“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 24 Novembre 2015 00:00

"Crysi": per i piedi lividi e scalzi dei nuovi pazzi

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Pazzi, sono pazzi.
Pazzi quelli che si ammalano di buio, il vuoto spento di una stanza con le sigarette, testa e tv accese. Pazzi quelli che si invaghiscono della furia delle slot machine dentro un bar popolato di “sagome”, “uomini vuoti” scelti da una vita a gettoni – che almeno quella, fa soldi e rumore. Pazzi quelli che si ammalano di speranza, paura, disperazione, di invisibilità, futuro, solitudine, e che ingoiandole si avvicinano all’inazione destabilizzante o ad un lavoro umiliante, sottopagato, peggio ancora non retribuito. Pazzi, quelli che si ammalano di depressione fino ai saccheggi psichici della “melancolia”, fin spesso al suicidio, anche, già. Pazzi quelli che “Di nostro non abbiamo quasi più nulla. Di nostro non rimane che il volto, i corpi, la voce. A volte nemmeno quella”. Pazzi quelli che si ammalano di “imbarazzo” perché agosto senza il mare, le vacanze, è il mese più triste dell’anno, e si prende il sole dal balcone come pesci isolati dentro una bolla opaca. Pazzi quelli che “tutto è uguale: i giorni, le stagioni, tutto”, si mastica il niente, si aspetta che accada qualcosa, e intanto si diventa gechicerchiamo la luce. Sono pazzi quelli che “le lacrime si bloccano e ti fanno male alla gola”, ti rendono cattivo, stupido. Pazzi quelli che iniziano a coltivare “la colpa”, perché dopo un po’ il dolore, le privazioni, la vergogna, ti sembra proprio di meritarteli.

Sono i nuovi pazzi questi Pazzi, e si chiamano: disoccupati. Si chiamano: precari.
Sono dappertutto, sono i pazzi che il nostro Tempo deve tenere a bada, sono i suoi Figli archetipici. E vanno gestiti, nascosti, curati. Strumentalizzati, spettacolarizzati. Dimenticati, soprattutto.
Il nostro Tempo – che è la Politica, barbara e indifferente, che è l’Informazione, bugiarda e morbosa verso la “vita umana” della notizia, ed è la Società, egoista e spaventata di ciò che è troppo reale, oramai poco virtuale – viene fotografato, agitato, scandagliato e raccontato dalla penna severa, abile e sensibile di Alberto Fumagalli nel suo secondo romanzo, Crysi, edito dalla Giuliano Ladolfi Editore.
Fumagalli costruisce una Storia-simbolo le cui due metà, alla fine, al di là del bene e del male, si riveleranno entrambe colpevoli, entrambe folli. Da un lato ci sono i vinti, la famiglia Tricolore. Dall’altro, i barbari-assalitori: i Mass Media, gli incantatori dell’Informazione pubblica, e “Crysi”, che nella trama è la “Comunità Nazionale di recupero” nata per volontà del Governo e del Presidente della Repubblica allo scopo di aiutare e riabilitare le persone colpite da Disoccupazione e Precariato. Il romanzo raccoglie i monologhi dei protagonisti: per ogni voce un capitolo, per ogni prospettiva un’emozione dominante, un tono ed uno stile distintivo, una scrittura differente.
Prima parte: le voci di Casa Tricolore, niente profumi né suoni né sogni.
Il Padre-Marito. A quarantanove anni perde il lavoro, e trovarne un altro, alla sua età, è una “pretesa” ridicola. La sua è una prosa spezzata di versi, l’anima frammentata dal dolore, fatta a pezzi da vergogna, senso di colpa, vuoto, spaventata dalla minaccia di Crysi – perché di Crysi so tutto, io non voglio ma Crysi, oramai, arrivano domani. Vengono a prendermi.
La Moglie-Madre. Precaria, fa un lavoro che non è il suo pur di infilare qualche soldo in casa, scrive di corsa pur di non avere paura, schiaffeggia l’invisibilità e si punisce con una commedia inquietante sui capelli – quei capelli che non servono più e che non sono mai abbastanza. Una moglie che spera che Crysi sia “la” soluzione, una donna che dorme in un letto di vedova bianca, perché la disoccupazione stordisce anche l’amore.
Il Primogenito. A un anno dal diploma ancora in cerca di lavoro, si costringe alle vendette e alla bestemmia, ad un esercizio di disperato e allucinatorio cinismo, col quale saccheggia la sua fragilità di ventenne, di figlio. Si fa padre del padre, per salvarlo, per salvarsi.
Il Secondogenito. È il piccolo di famiglia, deriso dai compagni di scuola per il maglione sempre uguale, la pelle bianca tutto l’anno. Qui, più che altrove, l’autore si fa “mimo”, e riesce davvero a rendere la sua voce interiore di bambino: utilizza espressioni che, dolcemente, ignorano la grammatica dei grandi, ricalca gli occhi spalancati con la corsa di pensieri senza punteggiatura, rende il temperamento timido con frasi riavvicinate, dichiarazioni corte e limpide, singhiozzate tra punto e punto. La tenerezza colpita dall’atrocità del reale, lo spaesamento e l’incomprensibilità per l’orrore e la vergogna piombati sull’infanzia.
Ultima parte: la Comunità Crysi e i Mass Media.
Crysi è il sanatorio contemporaneo per matti concepito dai “cervelli”-Italia, naturalmente a pagamento, che nasconde orrori, magagne e segreti di inaudita violenza come la procedura d’accesso, compiuta a “occhi stretti e truci, grigi”: pazienti ignari “prelevati” dalle loro case, convinti con le buone, “la promessa dell’indeterminato”, o con le cattive, punturine di calmanti e sonniferi. Trascinarli via, punto e fine della storia: deportazione legalizzata. Crysi, un gruppo di pericolosi prestigiatori, “succhiasoldi dello Stato” col camice bianco, venduto da giornali, televisione, Internet, come un’associazione di “professionisti” del recupero psichico – e tutti che abboccano alle leccate della salvezza. Crysi è molto più che un artificio narrativo, e Fumagalli rende bene la viscida comico-tragicità del potere con i tre personaggi – due esperti funzionari della Clinica e il giovane stagista, il raccomandato – che incarnano certi “soliti” vizietti italiani: le “femmine”, possibilmente minorenni, la chioma montata ad arte, la violenza senza scrupoli, i soldi facili, la digitalizzazione delle emozioni che prima di essere vissute vanno “instagrammate”, il silenzio colpevole ed indifferente. Poi, la farsa dei mass media che “markettando” le informazioni, manipolano la nostra volontà, la libertà di scegliere, di agire ad alta voce, con la nostra voce.
Ma allora, chi sono i veri pazzi?
Il finale che Fumagalli costruisce è negativo, e deve esserlo, perché il romanzo è una fotografia sul Presente (dal sito dell’autore, che scrive: “Crysi esiste già, anche se non materialmente”) e contemporaneamente un avvertimento sul Futuro (“se qualcosa non cambierà in questo paese, Crysi arriverà”), e perché attraverso le vicende dei protagonisti ci solletica con un sospetto oggi più che mai urgente: che siamo tutti colpevoli, barbari e vinti.
Sono colpevoli lo Stato, la Politica, i canali di Informazione, perché non annusano l’atmosfera plumbea di chi un lavoro non ce l’ha, perché infilzano la dignità con provvedimenti vuoti che non aiutano né chi assume né chi è assunto, lasciando ciascuno, solo, con la sua discriminazione. Perché non guardano “in vita” nessuno, se non per cercare “attori” di una regia vendibile e “spettacolosa”: la crisi è un gioco, senza “Umani”.
Sono colpevoli anche i vinti. Colpevoli perché nella disperazione smettono di pensare con la propria testa, si abituano a non lavorare o a non fare il proprio lavoro o a farlo gratuitamente, smettono di cercare una soluzione, di essere curiosi, di studiare, cercare di capire, ricordare, e soprattutto: aspettano. Sono colpevoli perché credono e aspettano, anestetizzati dalle parole di un sistema-Stato che propone il talk-show delle ferite, e dimenticano, tutti, che il lavoro è un “diritto”. Sono colpevoli perché smettono di considerare la crisi come un’opportunità, una zona di transizione tra vecchio e nuovo mondo, una scommessa per le proprie gambe. E allora si rassegnano, non misurano più il proprio coraggio d’azione e iniziano, pure loro, a giocare: la rabbia proclamata soltanto dentro un social network, poi buonanotte e tanti cari saluti – “Ci siamo conosciuti così con tanti sogni e grazie di tutto”.
Nel dilagare attuale delle opere sulla crisi, sulla precarietà e sulla disoccupazione, Fumagalli resiste alla tentazione di mettere in ombra la cronaca della vita interiore, di scambiare le esistenze con dati, statistiche, numeri, video, grafici e percentuali, e scrive una Storia fatta di Persone, carne vera, silenzi e ossa, con un impianto concettuale duro ma preciso, un’architettura chiara che concede al lettore una veloce corsa sulle pagine, non senza l’aspettativa spalancata e il singhiozzo. Con Crysi festeggiamo una generazione di narratori contemporanei che non si arrendono, e raccontano. E raccontando la realtà compiono l’unica Rivoluzione di cui, a dispetto della nostra memoria, siamo capaci tutti: dire no, dire perché.
Dire: no. Dire: perché. Non dimentichiamolo, mai.

 

 

N.B.: Immagine di copertina: Daniela Caciagli, Happy Hour (2011, tela, tecnica mista − part.)

 

 

 

Alberto Fumagalli
Crysi

Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2015
159 pp.

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