“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 26 Maggio 2014 00:00

Piccolo mondo stretto

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Potevo fermarmi allo spettacolo. Alla suggestione di luce, parole, gesti messa in opera da Eric Bergeonneaud e Marie-Hélène Garnier di cui ho raccontato qualche tempo fa (http://www.ilpickwick.it/index.php/teatro/item/1095-crescere-prendere-forma). E invece quel folletto curioso e anarchico che tanto spesso guida le mie scelte mi ha spinta a chiedere del testo da cui erano partiti, il romanzo di Marie-Sabine Roger et tu te soumettras à la loi de ton père. Sono contenta di averlo fatto.

Il romanzo, del 2008, è ormai esaurito, peccato. Poche pagine dense, asciutte, quasi scolpite nella pietra. Parole secche. frasi brevi, nervose. Sembrano avere l’icasticità di una lapide antica, dove ogni segno grafico costava fatica e materia prima e non andava sprecato. Marie-Sabine Roger è nata nel 1957. Dopo la guerra. L’infanzia che descrive è lontana da noi nei suoi connotati materiali e sociali, nella separazione tra maschietti e femminucce nelle scuole, nella presenza ingombrante e ossessiva della religione, una religione fatta di divieti e obblighi. Eppure, mutatis mutandis, il romanzo narra di qualcosa di eterno, il processo di formazione della persona, il percorso di individuazione che fa del figlio/figlia, emanazione dei genitori, un essere autonomo, pronto a generare un’altra entità o comunque pronto ad affrontare la vita con occhi propri e non con le sovrastrutture proposte/imposte dal proprio ambiente/uovo di provenienza.
Je te crains. “Io ti temo”. Una frase ricorrente che percorre le pagine del breve romanzo. Dirette al padre, dirette a Dio, di cui il padre è l’araldo/emanazione agli occhi di una bambina che deve ancora compiere il suo percorso di crescita. La paura e l’angoscia. Le labbra che tremano, il cuore che vorrebbe fuggire dal petto al galoppo selvaggio. La paura nello stomaco, la gola annodata. Il senso di inadeguatezza. La non comprensione di quella entità astratta che è Dio cui si debbono manifestazioni così concrete come la preghiera quotidiana in ginocchio, nel salotto di casa, sul pavimento freddo, in mezzo alla corrente.
Lo spettacolo estrapolava alcuni quadri del romanzo, organizzato in brevissimi capitoli che si divorano velocemente, per seguire la storia, e si riassaporano subito dopo, come un dolce al cucchiaio troppo gustoso per essere ingollato senza una sosta di apprezzamento sul palato. Lo spettacolo privilegiava la vicenda di formazione della bambina, che parla in prima persona, dalla prima (je te crains) all’ultima frase (Je veux vivre). Giungeva all’essenziale tagliando tutto il resto, che invece nella pagina scritta trova il suo senso e il suo posto.
È un piccolo mondo stretto quello che ci schizza in pochi tratti Marie-Sabine Roger, con le sue frasi brevi e nitide, mai sentenziose. Un piccolo mondo grigio, puzzolente. Un mondo di ipocrisia. Un mondo dove ciascuno, per viltà, per quieto vivere, resta chiuso nella propria casa, tra le proprie mura, nel proprio rassicurante perimetro, per non sentire l’altro, per non dover vedere l’altro, per far finta che le urla dell’altro, magari una donna ammazzata di botte dal marito alcolizzato, non esistano. Per far finta che l’altro non ci appartenga e ciascuno di noi, monade senza porte né finestre, possa legittimamente restare ripiegato su di sé, con la coscienza a posto. Bisogna aprire la finestra di quel piccolo mondo stretto, far entrare l’aria nei polmoni. Anche se fa male, come alla nascita, al primo respiro. Je veux vivre.

 

 

 

Marie-Sabine Roger
et tu te soumettras à la loi de ton père
Editions Thierry Magnier, 2008

pp. 143

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