"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Letteratura

Letteratura La bottega dei libri

«Narravano che la più misteriosa tra le botteghe fosse la bottega dei libri: da essa pare venisse un diabolico miscuglio di trame e vicende che contagiava i passanti più frettolosi tramutandoli in lettori accaniti».

Domenica, 30 Giugno 2013 21:01

Riportando tutto a casa

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Ero in camera mia. L’occhio mi è caduto sui libri impilati sul comodino, quei silenziosi e promettenti volumi che aspettavano solo di essere letti.
Mi sono decisa d’iniziare con l’ultimo arrivato, Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia. Ho scorso il primo foglio, e dalla densità della pagina scritta ho capito subito che avrebbe richiesto una lettura molto più approfondita.
Riparto, a tre quarti della pagina mi sono fermata e ho riletto tutto da capo, senza capire come mai non riuscissi a cogliere l’intonazione del discorso. “Dev’essere una questione di scarsa punteggiatura”, mi sono detta.
Così ho fatto per altre due volte, sempre più irritata per la mia incapacità di comprendere il modus scribendi di questo autore.
Stavo per abbandonare, quando la cocciutaggine ha prevalso e sono riuscita a continuare.
E, una volta partita, non mi sono più fermata. Ho anche capito il motivo per cui quella di Lagioia non può essere una lettura da fare alla leggera.

Domenica, 23 Giugno 2013 02:00

Deborah Willis: le nuove metamorfosi

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Alice Munro, una scrittrice canadese che tutti dovrebbero conoscere (tra le migliori, oggi, nel genere “racconto”), dice di Svanire: “The emotional range and depth of these stories, the clarity and the deftness, is astonishing” (La gamma emotiva e la profondità di queste storie, la chiarezza e l’abilità compositiva sono stupefacenti). Basterebbero queste poche pregnanti parole - apparse nel 2009 sulla copertina dell’edizione canadese del libro e riproposte nel 2012 su quella dell’edizione italiana della Del Vecchio - ad esemplificare, senza stare troppo a girarci intorno con belle e tortuose frasi, la bellezza - mi si perdoni il termine che nell’abuso va perdendo la sua carica semantica - e la qualità alta di questo libro di esordio di Deborah Willis.

Domenica, 16 Giugno 2013 09:27

Sui mariti delle altre...

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Amo la superficialità, i luoghi comuni, il non prendere sul serio niente. Su Il Pickwick c'è molta carne al fuoco, gli articoli non sono mai banali e sono scritti con competenza. Allora mi sono detto " mettiamo un manuale del tradimento, una cosa seria e sciocca, non sempre il capolavoro o il presunto libro da intenditore". Come diceva Thomas Mann "I grandi capolavori non hanno risposte" e, invece, qui si danno consigli.

Venerdì, 14 Giugno 2013 02:00

Jean Cocteau e il mito di Orfeo

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“J’avoue avoir souvent voulu sauter le quatrième mur mystérieux sur le quel les hommes écrivent leurs amours et leur désirs”.1

Jean Cocteau è stato uno degli artisti francesi più innovativi del ventesimo secolo. Poeta, romanziere, drammaturgo, cinematografo, pittore, disegnatore, scultore e decoratore, è raro trovare una personalità di tale poliedricità. Non è appartenuto mai ad alcuna corrente, non ha voluto mai chiudersi in un sistema, ma ha tratto il meglio da tutte le avanguardie dell’epoca, i cosiddetti “ismi” (cubismo, futurismo, purismo, orfismo, espressionismo, dadaismo e surrealismo), introiettandoli e rielaborandoli. Basti leggere, a conferma di ciò, la citazione da Baudelaire che pone in epigrafe a La Machine infernale (1934):

“J’ai essayé plus d’une fois, comme tout mes amis, de m’enfermer dans un système pour y prêcher à mon aise. Mais un système est une espèce de damnation... Je suis revenu chercher un asile dans l’impeccable naiveté. C’est la que ma conscience à trouvé repos. Charles Baudelaire”.2

“Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo” (p. 170).

Così dice Anna Maria Ortese ne Il silenzio della ragione, uno dei racconti de Il mare non bagna Napoli (1953). Si parla degli intellettuali napoletani in questo racconto, della generazione di Compagnone, Domenico Rea, La Capria, Prunas, Prisco. Non si parla di Luigi Incoronato, lo si nomina solo. Era ancora vivo allora. Poi nel 1998 è stato pubblicato Napolitan graffiti di La Capria, altro libro su quella generazione, e ancora non si parla di Incoronato, che intanto è morto, da anni.
Il cuore di Incoronato doveva essere troppo caldo.

Gilles Deleuze e Félix Guattari, a proposito dello stile di Céline (soprattutto in riferimento a Guignol’s Band e a Morte a credito), parlano di "una musica di suoni deterritorializzati, un linguaggio che fila via con la testa in avanti, facendo capriole" (Kafka. Per una letteratura minore,p. 48): un linguaggio che, continuamente, tende a “deterritorializzarsi”, a divenire nomade.

Incipit.

Una sera, alcuni amici si erano riuniti da uno dei nostri scrittori più celebri. Dopo un’abbondante cena, discutevano sul delitto, non so più a proposito di che cosa, di niente, probabilmente. C’erano soltanto uomini; moralisti, poeti, filosofi, medici, tutte persone in grado di parlare liberamente, secondo i loro capricci, le loro manie, i loro paradossi, senza il timore di veder spuntare di colpo lo sgomento e il terrore che la minima idea un po’ audace fa apparire sulle facce sconvolte dei notai. - Dico notai come potrei dire avvocati o portieri, certamente non per disprezzo, ma per indicare un livello medio della mentalità francese.

 

Il giardino dei supplizi di Octave Mirbeau, pubblicato nel 1899 nella Francia scossa dall’affaire Dreyfus, è un romanzo che si pone per stile ed atmosfera tra il naturalismo (Mirbeau è stato vicino al gruppo di Médan) e il decadentismo. L’opera, frutto anche della rielaborazione di articoli giornalistici, consta di tre parti.

Sabato, 01 Giugno 2013 02:00

Sepolti tra i libri

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“L’intellettuale si scopre abitante da sempre di un cimitero, quello della letteratura” – scrive Alberto Castoldi in Bibliofollia – “ma è al tempo stesso custode di questo mondo defunto, e quindi in una condizione di liminità, sospeso fra la vita e la morte”: egli si nutre “vampiristicamente” della scrittura defunta e, nel contempo, “la riattiva facendola propria”. Tuttavia – compiendo quest’azione consueta ma innaturale (l’uomo non nasce per leggere, la lettura è un’acquisizione che si apprende, si raffina, ci si impone o si persegue nel tempo) –  egli stesso cede parte della propria vita alla morte perché questa riprenda il respiro: ciò che è scritto è fissato, ciò che è fissato è definitivo, ciò che è definitivo è immodificabile e – come tale – langue trascritto con caratteri immobili eppure ciò che è fissato, definitivo, immodificabile perché trascritto con caratteri immobili riprende fiato, colore, spessore, fa nuova voce fino a sembrare – come uno spettro – di nuovo vitale, presente e tangibile.

Martedì, 28 Maggio 2013 02:00

Piove di nuovo "Malacqua"

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Il critico Silvio Perrella, nell’introduzione a Mistero napoletano di Ermanno Rea (Torino, Einaudi, 2002), al cospetto dell’ennesima pioggia narrata, ci pone dinanzi a un’evidenza che non possiamo più ignorare: "Dicono che a Napoli, a dispetto dei luoghi comuni, piova più che altrove. La letteratura ne è testimone. Quanto piove dentro i libri dei napoletani! Da i Tre operai di Carlo Bernari a L’amore molesto di Elena Ferrante, passando per Malacqua di Nicola Pugliese, è un diluvio". Eppure Pugliese, in Malacqua (prima edizione: Torino, Einaudi, 1977; ora Tullio Pironti Editore), dove la pioggia è protagonista assoluta e tiene la scena dalla prima all’ultima pagina, non lo smentisce quel luogo comune:
“La conoscevano bene, loro, la pioggia di Napoli, che non cade mai e quasi mai, ma che quando cade poi non la smette più” (pp. 97-98).

Lunedì, 27 Maggio 2013 02:00

L'orfano e la caffetteria

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Sono rari i romanzi che, pur non essendo completamente fiabe, possono essere letti dai tredici agli ottanta anni. Questo succede con l'ultimo romanzo di Nicola Lecca che sa modulare il ritmo su vari registri di scrittura, al punto che capita che ogni tanto va fuori tema e fuori registro.
Imi, il diciottenne che lascia l'orfanotrofio ungherese con i suoi bimbetti e adulti piangenti per andare a vivere e lavorare a Londra, è il personaggio più bello del libro, ma forse un po' inverosimile. Lecca non dà a questo ragazzo pulsioni sessuali, parolacce, droghe, tanto meno perversioni o altre sconcezze tipiche dell'adolescenza: ne fa un santo, uno che arriva a Londra leggendo il manuale del buon impiegato per trovare lavoro in una rete di caffetterie. Il libro spiega i diritti ma anche i tantissimi doveri di chi lavora in un esercizio pubblico: la mani curate, i capelli a posto, non fare mai tardi, il decoro.

Venerdì, 24 Maggio 2013 02:00

Giappone: un'ingenua assimilazione

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"L’Europa è un concetto che non ha la propria origine in se stesso, ma nella sua costitutiva opposizione all’Asia […]. Sui monumenti assiri è stata rinvenuta la coppia concettuale: 'ereb' – il paese dell’oscurità o del sole calante – e 'asu' – il paese del sole nascente. Secondo la sua origine, e finché resta fedele a se stessa, l’Europa è dunque una potenza politicamente e spiritualmente antiasiatica".1 Probabilmente non è un caso che questa frase venga scritta da Karl Löwith ad apertura di un testo dal titolo Il nichilismo europeo; forse stupisce ancora meno che questo libro sia ideato e scritto tra il 1939 e il 1940, nel periodo in cui il filosofo monacense si trova in Giappone in veste di sensei.

Mercoledì, 22 Maggio 2013 02:00

I testi segreti di Marguerite Duras

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Nel bailamme di cose fatte, filmate o scritte scegliamo della Duras questo piccolo libro, Testi segreti, uscito per la Feltrinelli nel 1987 e composto da tre racconti: L'uomo seduto nel corridoio, L'uomo atlantico, La malattia della morte.
Marguerite Duras (1914-1996) dal 1979 entra in depressione, chiusa in una solitudine muta, orribile, trascorre le sue giornate bevendo o scrivendo lunghissime lettere a un immaginario destinatario. Un escamotage che l’avrebbe forse portata a scrivere un romanzo epistolare? Non voleva più vivere, ecco tutto, aveva già scritto molto e aveva alle spalle diciannove film come regista o sceneggiatrice e trenta libri: non aveva sentimenti per nessuno, soprattutto si detestava, mai paga, mai soddisfatta di niente.

“Se dovete recarvi a Comiso, non dimenticate d’arrivarvi per i tornanti che rigano un fianco degli Iblei, lasciandovi alle spalle gli interminabili muri a secco della campagna ragusana, magari con ancora negli occhi il ricordo d’una Modica molle e signorile. Vi si spalancherà, specie in un giorno di cielo pulito, un panorama largo e commovente. In pochi minuti, assecondando pigramente volte e risvolte, vi troverete nel centro del paese”.

Io ho letto La caduta di Giovanni Cocco perché tutti ne dicono grandi cose – la critica militante pare abbia approvato – e allora sono stato curioso e poi finalmente, in ritardo rispetto gli altri, l’ho letto.
Io dopo aver letto il libro però non sono molto convinto.
Cocco alla prima pagina delle Avvertenze dice che il testo “non ha ambizioni diverse dalla sola per la quale è stato concepito e realizzato: costituire un esempio di postmodern novel in lingua italiana”.
Sulla quarta di copertina Giulio Mozzi cita i nomi di Faulkner, McCarthy e DeLillo anche perché, come accade per la loro opera, “La Caduta altro non è che un romanzo biblico: un romanzo nel quale soffia l’epos che possiamo trovare nella Genesi o nei Profeti” (parole di Mozzi).

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