“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Sabato, 14 Aprile 2018 00:00

Quelle vite aggrovigliate davanti al bancone del bar

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Confesso di non avere letto Open, l’autobiografia di Agassi, ma in molti me ne hanno parlato come di un bel libro. E confesso di avere mantenuto un atteggiamento snob di fronte al consiglio di cimentarmi con esso. Credo per una sorta di rifiuto nei confronti di chi racconta la sua vicenda di atleta sportivo. Che finisce per essere autoreferenziale.

Allora ho come cercato di ovviare dopo la scoperta che a Open ha contribuito J. R. Moehringer. Perché, mi sono detto, non bypassare elegantemente il problema dedicandomi a questo autore? Ed ecco Il bar delle grandi speranze. Una storia americana di quelle che piacciono. Per lo stile, per l’ambientazione, per i risvolti.
Un libro che attraversa gli Stati Uniti, dalla east coast al far west, da Manhasset, Long Island, ad Arizona e Montagne Rocciose. Ma con un centro di gravità permanente: un bar. Prima chiamato Dickens, poi Publicans, ricettacolo di esistenze rocambolesche dove Moehringer si è salvato più di una volta anestetizzando le delusioni con qualche bicchiere. A conti fatti con tanti bicchieri.
C’è la storia, autobiografica, del protagonista accanto a centomila altre storie, grandi e piccole. Quelle di Zio Charlie, Steve, Cager, Colt, Joey D, Dalton, Mavaffa, Bob il Poliziotto, Jedd, McGraw, per non parlare di Bill e Bud, personaggi quasi commoventi, e de La Voce, spettro che si aggira per il romanzo, il padre di Moehringer, un intrattenitore radiofonico dotato di cultura musicale, che ha abbandonato la famiglia. Dove c’è un padre, seppur aleatorio come un fantasma di sorprendente cinismo, è inevitabile che ci sia una madre. Single in questo caso: Dorothy, “una donna eroica, tosta come una scommessa da due dollari”, come l’ha definita lo stesso Moehringer. Il rapporto tra Dorothy e il figlio è un’altalena di detto e non detto, di sentimenti autentici proprio per le loro carenze e costanti rigenerazioni. Nella cornice di questa avvolgente inconsapevolezza, sarà una scelta estiva della donna ad avviare il figlio nella pancia del famigerato locale.
I capitoli seguono la crescita di J. R. Moeringher, inizialmente nella casa, o cesso, del nonno, in una famiglia che si allarga e restringe sconclusionatamente, poi giunge l’età adulta e grosso modo si arriva all’11 settembre 2001. Le pagine dell’infanzia e adolescenza sono di un’ironia accattivante. Sulle puntate dedicate alle gite nelle spiagge oceaniche al seguito dei grandi puoi salire come un surf sopra l’onda, fin quando la cavalcata si arena. E il traguardo è sempre malinconico ma di una malinconia che non cede al piagnucolio e si traduce letterariamente in un passaggio obbligato: la morte del proprietario del Publicans, Steve, anch’egli fregato da un passo, economico, più lungo della sua gamba. È così che va.
J. R. Moeringher affronta sempre ciò che si rivela troppo per lui. Così Yale, la prestigiosa università, così Sidney, l’amore della sua giovinezza, così il New York Times. È sull’orlo di farcela e ottenere il giusto riconoscimento, nello studio, nell’amore, nel lavoro, poi è come se la scarsa attitudine a primeggiare nelle sfide si prendesse la naturale rivincita. Per fortuna c’è il bar. Più che delle grandi speranze è il ritrovo delle grandi delusioni. Uomini aggrovigliati nel ricordo, nel rammarico, per tutto ciò che poteva essere e non è stato. Il disincanto diventa alimento reciproco dei frequentatori, si scommette, si riparte, si tifa per la squadra di baseball. E alla fine ci si ubriaca.
La svolta per Moehringer arriverà ma ce ne accorgeremo a latere, quando la narrazione scivola verso l’epilogo e un lieto fine, contaminato però da quel fiume di alcol che ci ha fatto compagnia e ha appesantito, non tanto il fegato perché noi ce stiamo comodi a leggere sul divano e non a sorseggiare cocktail, ma l’umore complessivo. Confrontatosi con le tante maschere a cui di volta in volta Moehringer concede la scena prendendole a prestito, e restituendole con garbo, a un coro di avventori disarmati dalla vita.






J. R. Moehringer
Il bar delle grandi speranze
traduzione di Annalisa Carena
Milano, Piemme, 2007
pp. 486

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