"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 26 Giugno 2014 00:00

Parise e i luoghi della memoria

Scritto da 

Nel volumetto Lontano, apparso postumo nel 2009, fanno la loro comparsa articoli usciti in precedenza su Il Corriere della Sera, vergati dalla mano di Goffredo Parise. Ho già parlato di quanto il suo lavoro di reporter sia stato importante non solo come testimonianza diretta di alcuni degli scontri più significativi del secondo Novecento, ma anche di un particolare rapporto del giornalista col paesaggio.

Lontano, fin dal titolo, sembra riportare alla stessa dimensione trattata negli scritti di guerra, senza contare che molti dei frammenti riportati narrano una storia secondaria, di backstage, rispetto a quella ufficiale, poi confluita nel reportage vero e proprio.
In realtà, Lontano si riferisce ad una dimensione distante nella memoria, nel senso che l’autore va a narrare esperienze che aveva vissuto in passato, invertendo quella che si potrebbe definire la ragion d’essere dei reportage, frutto – apparentemente – di una scrittura a caldo. Al contrario, un’operazione come quella di Lontano poggia su una riflessione a posteriori, quasi a mente fredda, di eventi che – pur essendo stati formativi per la vita dell’autore – non potevano trovare spazio in una narrazione ufficiale, tesa alla restituzione immediata e ricca di tensione di un reportage di guerra (che, per quanto l’autore si sforzi, conserva una certa faziosità, o perlomeno un certo bias culturale).
Siamo dunque in una narrazione più intimistica, dove l’unica operazione da fare è quella di calarsi empaticamente nell’habitus mentis dell’autore per cercare di capire come mai, tra tutte le brutali esperienze vissute come giornalista di guerra, egli scelga di raccontarci proprio quel frammento di vissuto, che spesso colpisce per la sua banalità.
La spiegazione, a mio avviso, è da trovare in quel clima di nostalgia, e spesso di triste rassegnazione, che sembra essere emanato dalle descrizioni dei soggetti presentati. Una per tutte, quella di Truman Capote e di Marilyn Monroe. Il primo è presentato come una "strana apparizione di fata-uomo" con una passione esagerata per il latte bollito; a Parise, che nutriva una profonda ammirazione per il suo lavoro di giornalista, ricorda De Pisis, personalità sfrenata che conosceva tutti. Marylin, d’altro canto, non viene riconosciuta subito, ma solo dopo aver pronunciato qualche parola "con un impossibile birignao, il verso di un gatto e un pigolio". Nonostante Parise ne dia, inizialmente, una versione migliorata, sul volgere del frammento appare una nota dolente, o meglio, una sorta di vena malvagia, come malvagia è la vita che si prende la bellezza e la giovinezza di ognuno di noi. Marilyn ha un odore di zolfo e di capretta da latte, e un corpo fragilissimo; Capote non è più quello di dieci anni prima, già si intravedono nelle labbra e negli occhi quei rigonfiamenti e quei crolli che sarebbero venuti dopo.
Emerge dunque la sensazione dell’effimero, che si associa alla poetica del subitaneo, che spinge a cogliere l’attimo per non cedere alla cadenza entropica dell’esistenza umana.
Questa preoccupazione per il decadimento fisico ed esistenziale è ancor meglio spiegata dalla seconda accezione di “lontano”, un lontano politico, risalente agli anni Sessanta.
Siamo, stavolta, nel frammento che si riferisce al viaggio a Cuba intrapreso insieme ad altri intellettuali di sinistra, tra cui Giangiacomo Feltrinelli e Valerio Riva, il quale aveva fatto confluire i neoavanguardisti nella casa editrice Feltrinelli. A quell’altezza temporale, Castro rappresentava – per la sinistra italiana – un’alternativa praticabile al socialismo dell’Unione Sovietica, che stava già mostrando il suo lato oscuro.
La decadenza si mostra in diversi modi: in primis, attraverso il conformismo degli intellettuali di sinistra che seguivano Feltrinelli ovunque; si avverte un forte controsenso di fondo, come se il periodo di inventiva e di sperimentazione fosse, già nel 1967, svanito.
Il secondo ambito riguarda, invece, il passaggio su Hemingway, altro scrittore ammirato – per chiari motivi – da Parise. Hemingway aveva mantenuto una grande vitalità fino alla fine dei suoi giorni, quando si era ritirato a Cuba; ma la memoria di questo spirito vitalistico è rappresentata dalla casa divenuta museo, in cui tutti gli effetti dello scrittore sono stati fermati nello spazio e nel tempo attraverso una colla trasparente, disgustosa, posticcia, che è esattamente il contrario di quella forza interiore che animava lo scrittore.
Infine, la decadenza si mostra anche nei vecchi centenari che, nell’indaco serale del Caribe, si ritrovano a ballare e a suonare al ritmo di afro-cubans. Su di loro l’aria pregna di umidità si deposita come un velo: come a dire che l’unica vitalità di quel posto è affidata a anziani centenari, peraltro molto simili a quelli di New Orleans, quindi senza una propria precisa identità.
Parise guarda al passato dalla prospettiva di un uomo giunto in una fase terminale della sua vita: la decadenza è presente perché è avvertita in prima persona, e contrasta con le esperienze della giovinezza, così piene, così uniche, così vitali.
La storia stessa subisce un invecchiamento, nascondendo al tempo stesso un paradosso: Parise si è confrontato con gli avvenimenti del passato, e ha fatto in modo che restassero nella storia attraverso la cronaca. Al tempo stesso, però, la storia viene demistificata, perché la cronaca non è che la narrazione verosimile di un avvenimento data dal punto di vista di un soggetto finito e legato alle contingenze della sua epoca.
Eppure, per Parise, l’unico tempo della vita è quello della cronaca, perché il frammento di esperienza ha un valore assoluto, mentre tutto ciò che è ricostruzione storica è inganno inerte, è costruzione fine a se stessa, è già deceduta prima di nascere. Se, a livello di senso comune, la cronaca è transeunte, in realtà per Parise mantiene un valore di realtà, ed è per questo più credibile della Storia stessa.

 

 

 

 

 

Lontano
Goffredo Parise
a cura di Silvio Perrella
Adelphi, Milano, 2009
pp. 126

Lascia un commento

Sostieni


Facebook