalla fama, avulsi dalla critica superficiale, che hanno lasciato tracce criptiche ma indelebili delle loro immense capacità.
Uno di questi è certamente Angelo Majer, di Chiesa di Goima, lì dove le montagne di Belluno si specchiano nelle imponenti vette Dolomitiche.
Angelo fece del legno la sua forma mirabile di espressione raggiungendo un livello qualitativo che raramente in Italia trovò eguale valore.

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