“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Sabato, 30 Aprile 2016 00:00

"La porta": le conseguenze dell'amore

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Si dimentica spesso che la critica è l’inseguimento, pudico e onesto, di un altro inseguimento, e che alcune opere lo esigono.
Se il critico si presta allo sconcerto, se non fa il mimo e non chiosa da scaltro, se non gioca con la penna da schiaffi ma, davvero, è disposto a “perdersi” e a correre dentro e dietro le parole di “un Altro”, si predispone a ricevere il dono di certi indizi, tracce, relitti di navi invisibili nascoste tra le pagine. E tra le mille navi, tra tentacoli di Cerianto e filamenti di alghe, gorgonie e coralli, la strada sarà molteplice ma viva, i suoni stravolti ma sinceri, e anche le parole – che poi, nello sconcerto acquamarino, a chi appartengono le parole e le tracce? Al critico o all’autore?
Tutto è confuso ma è necessario rischiare, avere fiducia, essere disponibili allo scacco. Ciò che conta è perdersi, annusare, origliare, inseguire tracce, raccogliere relitti. Saper fallire al quadrato.

La porta di Magda Szabó è una di quelle opere che esige, per “criticarla”, di lasciare gli incantesimi da prestigiatori, perché non è solo il racconto di una relazione, un monologo che ci conduce dentro le riflessioni di un rapporto conflittuale tra due donne, ma una storia complessa sulla grazia violenta dell’amore, sui suoi confini e sulle sue conseguenze. La porta è canto, racconto sincero, vibrante e cupo di un incontro enigmatico, raro, carico di rivelazioni inconsce, e richiede tutta la pazienza di una lettura “acquatica”, tutta la consapevolezza che sono i suoni e le orme anonime che contano, nient’altro.
Con una scrittura profonda e avvincente, che anticipa ma non spiega, lasciandoci correre in avanti – per la sete di eventi, ideati e costruiti magnificamente – e indietro – per la musicalità di certi impianti stilistici – la Szabó costruisce una trama lineare, ricca di elementi autobiografici e riferimenti storici ai drammi del Novecento. L’io narrante, Magda, una scrittrice sposata ad un altro scrittore, ha bisogno di una donna che li aiuti nelle faccende domestiche, e conosce Emerenc Szeredás. La trama racconta l’evoluzione di un rapporto fin da subito conflittuale.
Le due donne sono mondi distanti, votati al circolo di continue rotture e avvicinamenti profondi. Emerenc, la vera protagonista del romanzo, è una donna “assolutamente sola”, millenaria, ruvida, riservata, schiva, capace di incredibili, instancabili, prestazioni da governante; un rivoluzionario politico, un Gesù e un filosofo travestiti da vecchia esigente e burbera, indifferente e capricciosa come un sovrano, cerea e piangente come un Anticristo.
Magda, la scrittrice, sembra invece nascere al nascere del loro rapporto, e da questo amore ne viene fuori come un Pinocchio, un’entità indefinita, un legno in fuga che cerca la cenere, un burattino col destino di correre e sbagliare, avere fame e attrarre punizioni dalla Fata-bambina-Matrigna eterna e bianca, un’intellettuale persa nell’inverno della sua infanzia che fatica a capire le cose più semplici – “ritornavo, appena possibile, nella città dov’ero nata alla ricerca di cose irreparabilmente scomparse [...] e naturalmente non trovavo nulla perché chissà dove scorreva in quel momento l’acqua del fiume che trascina i cocci della mia vita” (p. 9) .
Tra le due donne, anche di fronte alle vicende truci e indescrivibilmente dolorose che Emerenc racconta del suo passato e vive davanti ai nostri occhi di lettore, la persona davvero accerchiata dalla disperazione, che alla fine ha bisogno di essere ritrovata e consolata da una potente e macabra allucinazione, è Magda, non Emerenc. È Magda che sperimenta la difficoltà di non essere capiti, il vagabondare del linguaggio per il desiderio di approvazione, le caricature infantili e violente del bisogno e della trasformazione di sé, l’orrore maturo della colpa, lo schianto dei meccanismi di vergogna della cura, il vuoto della perdita – “era lei che non capiva che il nostro era reciproco amore, poteva sferrarmi pugnalate da mettermi in ginocchio. Proprio perché mi amava, e perché io amavo lei. Solo chi mi è vicino può farmi male davvero” (pp. 155-6). Di Emerenc sperimentiamo solo la potenza della volontà, la disubbidienza fiera, l’inesorabilità del suo eroismo di Medusa, ma mai la debolezza. Emerenc è l’inaccessibilità, il totalmente-Altro che non vuol essere “scritto” da nessuno. Magda, invece, è la domanda delirante, continua. È lei che ha bisogno di essere scritta – soccorsa, amata, salvata dalla solitudine, dall’inconoscibile, dallo spavento, dalle sue incertezze sulla vita concreta, dalla paura della morte, tutti fantasmi di Emerenc che lei stessa attrae.
Per queste ragioni, la casa di Emerenc viene costruita dalla Szabó come il luogo della città proibita, un santuario, intelaiatura inattaccabile, sacra. La sua porta è un’ascia che separa il mondo dei vivi (la morale, il pensiero, dio, gli intellettuali) dal suo mondo (pieno di segreti e di animali, i veri intermediari tra la natura e le forze creatrici invisibili), e per tutti rimane inaccessibile. Fino a che, per amore, non decide di aprirla per Magda.
Luogo di passaggio, invito e possibilità di cambiamento, la porta non è solo il riferimento all’elemento cardine della storia delle due donne, ma anche un titolo giusto per raccontarla, il simbolo di un attraversamento profondo che è l’amore, qui vissuto non come liberazione estatica e salvifica, ma come esperienza di devozione arlecchina, ribellione da marionetta, trasformazione profonda di sé, nodo destinato a non risolversi mai.
In questo senso l’apertura della porta di Emerenc costituisce in sé una grande opportunità per entrambe perché è promessa d’arrivo ad una realtà nuova che è l’Altro – “Io sono la porta, se qualcuno entra attraverso di me, sarà salvato” (Giovanni, 10, 9) – ma il passaggio è buio, carico di presagi violenti sull’amore che purtroppo si realizzeranno, e che travolgeranno entrambe: l’estasi è imparentata col tormento del dubbio e della colpa (per Magda), lo svelamento di sé con le menzogne del tradimento e l’abbandono (per Emerenc), la fiducia con le lordure imprevedibili, e inaccettabili, provocate dalla malattia (per tutte e due). Valicata la porta, le verità di entrambe si curveranno, devote e deliranti.
La porta è un libro sull’amore, sul difficile attraversamento di un attraversamento impossibile. È la narrazione di quel confine che l’amore travalica spalancando tutto, incenerendolo come una misteriosa benedizione. Come fa il vento.  

 

 

 

 

Magda Szabó
La porta (1963)

traduzione di Bruno Ventavoli
Torino, Einaudi, 2014
pp. 259

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