“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Valentina Chiefa

“Un Principe”: recitare l’Abisso

Buio.
Luce, ma solo vivamente “recitata” con una penombra accesa: il buio è uno stato interiore definitivo, così come lo è il vuoto dello spazio scenico. Appena Amleto si muove e parla, in sala ridacchiano tutti, più o meno divertiti, più o meno sorpresi. O inquietati, come chi scrive. Si ride perché forse, Amleto è “un principe” come nell’immaginario sono tutti i principi, virile, autorevole nelle movenze e nella voce, con-fuso con la forza, la consapevolezza, la tenacia e la spada, un personaggio che all’inizio della tragedia di Shakespeare è rabbuiato, scosso dalla morte del padre e disgustato dal tradimento della madre, un uomo luminoso e distante, sensibile e sensibilmente astuto, che per vendicare l’ingiusta morte del padre, studia e recita la parte del folle, una pazzia scaltra e turbolenta dunque, come lo è il suo “dire”, così capace di spalancare la realtà, così potente da distruggere un regno.

"Ilva Football Club": la poesia del Reale

 

L’inquietudine e la malinconia di chi anima e ama Taranto restano lontani dalla ribalta nazionale. Raccontarla, oggi, non prevede che qualche collage, qualche veloce inchiesta disponibile a microfonare le sue voci qua e là, disordinatamente. Si discute con le istituzioni e di processi, polemiche, decreti governativi, di espropri, proteste dei lavoratori, lavoro, crisi, questione operaia, delinquenza. E dei “cadaveri rossi”, i loro nomi e le loro vite, della gente morta per colpa delle polveri minerali sputate dall’Ilva? Se ne parla, certo, ma non abbastanza. Se ne parla ma non si piange, non abbastanza.

"La porta": le conseguenze dell'amore

Si dimentica spesso che la critica è l’inseguimento, pudico e onesto, di un altro inseguimento, e che alcune opere lo esigono.
Se il critico si presta allo sconcerto, se non fa il mimo e non chiosa da scaltro, se non gioca con la penna da schiaffi ma, davvero, è disposto a “perdersi” e a correre dentro e dietro le parole di “un Altro”, si predispone a ricevere il dono di certi indizi, tracce, relitti di navi invisibili nascoste tra le pagine. E tra le mille navi, tra tentacoli di Cerianto e filamenti di alghe, gorgonie e coralli, la strada sarà molteplice ma viva, i suoni stravolti ma sinceri, e anche le parole – che poi, nello sconcerto acquamarino, a chi appartengono le parole e le tracce? Al critico o all’autore?
Tutto è confuso ma è necessario rischiare, avere fiducia, essere disponibili allo scacco. Ciò che conta è perdersi, annusare, origliare, inseguire tracce, raccogliere relitti. Saper fallire al quadrato.

"Cannibali": i rituali della paura di non esistere

A teatro, ci si va per non uscirne vivi.
Imparare, che è il dono del teatro (del buon teatro) – imparare a riconoscere e a trasfigurare le menzogne della e sulla vita, imparare a raccogliere qualche vergognosa rivelazione che ci riguarda come "maschere" – porta sempre con sé il tormentato, paradossale, istinto di cadere, di essere “puntati”, vinti. Nessun posto a sedere è più alto, pericoloso e libero della poltrona da spettatore di un teatro. Il corpo mosso dalla curiosità e dalla paura, poi la curiosità e la paura fino alla prima battuta dello spettacolo, poi il primo respiro sulla scena, e poi cadere, cadere, imparare, salvarsi – forse. Non se ne esce vivi, mai come prima almeno.

"Crysi": per i piedi lividi e scalzi dei nuovi pazzi

Pazzi, sono pazzi.
Pazzi quelli che si ammalano di buio, il vuoto spento di una stanza con le sigarette, testa e tv accese. Pazzi quelli che si invaghiscono della furia delle slot machine dentro un bar popolato di “sagome”, “uomini vuoti” scelti da una vita a gettoni – che almeno quella, fa soldi e rumore. Pazzi quelli che si ammalano di speranza, paura, disperazione, di invisibilità, futuro, solitudine, e che ingoiandole si avvicinano all’inazione destabilizzante o ad un lavoro umiliante, sottopagato, peggio ancora non retribuito. Pazzi, quelli che si ammalano di depressione fino ai saccheggi psichici della “melancolia”, fin spesso al suicidio, anche, già. Pazzi quelli che “Di nostro non abbiamo quasi più nulla. Di nostro non rimane che il volto, i corpi, la voce. A volte nemmeno quella”. Pazzi quelli che si ammalano di “imbarazzo” perché agosto senza il mare, le vacanze, è il mese più triste dell’anno, e si prende il sole dal balcone come pesci isolati dentro una bolla opaca. Pazzi quelli che “tutto è uguale: i giorni, le stagioni, tutto”, si mastica il niente, si aspetta che accada qualcosa, e intanto si diventa gechicerchiamo la luce. Sono pazzi quelli che “le lacrime si bloccano e ti fanno male alla gola”, ti rendono cattivo, stupido. Pazzi quelli che iniziano a coltivare “la colpa”, perché dopo un po’ il dolore, le privazioni, la vergogna, ti sembra proprio di meritarteli.

La febbre e l’alba dei marinai di zattere

Sotto un cielo rosso-porpora, Taranto, che canta un Sud percosso da croci, ricatti, fumi e disperazione, si muovono sei voci che dondolano come zattere nel mare della precarietà e della crisi, della globalizzazione e dell’invisibilità dei diritti, della corruzione, dell’umiliazione e del nichilismo. Sei vite di sopravvissuti attaccate ad una “cuffia”, quella del call center Teleperformance, che è valore, tentazione, gratitudine, pasto e riparo – perché necessario è pagare le bollette, necessario è mantenersi un tetto sulla testa, necessario è crescere i figli, necessario è pagarsi gli studi, sostenere il sogno, “l’altra” vita che, poi, non arriva mai – ed è spina, arma, condanna, ricatto: o questo lavoro o niente.
Sono sei storie di ferocia, ed è tutto vero.

Attenzione. La parola amore esiste. Leggere con cautela il foglio illustrativo

Lei e Lui.
LEI: ... mi sento... sempre frenata. Per esempio, […] quando cammino ho l’impressione che devo scegliere tra il piede sinistro e il destro. Poi ci sono i numeri, ma forse non è importante eh... No perché il due per me è solitudine. Scissione. Perciò anche l’undici non va bene perché è uno più uno che fa due. Il tre invece è l’amore, è un buon numero. Ventisei è Dio, ventisette Dio e amore, cioè l’amore perfetto. Ci sono i numeri, ci sono i colori, ed io li devo ascoltare.
LUI: Cosa c’entrano i colori con i numeri?
LEI: C’entrano. Nero è... non va! Perciò bisogna passarli a destra. Bianco invece... ci si può permettere di passarli a sinistra. Il problema è il rosa... a volte bisogna passarli a destra, a volte a sinistra.
LUI: Come mai?

"Bisognerà"...

C’è un bambino là fuori al quale tempo fa ho mentito per qualcosa come venti volte, senza pudore.
Anche tu, vero?
Vedendolo inciampare qua e là, poi cadere per via di un qualche buco-pozzanghera, non ti sarai certamente soffermato a spiegargli i pericoli delle strade dissestate, quanto il fatto che, per esempio, “il sole ha bisogno di buchi pieni d’acqua. Per riflettere” (mmhà!). Funziona così, dissi io. È una legge di natura. Quale? È una legge di natura “misteriosissima”. E lui, dal basso del suo ginocchio sbucciato e muco al naso, mi ringraziò con un bacio a sei denti pieno di attesa per il seguito del “Tractatus” di scienza metapaperina, volume secondo. E ancora, non dimentico il suo "Perché l’amico mio piange sempre?". Forse è a corto di storie, gli feci sottovoce.

Il circo di Iza

La incontrerai. E la riconoscerai subito.
In quegli occhi seduti al bar, ingoiati da quaderni di carta altezzosi – sì, dev’essere lei, paga e indifferente al mondo mentre sorseggia il suo caffè. La riconoscerai anche dal vestito scuro in fila alla cassa del supermercato. Sarai dietro di lei, a precipizio sulle sue scarpe chiare, i movimenti regolari delle ciglia che non mostrano alcun desiderio di planare da qualche parte, niente. La individuerai tra tante in una fugace conversazione, e poiché sei un tipo a cui piace andare in fondo alle canzoni, ti farà andare su tutte le furie, perché ingannerà i suoi piccoli turbamenti dentro una lingua elastico-cortese, vorrà imbrogliarti con una battuta compiacente, con una domanda stirata bene, sino alla fuga improvvisa.

Così è se vi (ap)pare

Mezzogiorno pieno. E scrivo responsabilmente.
Tutto bene. Simbolo con simbolo, un gradino dopo l’altro. Instancabilmente, tutto procede. E poi eccola lì. La mezzanotte che mi sballa. Suona in testa e mi rende suonata. Mi solletica con un atto di irresponsabilità. Infischiarsene degli ismi, dice. Cosa?! Come infischiarmene? Fuggire dal sovrappiù intellettualoide della luce, mi ripete. La mia personalità di Mezzogiorno vorrebbe dirmi che non “dovrei” essere del tutto in accordo con me stessa su questo atteggiamento, poi però sono tentata. Dunque che si fa? Dunque si va. Ho deciso, allora. Abbasso i gomiti? Me ne infischio dei tuoi gomiti, ascolta.

Pagina 1 di 2

Sostieni


Facebook