“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 04 Giugno 2022 00:00

Tre poesie di Stefania Virgili

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In questo testo intendo presentare tre liriche di Stefania Virgili, che sono pubblicate in alcune scelte antologiche. L'autrice scrive poesie da molti decenni mettendo in gioco un'attitudine radicata che rivela un talento sicuro in rapporto a questa pratica letteraria. Sulla base di tale attitudine, affinata attraverso la sua competenza nell'ambito delle lingue  e delle letterature straniere − che ha riversato nel suo insegnamento −, Stefania Virgili ha perseguito in modo costante il sentiero della propria passione, rimanendo ogni volta fedele ai richiami non eludibili espressi dal mondo interiore. Nonostante il rigore di una condotta che non si è avventurata nei luoghi deputati che possono assicurare il pubblico prestigio, Stefania ha conseguito riconoscimenti importanti nel premio di  poesia “Città di Livorno” e nel premio letterario “Maria Cumani Quasimodo”, ed ha ricevuto numerose menzioni d'onore in altri concorsi. Le poesie presentate in questo contesto costituiscono solo una parte delle liriche che l'autrice ha pubblicato in svariate selezioni antologiche; ma il corpus letterario di Stefania Virgili annovera un elevato numero di esemplari che in larga misura al momento attuale risultano inediti.

 

 

Tu, mio specchio

Lo scirocco viscido, salso
Scava rughe sulla cornice;
Quel suo oro verdastro, falso
Ad un tarlo ingordo s'addice.

Chiazze nere devastan l'argento
Ed il tempo, opale maligno,
L'ha ridotto opaco, spento,
Quale gemma fuori di scrigno.

Ed è in te che ancora mi specchio
Nel pallore della tua luce,
Il tuo volto ormai quasi vecchio
A ben altre memorie induce.

Brilla  dietro il  fumiginare
Del breve corso di giovinezza,
L'afflato, l'impeto di andare,
Mai dischiuso in tutta pienezza;

E brilla ancora il tuo sorriso caldo
Che solo a tratti si apre la strada,
Se il nostro amore antico e saldo
Oblia il presente e non lo indaga.

Mi vedrò in te finché la luce dura,
Nella tua pena riflessa ed oscura.

                                                      1/1/2003

(A.A.V.V., Verrà il mattino e avrà il tuo verso, Aletti, Villanova 2019, p. 41)

 

In questa lirica stupenda il motivo dello specchio presenta il dettaglio della cornice, dove i riflessi oro e argento con il loro colore spento e consumato dal tempo introducono allo scenario successivo, e mette in gioco la emersione delle immagini che definiscono gradualmente il loro scorcio epifanico; e questo processo culmina nel trionfo del “sorriso caldo” attraverso il quale l'io alla base del pensiero poetico si impone con il risalto fermo di una visione finale che quasi oltrepassa il fluire temporale. Così le notazioni relative al degrado del supporto che funge da base o da piedistallo delle immagini che dovranno risalire dal cuore del vetro circondato da questa tenebra, illustrano particolari che rivestono una materia consunta, la quale ha perso la sua veste preziosa; ma questo invecchiamento e questo degrado hanno una loro magnificenza, dovuta alla suggestione del tratto decadente, che si protende allo sguardo come una spoglia munifica, per la figura assunta da una materia provvista di un seducente richiamo. E questa forza di seduzione prepara l'apparizione dello scenario al quale è legata la premessa di tale materia; ed è in questo modo che emerge l'immagine di giovinezza che viene ospitata dall'accogliente riflesso. Così abbiamo una serie di notazioni dinamiche contrapposte alla fisionomia statica di quanto precede; e il rapporto di opposizione tra la vecchiezza dello specchio e in particolare della cornice – che riflette a suo modo un sentimento dell'io poetico il quale esprime il proprio rammarico davanti alla fuga del tempo trascorso – è legato al contrasto fra la valenza statica e quella dinamica. Abbiamo allora la consistenza solida di un oggetto che testimonia il peso del tempo e il suo sedimento ormai definito e quasi sottratto al gioco del divenire, e il lievito delle immagini che fungono nei termini del contenuto raccolto e reso possibile dall'oggetto; e le immagini si dispongono nel gesto della emersione, come creature che riflettono la sostanza profonda dell'io impegnato nel suo lavoro di riflessione. Così il “sorriso caldo” sembra essere quello dello specchio e al contempo dell'immagine riflessa, e “il nostro amore antico e saldo” sembra essere quello dell'io che contempla in quanto è rivolto al suo passato di giovinezza, ma anche quello dell'io in quanto è rivolto allo specchio,  che funge all'unisono con l'io medesimo da attante primario della poesia; e si tratta dell'amore dell'io per il suo passato e dell'amore di questo io passato per l'io del presente, in un abbraccio unitario che rende possibile alla coscienza esistente di riconoscere se stessa, lasciandosi possedere da quella luce che rende definitiva la strofa finale.
Possiamo così stabilire i seguenti elementi: (i) la poesia rappresenta un rapporto con lo specchio, nel quale uno stadio dell'esistenza lascia emergere uno stadio del passato, attraverso il solco di una distanza profonda; (ii) questi stadi mettono in gioco una sorta di opposizione tra la valenza dinamica della giovinezza e la stasi dell'età ulteriore, che ha perso lo slancio di un tempo; (iii) questi stadi rappresentano inoltre due età fondamentali della esperienza di vita, che lo specchio a suo modo congiunge fra loro; (iv) di conseguenza, l'io che si riflette trova una disposizione unitaria dovuta all'abbraccio che è consentito da questo momento della riflessione, laddove un “amore antico e saldo” stabilisce una parentesi rispetto al presente, per aprire lo sguardo di una contemplazione che oltrepassa il fluire temporale; (v) inoltre, questa contemplazione è segnata comunque da un limite temporale (“mi vedrò con te finché la luce dura”), ma il limite non preclude una linea di forza dell'esperienza, che viene indicata attraverso la durata della luce –  poiché la durata è quasi un simbolo temporale dell'eterno, e la luce è il lascito della sembianza eterna che rende possibile il gioco di riflessione.
Ma infine, occorre sottolineare come in questa lirica la riflessione, che appartiene comunque al gioco poetico, oltre ad essere accentuata dal carattere di una meditazione sulla dimensione temporale del proprio io, sia legata a quella sorta di metafora che la traspone, ed è data dal riflesso del quale lo specchio è padrone; e d'altra parte, non si deve dimenticare come il rapporto con lo specchio prima di avere una valenza metaforica, racchiuda quella valenza reale che investe la nostra esperienza, e rende possibile la lucida testimonianza rivolta alla “pena riflessa e oscura” che avvolge il rapporto con il nostro passato. Così da questa poesia, attraverso il rapporto con lo specchio apprendiamo che in noi, dopo la giovinezza, è stato “un impeto di andare, mai dischiuso in tutta pienezza”, ma “brilla ancora il [...] sorriso caldo / che solo a tratti si apre la strada”; e mediante questi versi, ci rendiamo infine conto del fatto che la pena legata a questo scarto del tempo può essere sostenuta e consolata dalla luce che dura, sino ai limiti di quanto è concesso.

 

 

L'airone

Alto vola l'airone cinerino
Sopra l'ardua giogaia,
Puntando al meridione;
Il negro corvo si dispone
A nettare le siepi di carogne
In basso al piano e la gaia
Gazza si rallegra di bacche.
Vola l'airone sopra arci,
Senz'uso arroccate, silenti;
Su cipressi eleganti, aulenti,
Su' ponti che menano diritti
Alle città; sui porti di barche
Carchi, cercando scampo
Dall'algesia delle parche
Invernali. A ritroso l'iter mio
Che dal basso m'accampo
All'alte vette, fuggo il solatio
Inverno del tiepido piano;
Più adatto alla vacua cura
L'algido inverno montano.

                                           27/11/2014 

(A.A.V.V., Le occasioni. I testi speciali, Mondo fluttuante 2018, p. 88)

 

La poesia gioca sulla contrapposizione fra l'airone e l'io poetico che segue la direttrice inversa rispetto a quella inscritta nella norma del volo, maestra della sopravvivenza. Così le ragioni della sopravvivenza in questo caso sono contrarie; e il lirismo dei versi nasce fermo e maestoso attraverso la regola dovuta al mitico tragitto verso il basso e verso il meridione, e al percorso altrettanto mitico e favoloso che punta verso l'alto, emblema delle esigenze relative ad un modo peculiarmente umano. Accade allora che il destino incrociato di questi tragitti dipinga un quadro sinottico e molto pittorico, dove la linea dinamica dei movimenti contrari viene fissata sulla tela indelebile di una meditazione che stempera il gioco della tensione dovuto alla dinamica del bisogno o del desiderio nell'alea serena e catartica della poesia. E le notazioni del corvo e della gazza lasciano presagire un mondo formicolante di esseri ciascuno dei quali viene come assegnato alla natura del proprio luogo, mentre ponti e cipressi, barche e città ecc. riempiono la cornice di un quadro popolato con un piglio di classico equilibrio. L'insieme procura così la sensazione di una perfetta riuscita, nel nobile tratto di una lirica che attinge al favoloso e mantiene fermo lo sguardo fissandolo all'asse che non vacilla di un'ottica panoramica. E il notevole rilievo della poesia si lega a una voce poetica calda e accogliente, ma formulata entro il rigore di un preciso distacco rispetto allo svariare del mondo umano; laddove appunto la “cura” perseguita è quella dell'”algido inverno montano”.

 

 

Domanda vietata

Si rinnovella  luce nel mattino profondo
E i cerchi d'acqua della pietra sul fiume
Spiccati dalla tua mano di bambino, in tondo
Si allargano ed il verso del cuculo implume
Ad onde duole al nostro orecchio distratto.
Colma di primavera questa mattina immota,
Lato sereno di vita, calmo, fermo, intatto;
Non risuona nel ciel null'altra nota.
Tace il canneto al breve, magro vento.
Figlio, ci sono amici al mondo e la stagione,
Non chiedermi, dunque, quale sia l'intento
Della vita, non chiedermi la ragione
Del nostro liquido scivolar  nel tempo.

                                                              30/12/2017

(A.A.V.V., La panchina dei versi. Prima edizione, Aletti 2021, p. 131)

 


Questa poesia rappresenta una condizione raccolta dove la madre, il figlio bambino e il paesaggio formano un insieme luminoso e immacolato, che custodisce un pensiero semplice e profondo: la natura è quieta e obbedisce secondo i suoi principi al gesto del bambino che traccia i cerchi concentrici sulla sostanza dell'acqua, i cerchi che si allargano corrispondono alle “onde” impresse dal suono di un cuculo, la mattina “immota” e la primavera che la colma fissano un “lato di serena vita, calmo, fermo, intatto”, e nel silenzio che avvolge l'unica “nota” presente, l'amicizia degli elementi (“ci sono amici il mondo e la stagione”) vieta la domanda  sull' ”intento della vita” e sul passare del tempo. La poesia dunque indaga il senso del presente, creando una parentesi meravigliata rispetto ad ogni possibile interrogativo, e soprattutto riguardo al senso di quel divenire che dovrà rapire il presente stesso, lasciandolo scivolare sino alla fine del flusso temporale che viene concesso (cioè il “liquido scivolar nel tempo”). Potremmo dire che i vettori di questa poesia siano dati dal fenomeno della contemplazione e da quello dell'immersione: la contemplazione consente di abbracciare quanto viene rappresentato attraverso il solco di un unico sguardo, che pone in risonanza ogni particolare, secondo il principio di un'armonia generale; e l'immersione esprime il sentimento e l'esperienza di un contatto sensibile con gli elementi della natura, che favoriscono l'idea di un rifiuto della domanda destinata a cercare la spiegazione del motivo per cui il miracolo di quella pienezza dovrà scomparire con lo svanire nel tempo. Così, la natura è madre perché la madre umana respira accanto al figlio bambino, e l'unione compiuta di questi due esseri si riflette nello scenario dovuto al momento propizio; e allora, l'armonia della natura che corrisponde all'armonia dell'animo umano richiede di non ascoltare il richiamo della “domanda vietata”, poiché la sola domanda sarebbe destinata a rompere l'unico incanto accessibile al nostro spirito.
La dimensione elevata della poesia e la sua portata profonda dovrebbero risultare evidenti a partire da quanto precede; ma è opportuno marcare il gioco delle corrispondenze che avvolgono il flusso lirico. I cerchi d'acqua provocati dalla mano del bambino, oltre a risalire verso le onde propagate dal suono del cuculo, insieme al suono si stemperano con l'emersione del ”nostro orecchio distratto”; e quest'ultimo, oltre a segnare un elemento di fusione tra la madre e il figlio, per un verso accoglie nella sua cavità il suono che rintocca e martella, per un altro verso intercetta il suono, e infine è percosso da un sentimento positivo che incide (“duole”) sul fondo immacolato del suo essere; ma questo dolere non è un elemento di sofferenza, e assume la veste lirica di una penetrazione tra l'elemento esterno e quello interiore, che in ultima analisi rende beati non meno degli altri elementi della natura. Inoltre la primavera che colma la mattina immota porta al culmine questa condizione di pienezza, sino a procurare una sorta di estasi, che riversa il suo sguardo beato sul “lato sereno di vita, calmo, fermo, intatto”. E al di là di questo culmine, attraverso la notazione che riguarda l'unicità della nota emessa dal cuculo, e quella rivolta al canneto che tace e al “breve, magro vento”, si procede all'orizzonte finale della riflessione, che riguarda una specie di assunto della poesia; e il pensiero espresso sembra emergere nel modo più spontaneo dal gioco degli elementi e delle corrispondenze, rivestendo della sua luce quello che è stato descritto, sino a disporlo nel cuore definitivo di una meditazione posta a suggello.

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