“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Venerdì, 09 Maggio 2014 00:00

La logica del compromesso

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Potrei apparire sconveniente a recensire il libro di un concittadino ma, insomma, dovrete perdonarmi. Non è che da Arezzo spuntino spesso protagonisti delle patrie lettere, per cui quando circola la notizia che uno sta raggiungendo meritata fama, la curiosità è tanta. Sentimento incrementato dalla menzione speciale al Premio Calvino e dalla inclusione nella “sporca dozzina” del Premio Strega. Dove sporca sta soltanto a dimostrare che mi ricordo del film dove in dodici vincono la seconda guerra mondiale e non è certo aggettivo usato con intento denigratorio.

Bando alle ciance: l’autore si chiama Marco Magini e ha scritto Come fossi solo (Giunti). Argomento: la strage di Srebrenica. Scena uno: un ex casco blu olandese distrugge praticamente casa per una banalità, un soprammobile fuori posto collocato dalla moglie dove ai suoi occhi non doveva stare. Il soldato si chiama Dirk e si trovava nella sfortunata enclave bosniaca della Repubblica Serba di Bosnia nel luglio 1995 quando i serbi guidati da Mladic compirono l’eccidio di più di ottomila maschi di ogni età. La storia è conosciuta e sorvolo i dettagli, specie quelli relativi al comportamento indecente delle truppe dell’Onu mandate per difendere la popolazione e alle modalità feroci delle esecuzioni sommarie. Veniamo agli aspetti letterari.
Magini imposta il romanzo come un coro a tre voci: Dirk, e lo abbiamo già citato, Dražen Erdemović, reo confesso del genocidio e per questo unico membro del Decimo battaglione serbo processato dal Tribunale penale internazionale e condannato nel 1996 a dieci anni di reclusione, il giudice del tribunale Romeo Gonzalez. Il racconto in soggettiva è quello di due soldati, intervallato dalla voce della coscienza di Gonzalez che da personale dovrebbe tradursi in giustizia internazionale oggettiva. La capacità di Magini è quella di sviluppare e intersecare alla perfezione questi travagli. Ed è tutto giocato sul lato individuale, sul pensiero e sulla psiche di uomini che svoltano la loro esistenza auto-convincendosi, chiaramente con fatica e sofferenza ma auto-convincendosi, di costituire meri ingranaggi. Questo accenno riporta alla banalità del male di Hannah Arendt e alla sua potentissima riflessione. Gerarca nazista pienamente responsabile o insignificante funzionario, chi era Adolf Eichmann? E chi è stato davvero Dražen Erdemović visto che il male, lo abbiamo capito, non ha un volto demoniaco ma quello di un povero dannato? Andiamo con ordine.
Dirk è chiaramente sopraffatto dal senso di colpa una volta rientrato in patria, nei Paesi Bassi dove, peraltro, le polemiche sul ruolo e il comportamento dei soldati olandesi hanno determinato dimissioni di governi e inchieste di ogni genere. Mentre tuttavia è sul campo, la sua frase, il suo pensiero ricorrenti sono: “Non possono farlo davanti a noi”. Dirk, fino alla partenza dei pullman carichi di innocenti mandati al macello, sotto gli occhi del contingente, crede di evitare l’inevitabile, di salvare vite, dispensa consigli e prova a trasmettere una tranquillità impossibile mentre i serbi sgozzano perfino i neonati. Prova a mettere per iscritto una lista di bosniaci da far passare come impiegati delle Nazioni Unite. Un lavoro da perfetto, e inutile, burocrate nel quale ha degli sprazzi di rabbia da impotenza alternati da sprazzi di auto-convincimento. Quello di chi s’illude di avere svolto un ruolo anche in barba alla rassegnazione del comando Onu.
Dražen invece si rassegna a essere ingranaggio di morte subito dopo un sussulto di dignità. Prova a contestare l’ordine di uccidere ma mentre rischia di essere a sua volta fucilato come disertore pensa a moglie e figlia, torna indietro e accetta d’integrare i plotoni della morte. La sua partecipazione a questo abisso di barbarie interetnica viene rafforzata dal superiore, un tenente serbo che non è un fanatico come altri ma un freddo calcolatore che esegue, appunto, gli ordini. La logica diventa: se tu fai l’eroe e ti lasci fucilare, salverai un bosniaco o aggiungerai il tuo nome nella lista di questa mattanza? Tanto vale ritirarsi nell’inesorabilità della situazione, sperare di scomparire, inghiottito da un meccanismo mostruoso. E sparare. Fra una vomitata e un pianto. Una ipnosi da sopravvivenza.
Il giudice Gonzalez è cosciente che Dražen ha conservato un briciolo di umanità. Ma ha pure la consapevolezza che Erdemović è un pesce piccolo. Non è Karadzic. È terribilmente frustrato quando arriva a L’Aja dalla Spagna, lui che ha stretto in una morsa i terroristi baschi e crede di vedere coronata la carriera con un incarico prestigioso da giudice penale internazionale. Invece in questo tribunale, non pusillanime come la missione dei caschi blu ma poco ci manca, vivi la fine della carriera, un prepensionamento, magari dorato ma che squalifica trent'anni di pratica giudiziaria. Se dunque Gonzalez è sopraffatto da un sentimento legittimo di frustrazione e avvilimento per un banale Erdemović che si è trovato di fronte, tanto vale che si lasci guidare dalla propria umanità e decida secondo empatia epidermica verso i colleghi della corte. Guarda caso, il suo voto risulterà decisivo anche se l’iniziale condanna di Dražen sarà ridotta in seguito secondo la logica del compromesso e delle contraddizioni della comunità internazionale.
Sono questi i personaggi di un libro asciutto, con pagine toste, che finiscono per vivere, decidere e soprattutto morire dentro in assoluta solitudine. Come fossi solo, un tassello insignificante di una storia decisa altrove.

 

 



Marco Magini

Come fossi solo
Firenze, Giunti, 2014
pp. 224

 

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