“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Venerdì, 08 Dicembre 2017 00:00

Eroi o terroristi. Il dilemma tra apologia e condanna

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L’Eta, acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, è come noto l’organizzazione che ha propugnato la lotta armata per raggiungere l’obiettivo di una nazione basca indipendente. I cui confini equivalgono ai territori dove si parla Euskera, una lingua aspra, difficile per gli stessi baschi, che corrispondono a una regione a cavallo dei Pirenei, gran parte in Spagna ma un pizzico anche in Francia. Poi ci sarebbe la Navarra ma tralascio perché si complicano le cose e qui proviamo a trattare non di geo-politica ma di un romanzo.

Patria è il suo titolo che dice molto, non tutto. L’anelito a una nazione propria, a un inno, a una bandiera, a un governo e a scuole dove s’insegna un idioma specifico. Facile a dirsi. Quando si è giovani e il sangue è caldo, o caliente per dirla nell’odiato castigliano, è più semplice assuefarsi a queste parole d’ordine. E girare con una pistola. Perché i nemici di questa “Patria”, Euskal Herria in basco, sono ovunque. C’è il nemico esterno e quello interno, potremmo parlare di collaborazionisti. In genere, considerati peggiori dell’oppressore. Così, Joxe Mari non esita a entrare nell’Eta rinunciando a un futuro di professionismo nella pallamano e a tante altre cose.
In queste situazioni va come deve andare così Joxe Mari deve partecipare all’eliminazione del suo “secondo padre”, il Txato, un brav’uomo, imprenditore, che si rifiuta di pagare il pizzo. Perché l’organizzazione si autofinanzia anche taglieggiando. Dopo l’assassinio del Txato, le due famiglie di appartenenza, legate da sempre, diventano inevitabilmente nemiche. Rapporti finiti. Fra le donne innanzitutto, Miren e Bittori, la prima schierata con il figlio senza se e senza ma, la seconda rimasta vedova. Il marito di Miren, Joxian, ha perso il suo migliore amico ma non può dimostrarlo altrimenti la riprovazione sociale, se non una pallottola, colpirà anche lui. Poi ci sono i figli: quelli di Miren e Joxian se la passano male. Joxe Mari finisce in un carcere spagnolo, la sorella Arantxa viene colpita da un ictus, Gorka, il terzogenito, si isola nella scrittura, nella radio e nell’amore omosessuale. I figli di Bittori e del Txato, Xabier e Nerea, se la cavano meglio economicamente ma a livello sentimentale e di serenità personale... lasciamo perdere.
Un libro di odio, orgoglio, prigioni, materiali e del corpo. Di sangue, complicità, denuncia socio-politica. Di debolezze, pusillanimità e impeti. Aramburu sceglie di seguire le sei biografie con passaggi costanti tra la contemporaneità e il passato. Tra quello che è stato, il tempo di un’innocenza sparita troppo presto, e quello che è. Il romanzo sta conoscendo un grande successo in Spagna e devo dire che l’autore non fa sconti e dimostra una spiccata libertà intellettuale. Non mancano pagine in cui l’Eta appare come un’organizzazione di stampo para-mafioso e a nulla servono, per risollevarne le sorti, le sue speranze di libertà e socialismo. Non mancano costruzioni letterariamente “paradossali” dalle quali emerge Arantxa che, costretta praticamente dal coccolone all’incomunicabilità, si dimostra la più comunicante di tutti.
Il problema principale è che non si può arrivare a un giudizio condiviso su quelle che sono le conseguenze della lotta armata. Ti puoi chiamare Eta, Ira, Br, Hamas, il punto è che il bianco è bianco e il nero è nero. Joxe Mari è idolatrato nel suo paese, basco fino al midollo, come uno dei tanti detenuti politici tenuto a marcire nelle galere di uno stato fascista solo perché ha amato più di ogni altra cosa il suo popolo. Oppure è un assassino. Trovatelo voi un punto d’incontro. Il perdono? È un sentimento e un’esigenza molto cristiana. E ci sono tracce di cristianesimo nel libro, una statua di Sant’Ignazio, una chiesa di riferimento, un parroco ambiguo. A invocare il perdono, di Joxe Mari, ecco un altro “paradosso” importante, è Bittori, che rifiuta ogni fede religiosa dopo l’omicidio del Txato, mentre a non volerne sapere di concederlo è Miren che con il monumento del santo mantiene un rapporto strettissimo di preghiera. Tuttavia il perdono è un atto che corre lungo binari personalissimi. Due, in effetti: carnefice e parenti della vittima. È una loro partita. Non il giudizio della storia. Aramburu è uno scrittore e non un saggista, perciò può legittimamente prendersi questa licenza e giocarsela sulle lacerazioni individuali. Ma la domanda “oggettiva” resta. Senza che Patria lasci intravedere una soluzione.
Inoltre in questo libro, che, intendiamoci, resta frutto di uno sforzo interessante, a forza di salti indietro e salti in avanti è come se si confondessero un po' le acque e l’inerzia della lettura subisse alcune impasse. Certi particolari e fatti della vita dei sei protagonisti appaiono dei riempitivi che non aggiungono alcunché. Un capitolo e muoiono lì. Su tutti l’incontro-dibattito destinato alle vittime del terrorismo − o dell’eroismo? − a cui partecipano Nerea e Xabier e l’amore di Joxe Mari, ricambiato, per una giovane basca che appare all’improvviso, ammiratrice delle sue gesta, che si concede a lui carnalmente, in carcere suppongo − ma quando? e come? − che sembra rivestire un’importanza decisiva per il ravvedimento del ragazzo salvo poi venire cassata di netto per ripiombare nel nulla da cui era venuta.
Per non parlare dell’ultima visita di Miren all’amica macellaia, come lei orgogliosamente indipendentista, come lei senza più il figlio maschio da coccolare: un fatto che resta enigmatico che ti vien voglia di rileggere per continuare a non capire. E di conseguenza apprezzare. La fine, a sua volta, cerca di chiudere il cerchio ma poteva essere sviluppata con piglio diverso. Come se Aramburu avesse avuto voglia di presentarcela dopo tanto − eccessivo? − girovagare narrativo. Tipo uno che al bar arriva al punto dopo essersi accorto che si è fatto tardi a furia di chiacchierare del più e del meno e abbandona subito dopo la conversazione.
Un consiglio, se vi cimenterete nella lettura: alla fine di Patria c’è un glossario di parole basche. Se si opta per un e-book si fa più fatica, tecnicamente, a interrompere e a leggere la traduzione dal basco all’italiano. Capisco che siamo abituati a smanettare con i polpastrelli, dagli smartphone agli iPad, ma un libro è un libro e con la carta a disposizione si può sistemare un segnalibro − ricordate quei cartoncini vintage? − alla pagina in cui inizia il glossario e andarci comodamente ogni volta che la trama propone una parola oscura scritta in corsivo.

 

 


Fernando Aramburu
Patria
Guanda, Milano, 2017
pp. 640

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