“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 27 Febbraio 2014 00:01

Crescere. Prendere forma

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Marie-Hélène Garnier e ed Eric Bergeonneau mettono in scena per il 19° Rideau rouge, Francofil Festival Théâtre un testo tratto dal romanzo di Marie-Sabine Roger Et tu te soumettras à la loi de ton père.

Operazione complessa e raffinata la resa teatrale di un testo concepito per essere letto. La parola scritta si muta in azione, luce, suono. La voce dell’io narrante prende il corpo di Marie-Hélène Garnier. Un unico corpo, un’unica voce, un unico abito di scena, di un bianco caldo che ha in sé tutti i colori. Unità che si frantuma e si riverbera negli anni narrati. Quella stessa voce è la bambina timida, di una timidezza definita come morbosa; e poi la stessa bambina che cresce e comincia a guardare il mondo con occhi diversi; e ancora la bambina ormai cresciuta, adulta, ma consapevole della necessità di preservare  e conservare dentro di sé ciò che conta della fanciullezza; ma quella voce è ancora tutto il resto, tutti gli altri personaggi, il padre, la madre, la vicina, tutti coloro che intervengono nel dialogo o sono solo nominati.
Il mondo della parola scritta entra nel regno della parola detta e agita. Essenziale e raffinata la scenografia: tre pareti scure, claustrofobiche e opprimenti all’inizio, quando c’è solo il buio in scena, rischiarato da un unico occhio luminoso, prodotto con una torcia elettrica. Il cerchio si allarga e si restringe, come un occhio, come il vortice di un tunnel, del sé, dell’abisso. “Io ti temo”. Le prime parole pronunciate dalla protagonista. Fa scorrere la luce/occhio/abisso. Si sdraia per terra, rigida. Si leva a sedere, rigida, la schiena dritta, le gambe e le braccia tese, come una bambola, come una marionetta. “Io ti temo”. Sta parlando del padre (non il papà, si badi), ma le stesse parole valgono per il Dio padre, che si prega in ginocchio, tutti insieme, tutte le sere. La religione incombe. La religione va a braccetto con la paura. La religione è obbligo, divieto. Dio incombe e non c’è, non si vede quando dovrebbe.
Basta un po’ più di luce però a dilatare quelle pareti, a suggerire il calore della casa, o lo spazio di una strada. Pareti come lavagne, dove prende vita il calligramma del viso di Fabien, il fratellino, nato idiota e spirato presto. Un famiglia triste. Il padre, uomo di chiesa, concepisce la vita come silenzio e contrizione. Un insieme di divieti e ordini, sottomessi alla legge di un Dio padre, lontano e austero. Una madre che culla dolcemente il piccolo Fabien, che lavora umile e in silenzio, che lascia sgorgare il canto solo quando il padre non c’è. Una bambina timida, troppo timida, che si racconta storie di principesse prima di andare a dormire. Una bambina cui si ripete che deve tacere, perché se la parola è d’argento il silenzio è doro. Deve tacere perché non ha nulla di interessante da dire. Deve tacere perché non sa pensare. Deve tacere. E basta. Perché? Perché sì. Una bambina che cresce. “Sono cresciuta e le mie idee sono cresciute con me”. Una bambina che comprende, con disinganno, che crescere vuol dire imparare a mentire. Tacere per dissimulare. Un bambina che scopre la vita in un’altra bambina, Sophie, impeccabile nell’interpretazione di una bambina attrice che sembra già avere dentro di sé tutto il teatro. Sophie è figlia della sua istitutrice, il papà non ce l’ha più, morto in un campo di concentramento. Era comunista. “Cosa vuol dire comunista?”. “I comunisti vogliono l’uguaglianza tra gli uomini, l’abolizione della proprietà, l’istituzione della fraternità universale”. “Come noi”. “Chi?”. “I cattolici”.
Non sa nulla della vita la nostra protagonista. Proprio nulla. La bambina la guarda con occhi profondi e saggi. Le lascia un libro, con i volti dei deportati. Il processo è compiuto. Dall’innocenza alla forma. Il diadema, la gonna, lo scettro. Le insegne del suo essere principessa. Basta padre. Basta Dio padre. “Bisogna vivere”. Aprire la porta, uscire alla luce.

 

 

 

 

Francofil Festival Théâtre, Naples 2014
Les commandements d’une princesse

liberamente ispirato a Et toi te soumettras à la loi de ton père
di
Marie-Sabine Roger
con Marie-Hélène Garnier
regia Eric Bergeonneau
produzione Atelier du Caméléon e c° la Dissidente
colpo d’occhio Christophe Lemaitre
lingua francese
durata 1h 10'
Napoli, Institut français Napoli/Salle Dumas, 24 febbraio
in scena 24 febbraio 2014 (data unica)

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