"Adesso tocca a noi, agli uomini senza talento. È arrivata la nostra ora!"

Sándor Márai

Martedì, 13 Febbraio 2018 00:00

Una Trieste leopardiana nei versi di Virgilio Giotti

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Far rivivere Giacomo Leopardi a Trieste? C’è riuscito Virgilio Giotti (1885-1957), poeta di “sommessa, ritrosa e assoluta grandezza”, secondo Claudio Magris; “vittima silenziosa, non mai arreso, non mai piegato”, secondo Pier Paolo Pasolini.
In un prezioso e attento volume, quasi devotamente ammirato nei riguardi della voce pacata, sobria, ma consapevole dei propri mezzi di questo schivo e trascurato autore, Anna De Simone ci accompagna alla riscoperta di una città raccontata in dialetto, con uno stile che sembra cullarsi nell’eco dei canti leopardiani. Lo fa commentando temi e toni dei versi di Giotti, e confrontandoli con i temi e i toni dell’illustre recanatese: non imitato, ma assimilato nel profondo e fatto proprio, forse perché (come scrisse Biagio Marin) lo sentiva a lui “consustanziale”.

La finezza della curatrice del volume è consistita, oltreché nel commento puntuale e sensibile di ogni composizione, nel proporre al lettore fotocopia di molte pagine del volume dei Canti leopardiani di proprietà di Giotti, da lui postillate con grafia minuta, sottolineate a matita, evidentemente studiate con passione.
Per inquadrare l’uomo, prima ancora del poeta, è necessario rendere conto a sommi capi della sua dolorosa e difficile esistenza, trascorsa tra lutti, persecuzioni politiche e una dignitosa ma ostinata povertà. Nato a Trieste nel 1885 da famiglia di origini austriache (il suo vero cognome era Schönbeck), da ragazzo studiò pittura, e per tutta la vita frequentò ambienti artistici. Fuggito in Toscana per sottrarsi alla leva militare, sposò qui una studentessa moscovita, da cui ebbe tre figli. Negli anni ’20 tornò a Trieste, trovando un modesto impiego comunale. Pubblicò le prime poesie su riviste e in plaquette, ottenendo giudizi lusinghieri da Montale, Pasolini e altri importanti critici. I tre figli conobbero a vario titolo la persecuzione fascista, e furono obbligati al confino al sud; i due maschi morirono in Russia, durante la guerra. Altre gravi perdite familiari, e tristi vicissitudini economiche, rattristarono gli ultimi anni della sua vita, fino alla malattia cardiaca che lo uccise settantaduenne.
Il triestino di Virgilio Giotti è un dialetto particolare, che come hanno messo in luce importanti studiosi quali Gianfranco Contini e Franco Brevini, non ha nulla di “veramente vernacolare”, non fa concessioni “al colore locale o all’agiografia municipale”, mantenendo invece un certo rigore letterario, di cultura classicheggiante e confronto assiduo con la tradizione poetica italiana (Leopardi, appunto, ma anche Pascoli e Di Giacomo) e straniera (dai lirici greci, ai cinesi, fino a Rilke). Bisogna infatti considerare che Trieste è città friulana, di una regione ai confini, che ha assorbito nei secoli influenze culturali e linguistiche austriache e slave, modellando il suo dialetto secondo un ritmo più scabro rispetto alla melodiosità cantilenante del Veneto. Quest’ultimo zona di pianure, fiumi placidi e lagune, mentre la terra giuliana è mare, bora, alture, secchezza carsica.
Virgilio Giotti nella sua scrittura si è misurato con pochi, assidui, temi: la casa, la natura, l’amore, la famiglia, la morte e il dolore. Sono i temi universali della poesia, ma da lui mai affrontati di petto, semmai sfiorati con un pudore che cercava di evitare la retorica, soprattutto nelle chiusure improvvise e smorzate.
Il mito della casa, per chi ne aveva perdute tante (distrutte dalla guerra, da frane, o abbandonate per trasferimenti obbligati e sfratti), condensava in sé il senso degli affetti, del tepore familiare, della confidenza e del raccoglimento, simboleggiato essenzialmente dalla solidità della tavola da pranzo (“la tola con la tovàia bianca”), intorno a cui riunire i propri cari:

“Su la tola / la tovàia la splendi, che la iera / zénere diventada; e el vin bevudo / con ti insieme ga el bon savor de prima”; “Mi gavevo ‘na casa; / ‘desso no’ la go più; / ‘desso vivo per strada, / in sto paese qua”; “E tornarà la casa ciara, come / prima: saremo indrio felizi; sì, / sì, no’ se vero? O per sempre infelizi / diventeremo, pòvari fra i pòvari”; “Davero mi me sento / solo con ti, mia casa. Co te torno, ogni volta / i mii oci i te basa, // Te torno come el sposo / che torna de la sposa, / che nel su’ sol, via i cruzzi, / beato el se riposa. // Rivo suso, mia casa, / e ‘pena che son drento / stanchezza e mal de gambe / i sparissi. Me sento / de colpo calai i ani / e san”.

Tra le pareti della casa-rifugio continuano a vivere, nel ricordo, i vecchi genitori (“i veci che ‘speta la morte” sono un’altra costante nella narrazione poetica di Giotti), le tre sorelle precocemente scomparse; e la moglie, i figli piccoli (“i fioi, i pici, i putei”), poi cresciuti e allontanati dalla guerra e in guerra uccisi, la figlia con i nipotini adorati.

“E stemo insieme, e tuti / insieme spassegiemo; / e se metemo in tola / e magnemo e bevemo // pulito, e se vardemo / un co’ l’altro nel viso; / e in pase se parlemo: e semo in paradiso”.

Il paradiso giottiano è colorato, per lo più azzurro e verde, avendo per sfondo il mare o la campagna intorno a Trieste, osservati con meraviglia e gratitudine, quasi fossero un miracolo quotidiano offerto a chi guarda, e descritti con limpidi tratti impressionistici:

“Mar e campagna che se ga incontrà! / Diese minuti de felizità / par mi!”; “Dismontà del tranvai / son ’rivà in paradiso. / Ma cossa, cossa mai / xe nato ogi, diseme, / in ‘sto canton de mondo? // Ziel, muri, àlbori, monte, / tuto ‘na maravea! / Se go due oci in fronte / son contento de viver, / d’esser ancor al mondo…”; “se vedi, come un zigo / picio e alegro, tre o quatro // maciete de colori: bianco, rosa, zaleto, zelestin. Un careto / de gelati se vedi!”; “me go sintì, dormindo, / ‘torno la primavera. / Me la insognavo, e iera / quel sogno come un senso // del zeleste, del rosa / d’un sol de primavera, / che ne spècia per tera / ne l’àqua de la piova, // un senso de ombre ciare / che se movi col vento. / Me sintivo contento / senza saver de cossa”.

La filosofia che sta alla base della scrittura di Virgilio Giotti è quasi oraziana, domestica, di una tranquilla semplicità: rimpianto per la giovinezza, speranza di un futuro migliore, rassegnazione per quello che non si è riusciti a ottenere. Nessuna recriminazione, rabbia, volontà di rivalsa, invidia: accontentarsi del poco che può offrire “una bela giornada”, “el bel tempo”, un’amicizia, il vino bevuto in compagnia, essendo consapevoli della propria transitorietà nel mondo:

“E el pensier me vien su, davanti i oci, / che co’ ‘sti stessi cruzzi, / co’ ‘sti stessi tormenti moriremo, / senza ‘ver fato gnente. / E el nostro viver sarà stado come / una cativa note, / che no’ se pol dormir, né far qualcossa / remenarse in t’-el leto, / o andar in qua e in là. / E podaremo disperarse alora, / sigar de voler ‘ver un’altra vita: / nissun ne la darà”.

Terribile pensare come quest’uomo mite, che alla sorte aveva chiesto davvero poco, abbia pagato così tanto in termini di dolore e sofferenza, senza nemmeno trovare consolazione in un doveroso riconoscimento letterario: infatti Colori, il volume complessivo delle sue poesie, venne pubblicato da Ricciardi nel 1957, qualche settimana dopo la sua morte. Ristampato da Einaudi nel 1997, oggi non risulta più disponibile.                       





Anna De Simone
Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti

Novara, Interlinea, 2015
pp. 164

 

 

 

Bibliografia di riferimento:
Virgilio Giotti, Colori − Einaudi, Torino, 1997
Giacomo Leopardi, I Canti − Einaudi, Torino 1963, 1993
Rossana Esposito, Virgilio Giotti − Loffredo, Napoli, 1982
Anna Modena, Virgilio Giotti − Studio Tesi, Pordenone, 1992

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