“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 17 Aprile 2014 00:00

Stoner e il sonetto 73

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Ebbene sì, è uno di quei casi in cui la fine di un libro corrisponde alla sensazione di aver speso bene le ore dedicate a esso. Stoner di John Williams, Fazi Editore, è un grande romanzo che mantiene un livello altissimo costante, non ha un picco da dieci e lode ma neanche una riga di cedimento. L’asticella resta fissa su un nove pieno. Da pagina uno a pagina trecentoventidue. Giustamente, la sua riscoperta è diventata un avvenimento letterario.

William Stoner è un insegnante di letteratura inglese che esordisce nella narrazione come figlio di una cultura contadina, quella del rurale Missouri. Maggiorenne si iscrive all’università, prima Agraria poi Letteratura. Il cambio di facoltà è una scelta che terrà nascosta, fino ai limiti del possibile, per una sorta di ritegno, ai genitori che non conoscono se non il lavoro dei campi. E per seminare e arare servono braccia e non i sonetti di Shakespeare. Eppure William Stoner riuscirà a superare il senso di colpa, farà atto di fede nei confronti della letteratura e trasformerà quell’ateneo nel guscio all’interno del quale passerà tutta l’esistenza. Vi coltiverà le uniche amicizie, due in particolare, compagni di corso che decidono di sfidare la sorte del fronte occidentale nel 1917. Uno, Dave Masters, non tornerà ma sarà lui, molto più del sopravvissuto e poi collega del corpo docente, ad accompagnare Stoner in alcuni momenti cruciali. Se non altro in termini di ricordo.
Dentro l’ateneo conoscerà sia Katherine Driscoll, l’amante in grado di riscattarlo dal matrimonio con Edith, fallito prima ancora di essere consumato, sia il punto di dignità più alto della sua parabola accademica, la sfida contro un “barone” convinto di avere fra le mani il miglior studente del mondo che per Stoner invece è uno sbruffone ignorante assolutamente da bocciare. Insomma, l’università, quella università: un’epifania. Ce lo dice l’incipit, dove però spicca subito un altro indizio: "William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido".
La terza riga mette al corrente su un elemento: il protagonista morirà e noi lettori seguiremo, quindi, l’intera sua vicenda. Appare inoltre chiaro che avremo a che fare con una persona modesta, senza acuti. Attenzione, non è che Stoner resti soltanto chiuso in una campana di vetro: si sposerà, lo abbiamo accennato, avrà una figlia, Grace, che a sua volta gli darà un nipotino ma la vicenda familiare è lo specchio di quella professionale, ovvero contraddistinta da onesta accettazione. In una perfetta circolarità narrativa, la morte riappare all’ultima riga in modo tale da poter salutare, con nostalgia, sia il libro che colui che lo incarna.
Ma il punto è questo: Stoner non è un inetto o un pusillanime. O un qualunquista. Ha anzi la consapevolezza che non necessitano atti eroici per dare chissà quale senso all’esistenza e allora tanto vale che mentre al di fuori delle mura universitarie e domestiche il mondo si dissolva, due guerre mondiali e nel mezzo il 1929 e la grande depressione, egli riduca la prospettiva a un saggio minimalismo. La sua parabola è limitata negli orizzonti, geografici, professionali, affettivi, ma per scelta cosciente perché vivere non è stare sotto i riflettori o raggiungere chissà quali obiettivi. Come ha maturato ciò? Ecco il sonetto “galeotto” di Shakespeare, il 73, dedicato all’autunno da cui Stoner, ventenne, coglie il segreto della letteratura e dell’esistenza, crepuscolo di un giorno che dopo il tramonto svanisce all’occidente e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia, ombra di quella vita che tutto confina in pace.
I sessantacinque anni di Stoner, che ribadiamo non è un pupazzo messo lì ma uno che ama il lavoro, la figlia, Katherine, che si scaglia se necessario contro attese e convenzioni, dei suoi genitori e dei suoi colleghi, ricalcano questa stagione, di svigorita transizione, già vicina alla fine. Se la vita è una costante e rapida dissolvenza, si rende necessario amarla più di quanto ne riusciamo a cogliere − perciò il tuo amore si accresce per farti meglio amare chi dovrai lasciare fra breve.
Ecco la lezione di Stoner, ecco perché tocca la verità umana con un tipo di prosa, altro merito di Williams, che somiglia a una superficie di vetro attraverso la quale vedere immediatamente le cose. Limpida, senza un minimo di eccesso, pulita, sensibile, tenera. Come il meraviglioso personaggio che è servita a descrivere.

 

 

 

 

John Edward Williams
Stoner
traduzione a cura di Stefano Tummolini
postfazione di Peter Cameron
Roma, Fazi, 2012
pp. 332

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