“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Sabato, 17 Febbraio 2018 00:00

I malesseri congeniti della Mitteleuropa

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Qui sul Pickwick sono oramai abituato, e spero di avervi abituato, a seguire un percorso altalenante: o le città, se volete gli spazi, della narrativa americana o il cuore della Mitteleuropa. Lo stanco incedere della provincia, vite semplici, campi di mais, binari rugginosi da una parte, il cupo avanzare della tragedia, o se va bene della solitudine, dall’altra. Così torno al vecchio mondo, ma non chiedetemi dove ci stiamo per collocare. Anche perché, Agota Kristof lascia solo intendere e presagire. Limitandosi a una lettera: “K”. Che più mitteleuropea non si può. Stavolta non è l’inizio di un cognome ma di una città. Ungherese? Può essere. Ceca? Può essere. Tedesca orientale? Può essere. Non è necessaria una mappa del continente, tanto non la troverete mai. O la troverete ovunque.

Mi pare dunque necessario partire da un punto: Agota Kristof, ungherese, nata nel 1935 in un minuscolo villaggio, costretta, con rimpianti, a rifugiarsi in Svizzera dopo la rivolta del 1956 soffocata dall’Armata Rossa, con il francese che diventerà lingua delle sue opere, si inscrive nel solco di una precisa e solida tradizione letteraria. L’ebreo-boemo Franz Kafka aveva fatto di “K” un autentico segno distintivo grazie a due personaggi emblematici: l’agrimensore de Il castello e l’imputato de Il processo. Viene dunque naturale un rimando allo scrittore quando appare questa lettera, così slava, polacca, magiara, prussiana, nel frontespizio di un libro. Libro che in tale caso è uno e trino: Agota Kristof si cimenta infatti con una trilogia, postuma e artificiosa, composta da Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna, pubblicati nell’arco di cinque anni dal 1986 al 1991 e quindi pensati come entità distinte, in cui, almeno nel primo, la vita della scrittrice, come ha avuto lei stessa modo di confessare, entra prepotentemente. Dai racconti autobiografici scritti sulla sua infanzia vissuta assieme al fratellino durante la seconda guerra mondiale, alla trasformazione di questa fratellanza tra maschio e femminuccia in quella tra due maschi. Infine in due gemelli. Lucas e Claus. O Klaus. E rieccola. Sono loro che abitano (?) nella città di K.
Stiamo ancora giocherellando, me ne rendo conto. Se Agota Kristof appartiene alla Mitteleuropa, seppur privilegiando il francese come lingua dei suoi romanzi, i cui primi rudimenti immagino siano mutuati dal franco-svizzero della Neuchâtel diventata rifugio familiare, dobbiamo dire altro. La letteratura mitteleuropea: da Trieste alla Baviera, dagli shtetl polacchi a quelli transilvanici, è un crogiuolo meraviglioso di suggestioni e stile che fra i suoi campioni assoluti annovera l’ungherese Sándor Márai, gli austriaci Arthur Schnitzler e ovviamente Robert Musil, l’ucraino Joseph Roth, i due fratelli polacchi Israel e Isaac Singer, il praghese Franz Kafka, il bulgaro Elias Canetti, il bavarese Winfried Georg Sebald e, perché no, il triestino Italo Svevo e il padre della psicoanalisi, il moravo Sigmund Freud. Cosa li accomuna? Intanto una nazione, perché sembra incredibile ma molti di questi erano connazionali: asburgici, austro-ungarici. C’era qualcosa di profondo in quella costruzione statale che nel 1918 si sciolse come neve al sole: un sentire diffuso, per lo meno a livello artistico, di precarietà, accresciuto per molti dalla condizione di ebraismo ereditata e vissuta. Vienna governava con la sua gerarchia militare ancora propensa a velleità imperialistiche, tuttavia nelle osterie, nei caffè, nelle gallerie, si guardava ad altro. All’inconscio, ad amore e morte sempre lì a competere, a nuove discipline per lo più oscure, a sogni che manifestavano incubi. Perché c’era una paura di fondo: che questa comunione si disperdesse come un corpo dilaniato da una bomba e che questa deflagrazione fosse solo l’anticamera di esplosioni ancora più orribili. D’altronde, limitandoci al terreno dell’antisemitismo, in questa parte d’Europa, dai pogrom, esplosioni di violenza spontanee, si è passati ad Auschwitz, la soluzione scientifica del problema.
E le prose sono degne di questo disfacimento, prima sentito, preconizzato, poi subito: il dolore senza tempo, solitudini primordiali, l’anelito alla scrittura come garanzia, parziale, di sopravvivenza, prose anoressiche, taglienti, ossessive ma anche sfuggevoli, testi che procedono a singhiozzi, perché il dolore è un accumulo, lento e cinico. Agota Kristof è tutto questo: streghe e bambini, ubriachi e stazioni, personaggi che appaiono e scompaiono, finti come maschere ma veri come la fame, legami spezzati e complessi materni ed edipici. Nel confrontarsi con la trilogia di K., qualcuno potrà anche reputare eccessivi il rimescolio dei fatti, la scomposizione/ricomposizione di Lucas e Claus, o Klaus, l’artificio che a un certo punto servirà a mettere alcuni punti fermi. Ma non si può prescinderne per cogliere come uno scrittore possa cambiare la costruzione narrativa e dunque indurre anche il lettore a entrare in un labirinto funzionale a rendere accidentato il terreno del dramma. Un dramma che nasce come vita sotto le bombe di due gemelli di cui non si sapranno i nomi per tutto Il grande quaderno, che procede come separazione tra gli stessi bambini che diventano uomini e di cui si cominciano a intravedere punti oscuri e a conoscere le generalità, che trova compimento nella mescolanza di vite e destini finale.
Ecco, se dovessi trarre una conclusione dal dramma, o almeno dalla sua versione narrata da Agota Kristof, mi verrebbe da dire che quello vero fa tutt’uno con ogni persona. Non ci sarà conflitto tra popoli e Stati, il dramma collettivo per eccellenza, in grado di provocare tante sofferenze e lacerazioni come quelle che possono generarsi in singole vite funestate. La guerra autentica che le esistenze conducono non è tanto contro un chissà chi che si muove all’esterno, sta dentro semmai i confini di ciascun corpo e ciascun spirito. Senza riuscire a valicarli.

 

 



Agota Kristof
Trilogia della città di K.

traduzione di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo
Einaudi, Torino, 2014
pp. 379

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