"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 28 Maggio 2014 00:00

Il gioco di Dostoevskij

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È cosa ardua e piena di responsabilità parlare degnamente di Dostoevskij, anche soltanto della sua mania per il gioco, perché la grandezza e la potenza di quest’uomo richiedono una capacità di racconto che non mi appartiene.

La prima immagine che appare all’occhio della mia mente quando pronuncio per intero il suo nome – Fëdor Michajlovič Dostoevskij – è il ritratto compiuto da Vasilij Perov, visibile alla Galleria Tret’jakov di Mosca: Dostoeskij siede al centro della tela, alle spalle si intuisce il lembo di uno schienale che pare fatto d’ombra e d’oscuro; la gamba sinistra sulla destra, la mano destra intrecciata alla mano sinistra; le scapole vagamente inclinate nel punto in cui il buio che cala dall’alto si fonde al color ruggine che domina la parte bassa dell’opera. Il suo volto è pallido, terreo, con le gote incavate, la pelle screpolata alle tempie, la fronte bianca e spaziosa, i capelli divisi da una fila ordinata. Gli enormi zigomi slavi gli danno una forza che non è confermata dalla posa; della bocca – vermiglia e sottile – si nota solo il labbro inferiore mentre quello superiore, al pari del mento, è coperto dalla boscaglia rossiccia, dalla lunga barba assolata. Gli occhi sono due punte di spillo, due tocchi di nero, sono due profondissimi pozzi minuscoli.
Il volto di Dostoevskij ha una forma semplice, elementare, primitiva: potrebbe appartenere ad un uomo che ha dedicato tutta la propria esistenza al fallimento; potrebbe appartenere al proprietario di una bottega di cianfrusaglie che, perso tra gli oggetti sporchi e impolverati, non ha mai visto la luce; potrebbe appartenere a un povero che, in tutta la sua vita, non ha mai percorso un chilometro e non ha mai inventato una storia.
È, invece, il volto di un genio.

Anche il suo destino appare, al primo istante, comune e ordinario. È solo dopo qualche secondo, quando ci torna alla mente tutto ciò che di lui abbiamo letto e saputo, che ci ricordiamo di quanto – la sua vita – sia stata un martirio. La miseria, la malattia e il dolore fisico, le avverse condizioni economiche, la prigionia, la fuga e l’esilio, la carnale nostalgia della patria, la sfrenatezza sessuale, il senso poderoso di peccato, le privazioni di cibo e gli eccessi di vino, la lacerazione dei nervi, la voluttà insaziabile, il continuo desiderio di solitudine fino al decadimento veloce, precipitoso, abissale. Secondo Stefan Zweig “il destino di Dostoevskij ricorda l’Antico Testamento”: eroico, egli lotta contro l’angelo, come Giacobbe e, ribellandosi a Dio gli soccombe, come avviene per Giobbe.
Scopriremo che non vi fu attimo felice senza che l’attimo successivo generasse infelicità; che non vi fu mai gloria che non fosse seguita dal crollo; che non vi fu mai libertà che non portasse in galera. Come se il misterioso padrone del suo destino si divertisse a lanciarlo in alto, per vederlo precipitare più in fondo, schiacciato dal volo, disfatto dalla sua stessa fama.

"Ci sono bambini, che sin dall'infanzia riflettono sulla propria famiglia, sin dall'infanzia sono umiliati dall'aspetto poco dignitoso dei loro genitori, dei loro familiari e del loro ambiente, ma soprattutto sin dall'infanzia cominciano a capire la caoticità e la casualità dei principi di tutta la loro vita, l'assenza di moduli prestabiliti e di tradizioni ereditarie" (L'adolescente).
Dostoevskij nasce in un asilo di poveri; la prima ora gli assegna il suo posto: disprezzato, periferico e nascosto, nel quale il colore più frequente è il grigio-perla dei muri e l’odore consueto è il tanfo marcio dell’umido. Vive vicino, poi accanto, poi in mezzo alla feccia della società così che la sua pelle s’imbratta subito del dolore, della sofferenza, del senso di rifiuto e condanna. Suo padre, medico militare come il padre di Schiller, è di famiglia nobile; sua madre è una contadina tolta alla terra, agli stenti, alla fame. Passa i suoi primi anni di vita in uno stanzino da cui penetra un solo raggio di luce: tra le ore undici e le ore quattordici. Non ha infanzia: “una macchia grigia e vuota sta nella sua biografia là dove, in altri poeti, sorgono quadri allegri e sorridenti, ricordi affettuosi e un dolce rimpianto” (ed è ancora Stefan Zweig a parlare).
Quando – adolescente – esce da questo palazzo oscuro, fatto di cemento e di piaghe, nel quale la notte gli uomini ululano come lupi feriti, Dostoevskij sceglie il proprio rifugio terreno ovvero sceglie lo spazio in cui abitano gli insoddisfatti, il luogo in cui vivono i trascurati: il mondo dei libri.
Legge moltissimo Dostoevskij, giorno dopo giorno e notte dopo notte, nutrendo pericolosamente la propria inclinazione al fantastico e al solitario. Sono gli anni del sottosuolo ovvero sono gli anni in cui i pensieri gli si arrovellano in testa, producendo umorali scatti di nervi, ira improvvisa, un lancinante senso di mancamento. Pensa con gioia alla dissolutezza, prova a realizzarla, se ne ritrae disgustato; pecca e prega, prega per non peccare più, pecca di nuovo, di nuovo prega sperando di non dover pregare di nuovo. Sogna, medita, trascorre interi pomeriggi disteso tra i cuscini laceri di un divano consunto, riflette, pondera, inizia trame che non scrive, scrive trame che non continua, assegna ai personaggi nomi che poi non usa, fa risuonare nomi che non hanno ancora i loro personaggi. Vive così alcuni anni – cupa crisalide informe – mentre osserva crescere la sua barba, farsi più spessi i suoi muscoli, più deciso ogni suo gesto.
Talvolta lo assale l’ipocondria, una mistica paura di morire o un più banale desiderio di alcol. Di notte traduce Eugénie Grandet di Balzac e il Don Carlos di Schiller – alla ricerca di qualche spicciolo, in cambio di un pasto e di una giacca da mettere – mentre di giorno lo si vede fremere, piegato a un tavolino che ha tre gambe sane e una inchiodata da certi spuntoni rubati a una carrozza borghese.
È da questo scombussolamento, magistrale e irrefrenabile, che nasce Povera gente.

Non diremo nulla del romanzo ma soltanto dell’episodio più celebre ad esso legato, perché sia chiaro quale spira di tormenti e di ansie percuota – dall’interno – il petto di Dostoevskij. Terminata l’opera insiste a rileggerla, sempre più diffidente: pensa di farne cenere da camino, pensa di gettarla dall’alto di un ponte, pensa di disperderla dalla finestra. Si convince di aver scritto una vicenda misera, resa in uno stile che gli sembra ancora più misero. È questa stessa disperazione che lo spinge ad allontanare da sé le pagine: le afferra, le impugna, le stringe, ne fa un breve tubo cartaceo che consegna a Nekrasov – il grande poeta, il luminare della parola – perché “ne faccia ciò che desidera”.
Passano due giorni, nei quali lavora ad altre traduzioni finché gli resiste lo sguardo, finché non lo assale la stanchezza, finché non si consuma la candela con cui si fa luce. Improvvisamente – alle quattro di un mattino ancora addormentato – sente squillare il campanello. Dostoevskij è sul divano, ancora vestito, riposa. S’alza a fatica, con i segni curvi del cuscino alle tempie, gli occhi imbolsiti, uno strano bruciore allo stomaco. Apre la porta, riconosce Nekrasov che – subito – gli si getta tra le braccia, baciandolo in maniera esultante. Insieme a un amico ha letto Povera gente, non riuscendo più a smettere. Ne è rimasto tramortito, scosso, turbato finché non ha sentito una lacrima, e poi un’altra e un’altra ancora, scendergli sulle guance. Nekrasov ha pianto, leggendo Povera gente poi, asciugato il segno di questa tenerezza letteraria, ha sentito il bisogno di abbracciare il giovane autore.
Dopo alcune ore Nekrasov si reca anche da Belinskij, l’onnipotente critico della Russia che s’illude di comporre solo capolavori:
“Un nuovo Gogol’ è nato” gli dice.
“Da voi i Gogol’ nascono come i funghi” è la risposta.

Lo abbiamo già scritto: all’estasi segue il tormento, alla gioia seguita il dramma. Non fa in tempo a barcollare per strada, ebbro del successo letterario, che è costretto alla caduta. Sono di nuovo le quattro di un mattino; squilla di nuovo il campanello; Dostoevskij è di nuovo sul divano, vestito, che riposa; ha di nuovo i segni del cuscino alle tempie, gli occhi imbolsiti, il bruciore allo stomaco. Apre la porta ma non vi ritrova Nekrasov bensì i gendarmi, gli ufficiali e i cosacchi. "Per ordine supremo, voi siete in arresto".  Una piccola folla gli invade la stanza, mettendola più in subbuglio di quanto non sia già in subbuglio: rovistano negli armadi, gettano a terra i volumi, fanno scivolare spudoratamente le dita nei cassetti, rompono un vaso, strappano una tenda, sigillano porte e finestre. Dostoevskij viene portato – mentre l’alba annuncia l’ennesimo giorno piovoso – alla Fortezza di San Paolo, dove langue per quattro mesi, senza che mai gli sia riferito il reato di cui lo si accusa. Noi posteri sappiamo ciò che lui non seppe in quei quattro mesi: la colpa consiste nell’aver preso parte ad alcune discussioni patriottiche, rivoluzionarie, nelle quali si parla di servitù della gleba, riforme del tribunale, stampa e censura.
Per questo lo si sospetta (erroneamente) tra coloro che, nel gruppo fourierista, prepara la “cospirazione di Petraševskij”.
Per questo viene condannato. Alla fucilazione.
È nell’ora imprecisa in cui il giorno non è giorno anche se la notte ha già smesso di fare da notte, che viene prelevato assieme ad altri nove compagni, vestito con la camicia mortuaria, spinto in una carrozza e portato nel mezzo della grande piazza Semënovskaja e, qui, legato ad un palo. Fa in tempo a scorgere le stamberghe annerite della periferia, le pareti mattone di una caserma, le cinque cupole dorate della cattedrale adiacente poi gli bendano gli occhi. Può solo sentire. Sente leggere la condanna a morte, riconoscendo il suo nome. Sente il rullio dei tamburi che gli rimbomba nei timpani. Sente il sibilo del vento prima che, ghiacciato, gli arrivi sul volto scavandone i muscoli sotto la pelle.
I fucili sono pronti, diritti, stretti tra le mani di chi ha il compito di sparare. Il pollice del soldato cui tocca trafiggere le costole di Dostoevskij poggia il polpastrello al grilletto, lo carezza, gli rende una leggera pressione. Potrebbe già uccidere: la pallottola è pronta, la canna punta al torace.
Ma l’ufficiale di reparto alza la mano, sventola una pezza bianca, legge il foglio che gli è stato appena recapitato e che reca la dichiarazione di grazia: la condanna a morte è commutata in lavori forzati.

Quattro volte trecentosessantacinque giorni, trascorsi all’interno di una casa recintata da filo spinato e da millecinquecento pali di quercia. Due soli amici (un cane rognoso e un’aquila ferita), un solo libro a disposizione: la Bibbia.
Una piccola stanza di pochi metri quadrati con, dentro, uno sgabello, la branda di ferro, il tavolo, il lavandino. La finestra è imbiancata, sigillata, protetta da triple inferriate. I muri sono di grosse pietre squadrate, la porta è ampia, nera, massiccia e ha − nel mezzo − una lunga e stretta fessura che fa da spioncino. Dostoevskij ha indosso abiti lerci, ha le catene ai piedi, ha i calli alle mani; nello stomaco quasi sempre ha zuppa di cavolo e pane nero. Non ha più nome né identita, è diventato un numero, la cifra contenuta in un elenco di cifre, un codice cui corrisponde l'ennesimo sepolto vivo. Gli vengono imposte domande che non comprende, viene associato a persone che non ha mai conosciuto, gli rinfacciano dichiarazioni che non gli appartengono. Poi la semilibertà, la permanenza da sorvegliato in Siberia, il divieto di scrivere. Quando ritorna in città è un’ombra sottile, appena percepibile, che scivola sui muri inosservata. Il suo nome non è che il ricordo di un uomo che un tempo ha vissuto; il suo romanzo è l’opera cancellata da un caso di cronaca; la sua fama è un episodio di cui non si ricorda più nessuno. I protettori lo hanno abbandonato, gli amici sono scomparsi. Pietroburgo non è più Pietroburgo ma un affollato ricettacolo di uomini sconosciuti, scostanti e crudeli, indifferenti.
Non proseguiamo oltre con la resa biografica di Dostoevskij. Il suo primo libro, la sua prima galera. Basta questo per comprendere quanto lo alletti la fortuna, inducendolo a provare sollievo nel momento stesso in cui lo sta ingannando, derubandogli un pezzo di futuro.

“Felice? Non sono mai stato felice, o almeno mai come ho sognato di esserlo”.
Tra i molti demoni che si divertono a scherzare con la vita di Dostoevskij, due si distinguono per particolare furbizia, per ostinazione animosa, per cattiveria continua. Il primo è l’epilessia.
Mentre redige un capitolo di un romanzo, quando passeggia per strada, nel mezzo della cena, durante il sonno, a metà di un discorso svolto in pubblico, nell’attimo esatto in cui beve un bicchiere d’acqua, quando è intento ad arricciarsi i peli della barba, seduto alla scrivania, o mentre è assorto, in silenzio, a guardare dalla finestra una passante che indossa una gonna nera dai ricami viola, rossi e blu: il “demone soffocante” gli mette una mano alla gola, stringe, facendo sentire la sua forza imperiosa, lo getta a terra, resistendo agli spasimi con cui il corpo tenta la ribellione, continua a stringere facendogli mancare il respiro, facendogli schiumare la bocca, facendogli arrotolare la lingua, che si ferisce a sangue per colpa dei morsi. Dostoevskij è, per più di trent’anni, preda di un male che giunge improvviso; è per trent’anni in balia di una possessione senza regole, senza orari, senza avvisi di sorta che vive – ancora nel segno dell’estasi che si fonde al tormento – come una condanna morbosa e come una beatitudine sacra.
La condanna: “A ogni attacco perdo la memoria, la capacità immaginativa, le forze fisiche e spirituali. L’esito è l’indebolimento, la morte o la pazzia” leggiamo in una lettera diretta allo zar.
La beatitudine: “A un tratto, in mezzo alla tristezza, al buio e all’oppressione, il suo cervello sembrava accendersi di colpo, tendendo in un estremo impulso tutte le proprie energie vitali. In quell’attimo, che aveva la durata di un lampo, la sensazione della vita e il senso dell’autocoscienza sembravano decuplicare di forza. Il cuore e lo spirito si illuminavano di una luce straordinaria. Tutti i dubbi, tutte le ansie e le agitazioni sembravano quietarsi di colpo, si risolvevano in una calma suprema, piena di armonica e serena letizia, di speranza, di ragionevolezza e di penetrazione suprema” leggiamo ne L’idiota.
Il secondo demone, invece, è il gioco. 

(dai diari di Anna Grigorev’na, seconda moglie di Fëdor Michajlovič Dostoevskij).
“Eravamo a Dresda da più di tre settimane, quando mio marito mi parlò della roulette e mi confessò che, se fosse stato solo, sarebbe andato a giocare un po’. Poiché io non volli mai essere un ostacolo per mio marito, gli chiesi perché non andasse a giocare. Egli mi rispose che non poteva”.
“Io lo persuasi ad andare a passare alcuni giorni ad Amburgo, assicurandolo che, durante la sua assenza, non mi sarebbe successo niente. Fedja cominciò a rifiutare ma, poiché il suo desiderio di ‘provare la fortuna’ era forte, si decise infine di affidarmi alle cure della nostra padrona di casa. Mi sforzavo di essere tranquilla ma, quando il treno partì, mi sentii talmente sola che non seppi trattenere le lacrime”.
“Passarono due o tre giorni e cominciai a ricevere lettere in cui Fedja mi diceva che aveva perduto e mi pregava di spedirgli altri soldi; soddisfeci la sua richiesta; senonché egli perdette anche quelli e me ne chiese ancora”.
“Dopo una settimana Dostoeskij tornò a Desdra. L’insuccesso del viaggio ad Amburgo influì molto sul suo umore. Mi parlava spesso della roulette, rimpiangeva i soldi perduti e si accusava di aver perduto giocando male. Mi assicurò che la fortuna gli aveva sorriso più di una volta, ma lui non aveva saputo approfittarne perché si affrettava a cambiare le puntate, provava altri metodi di gioco e, in conclusione, perdeva sempre”.
“Era andato alla roulette con pochi mezzi, – diceva – il che non gli aveva permesso di seguire il suo metodo preferito. Diceva che, se avesse potuto passare due o tre settimane in una città di gioco, avendo un po’ di fortuna e senza fretta, avrebbe potuto guadagnare una forte somma, almeno quanto bastava per coprire le perdite precedenti”.
“Mi persuase e, per questo, diedi il mio consenso al progetto di andare per due settimane a Baden-Baden. Avrebbe giocato lì”.

(ancora dai diari di Anna Grigorev’na, seconda moglie di Fëdor Michajlovič Dostoevskij).
“Quando ripenso alle cinque settimane passate a Baden-Baden mi persuado sempre di più che mio marito, allora, era sotto l’influenza di un sentimento terribile, dal quale non si poteva liberare”.
"Tutti i ragionamenti di F.M. sulla possibilità di vincere alla roulette col suo metodo di gioco, erano affatto esatti. Il successo poteva essere completo se, questo metodo, fosse stato adoperato da un inglese di sangue freddo, oppure un tedesco, e non da un uomo così nervoso, che si lasciava trasportare sempre fino agli eccessi”.
“Dopo una settimana perse tutto il denaro. Cominciarono allora le nostre agitazioni quotidiane. Ci studiavamo di cavare quattrini da qualche parte per continuare il gioco. Cominciammo a impegnare le nostre cose”.
“Anche questo non fu sufficiente, perché F.M. non sapeva dominarsi e perdeva quanto ricavato dagli oggetti dati in pegno”.
“Qualche volta la fortuna tornava improvvisamente a sorridergli. Ricordo che, un giorno, F.M. tornò a casa con un portamonete pieno di pezzi da venti talleri, per una somma di 4300 talleri. Questi soldi però non ci rimasero in tasca per molto tempo. F.M. non seppe resistere alla tentazione e, sempre tormentato dal gioco, prese venti pezzi e li perdette sull’istante. Venne a casa per prenderne degli altri, e così per due o tre ore, finché perdette tutto. Fummo obbligati di nuovo a rivolgerci all’agente di pegno; ma, non essendo molti i nostri oggetti preziosi, ben presto anche quella sorgente si esaurì”.
“Scrivemmo allora a mia madre chiedendole denaro, che aspettavamo con grande impazienza. Appena arrivarono questi altri soldi lo stesso giorno, o l’indomani, furono perduti anch’essi”.

(ultimi estratti dai diari di Anna Grigorev’na, seconda moglie di Fëdor Michajlovič Dostoevskij).
“Capii che F.M. non avrebbe mai vinto o, per meglio dire, anche se avesse vinto una forte somma nello stesso giorno o, al più tardi, il giorno seguente, se la sarebbe fatta inghiottire dal gioco”.
“Mi era profondamente penoso vedere come soffriva F.M. a causa del gioco. Tornava a casa pallido, sfinito, reggendosi appena in piedi, mi chiedeva subito altri soldi e tornava a giocare; rientrava dopo mezz’ora, ancora più stanco e abbattuto, e così via, fino a quando non aveva perduto tutto ciò che possedevamo”.
“Quando non poteva andare a giocare, cadeva in preda alla disperazione, era triste, cominciava a piangere, si metteva in ginocchio e mi supplicava di perdonarlo, prima di tornare a chiedere soldi e imprecare la sorte”.
“Da principio mi pareva molto strano che F.M., il quale aveva saputo sopportare con tanto coraggio diverse circostanze tragiche, come la reclusione in fortezza coi lavori forzati, l’esilio, la morte della prima moglie e dell’amato fratello, non avesse abbastanza volontà per frenarsi e non giocare più. Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri di volontà e alla quale non poteva ribellarsi neanche un carattere forte. Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incredibile. L’unico rimedio sarebbe stato quello della fuga ma fuggire non potevamo, essendo senza soldi”.
“Il gioco è la sua più grande condanna, il suo malanno più acuto, il suo tormento più atroce”.
“Ha detto che, per colpa del gioco, finirà per diventare pazzo, o per tirarsi una pallottola in testa”.

Occorre immaginare Dostoevskij in questo modo: le scarpe lacere, dalle suole sottili; i pantaloni con i risvolti scuciti; la camicia sudata, macchiata all’interno del colletto; un cappotto impolverato alle maniche e agli orli e, nelle cui tasche, non ci sono buchi ma strappi, dovuti alla rabbia, sfogata di nascosto.
Occorre immaginarlo nella propria stanza, nei pochi momenti di riposo dalla roulette. Mangia pochissimo, beve solo birra o tè nero; s’infastidisce perché la luce della lampada è troppo forte o troppo debole; non ascolta i lamenti della moglie, che soffre i dolori del parto lanciando urla disperate. Si torce nella poltrona, nemico a se stesso per non aver saputo giocare “con la mente come di marmo, fredda e attenta, senza la minima esitazione”. Parla sibilandosi addosso, perdendo e ritrovando il filo, ammettendo le proprie colpe, intrecciandole con scuse cui non crede ma che accetta comunque, dandosi un’assoluzione beffarda, inevitabile, elusiva. E poi ripensa ai numeri, ai colori, al movimento sussultante della pallina; ripensa a tutti i gesti che ha compiuto, alle scelte che ha fatto, alle smorfie che il suo viso ha prodotto. Si tormenta insomma di aver giocato, in attesa di tornare a giocare.
Di Dostoevskij occorre immaginare le corse dalla casa al casinò, il modo in cui affanna per le scale, la maniera in cui urta i passanti senza mai chiedere scusa. Occorre immaginare la volta in cui, per farsi perdonare dalla consorte, strappa rose bianche e rosse da un cespuglio per farne un bouquet. Occorre immaginare la dispensa vuota, la tavola povera, la frase ch'egli ascolta dalla moglie in un caldo pomeriggio di luglio: “Fedja, non abbiamo di che mangiare”.
Occorre immaginare, attorno a Dostoevskij, una piccola folla straniera di inservienti, lavoratori e frequentatori della casa da gioco intenta a fissare, divertita, questo russo barbuto, allucinato nei gesti, tremante alle dita, con gli occhi venati di sangue, che avido osserva il tavolo passando dal pianto al sorriso, dal rosso infuocato al pallore, mentre s’impegna a perdere tutto ciò che possiede.
Occorre immaginare Dostoevskij quando dà la colpa della propria sfortuna al profumo di un inglese che gli siede accanto, quando dà la colpa al vestito indossato da una donna francese, all’occhiata di un tedesco con il pizzetto, ad un polacco troppo basso di statura. Quando dà la colpa a una parola che ha sentito, a un pensiero che lo ha distratto, a un evento banale capitato quella stessa mattina o la mattina del giorno prima, della settimana scorsa, del mese precedente.
Occorre immaginare Dostoevskij – costretto all’esilio europeo a causa di un altro fraintendimento politico; con al seguito la sua seconda moglie, incinta; in preda all’ansia di debiti che non riesce a cancellare – mentre s’agita in preda al morbo del gioco, dimentico dei libri, dei giornali, delle riviste; dimentico della letteratura, dell’arte, della bellezza. Nessuno dei grandi artisti coevi incontra Dostoevskij poiché Dostoevskij, simile a un topo notturno, cammina strisciando sui muri, preferendo i vicoli vuoti e tortuosi, affrettando il passo, non dandosi pace. Vive nelle stesse città in cui vivono Nietzsche, Wagner, Hebbel e Flaubert, Keller, i grandi narratori parigini di mezzo Ottocento ma lui non sa nulla di loro, loro non sanno nulla di lui. Non frequenta i caffè, non assiste a un concerto, rifiuta il teatro; non s’iscrive ad alcun circolo, non entra in libreria, accompagna la moglie in qualche chiesa ma usa il tempo della visita per riflettere su un nuovo metodo di scommessa, su un'altra tipologia di calcolo. Lo conoscono invece alla Banca, dove ogni giorno passa sperando siano giunti, dalla Russia, i soldi che ha chiesto ad amici e nemici, parenti e nobili di corte. Lo conoscono al Monte di Pietà, dov’è trattato da sciocco e da poveraccio: qui impegna i piatti e i bicchieri del corredo, un crocifisso in argento, due portaritratti, alcuni abiti della moglie, della moglie impegna un paio di orecchini, una spilla in madreperla, una mantiglia di “vero merletto di Chantilly”, una serie di fazzoletti di seta, un cappottino in velluto; qui impegna gli anelli che ha al dito, una vecchia rendigote, l’unica giacca invernale che possiede, un orologio da taschino, una catenina con la medaglietta d’oro, un paio di scarpe, i suoi pantaloni.
Occorrerebbe leggere e rileggere le lettere di questo periodo per comprendere quanto, un uomo, possa strisciare al cospetto del proprio malanno. Piene di umiliazione, colme di adulazione fasulla, grondanti senso di colpa e farneticazioni verbali, queste missive sono scritte col solo scopo di ricevere, al più presto, quaranta franchi, trenta talleri, venti copechi, dieci rubli, cinque federici, tre červonec, due fiorini, una sola moneta: di qualsiasi conio, di qualsiasi valore.
“Ti prego, salvami, amico mio eterno, mio angelo celeste, tu naturalmente capisci… ho perduto tutto al gioco. Non volevo, davvero, ma quando sono arrivato alla stazione, mi sono messo vicino al tavolo da gioco e, nel pensiero, ho incominciato indovinare i numeri. Ne sono stato così sbalordito che ho cominciato davvero a giocare. Salvami, adesso, per l’ultima volta: mandami venti copechi. Io sto ai tuoi piedi e te li bacio”.

(prima citazione da Il giocatore di Fëdor Michajlovič Dostoevskij).
“Talvolta l’idea più assurda, l’idea apparentemente più inattuabile, ti si ficca nella mente con tale intensità che tu finisci per ritenerla qualcosa che si possa tradurre in realtà. Ma non basta: se l’idea è legata alla forza appassionata di un desiderio, allora essa prende talvolta l’aspetto di un evento fatale, ineluttabile, predestinato, che non può in nessun modo non essere e non accadere! Ma probabilmente qui c’è dell’altro ancora, una qualche combinazione di presentimenti, un qualche insolito sforzo di volontà, di autointossicazione della propria fantasia o qualche altra cosa che io non so”.

(seconda citazione da Il giocatore di Fëdor Michajlovič Dostoevskij).
“Ero come preso dalla febbre e nell’eccitazione ho puntato tutto il mio mucchio di denaro. Ho sentito un brivido di terrore corrermi per la schiena mentre mi prendeva un tremito alle mani e ai piedi. In un attimo mi sono reso conto con terrore cosa significava per me perdere: insieme a quell’oro puntavo tutta la mia vita!”.

(terza citazione da Il giocatore di Fëdor Michajlovič Dostoevskij)
“Io, per uno strano capriccio, dopo aver notato che il rosso era uscito sette volte di fila, proprio a bella posta mi ci attaccai. Sono certo che qui c’era una buona metà di amor proprio: mi piaceva stupire gli spettatori con quella pazza audacia e (oh, strana sensazione!) ricordo perfettamente che, d’un tratto, e veramente senza alcuna spinta del mio amor proprio, una tremenda sete di rischio si impadronì di me. Probabilmente, provando tante sensazioni, l’anima non si sazia, ma è solo eccitata, nella costante ricerca di altre sensazioni, sempre più forti, fino alla stanchezza estrema. E davvero non mento, se il regolamento del gioco avesse consentito di puntare cinquantamila fiorini in un sol colpo, io li avrei puntati, senza esitare. Intorno a me, intanto, si gridava che era una pazzia”.

In un saggio intitolato La figura del giocatore in Dostoevskij: analisi storico-psicologica di un caso esemplare, scrive Mauro Fornaro: “Il significato del comportamento compulsivo di Dostoevskij giocatore, alla luce di eventi e testimonianze, sembrerebbe il seguente: nel gioco trovava soddisfazione, un piacere trasgressivo e, simultaneamente, nell’umiliazione di perdere tutto fino a ridursi letteralmente alla fame – una forma di autopunizione – trovava soddisfazione il senso di colpa per quella trasgressione”. Poi, l'autore, conclude così: “Il carattere coatto e morboso del gioco si direbbe, in definitiva, dipendere dal fatto che, da esso, Dostoevskij traeva a un tempo piacere e punizione per il piacere stesso”.
Messi in sequenza, i motivi della “psicopatologia dell’attaccamento al gioco d’azzardo” vissuta da Dostoevskij sarebbero:
− Il circolo vizioso che si innesca tra piacere trasgressivo e colpa-punizione.
− La spasmodica ricerca di eccitazione, che funge da sorta di antidepressivo, specie quando simbolicamente si gioca la vita stessa.
− Il sogno di una quantità enorme di denaro da spendersi come mezzo di vanagloria, di rivalsa.
− Il denaro non come oggetto ultimo del desiderio giacché, paradossalmente, la frenesia del gioco testimonia piuttosto il bisogno di assoluto, qui decaduto a cattiva infinità.

Forse, per illudersi di comprendere, bisogna tornare alla polarità del suo destino, a questa sua vita discordante, nella quale sempre – e per sempre – il piacere si confonde al dolore, al sollievo si mischia lo strazio.
Proprio il gioco d’azzardo infatti – secondo Stefan Zweig – “simboleggia in modo plastico la sua esistenza fatta di contrasti”. Appassionato di carte già da ragazzo, è in Europa che conosce “lo specchio diabolico dei suoi nervi”: la roulette. Più della Madonna della Cappella Sistina, più della lettura dei Vangeli, più della visione delle statue del Michelangelo o del Cristo al sepolcro di Hans Holbein e più della dedizione quasi filiale della moglie, dei paesaggi meridionali, dei romanzi pure scritti in questi stessi anni, conta per Dostoevskij l’alternanza di rosso e di nero, di numeri pari e numeri dispari; conta la voce del croupier, la paletta con cui trascina le monete sul tavolo, la sua maniera di far girare da destra a sinistra il piatto da gioco, da sinistra a destra la piccola biglia.
Il gioco perché – sempre per Zweig – è “qui che ansia e decisione, fortuna o sfortuna, vincita o perdita, sono racchiusi in un solo attimo; qui l’ansia è concentrata in quella forma rapida, giocosa e dolorosa insieme, del contrasto a sbalzi che sola si confà al carattere di Dostoevskij”.
Incapace di moderazione e di calma, non incline ai compromessi e agli accordi, impaziente e quindi bisognoso del ‘tutto o niente’ ma da subito, ora, da decidersi in un istante, Dostoevskij rifiuta la maniera di vivere degli economi, dei tranquilli scrittori borghesi, dei panciuti “salumai” che s’ingrassano: poco e lentamente, ogni giorno, senza mai vivere un fremito. Il suo carattere si esprime così, “coscientemente incosciente, davanti al tavolo verde: le decisioni prese in un attimo, la sensazione aguzzata fino all’estremo, fino a infliggere il suo ago rovente nel più profondo dei nervi, misteriosamente simile all’attimo di preveggenza e di schianto” che precede ogni attacco epilettico e che ha preceduto anche la mancata fucilazione di piazza Semënovskaja.
Se il destino gioca con lui, dunque, lui gioca con il destino. Per questo – nonostante alla moglie abbia scritto “Si può guadagnare tutto quello che si vuole, e questo senza alcun dubbio possibile” – si può invece dire che non è davvero il denaro la ragione che lo spinge alla dipendenza e all’abuso – quel denaro (“potenza dispotica”) che pure ne L’adolescente descrive come l’unico mezzo “capace di condurre al primo posto anche una nullità, di livellare tutte le ineguaglianze” – mentre è “l’inaudita, indecente, karamazoviana sete di vivere che vuole ogni cosa al massimo grado, per un morboso desiderio di vertigine, per quella sensazione della torre, quel senso di gioia nello sporgersi sull’abisso” che porta Dostoevskij al proprio delitto.
La voglia di momenti intensi e febbrili, la pulsazione di una vertigine quasi erotica, il desiderio di spingersi fino al baratro e la curiosità indomabile di conoscere e di vivere la sconfitta, l’umiliazione, la degradazione senza appello, senza rimedio, senza riscatto.
“Ovunque e in ogni cosa, per tutta la mia vita, ho trasgredito i limiti” scrive Dostoevskij.

(di notte, dopo l’ennesima perdita).
Lo vedono dalla banchina di una piccola stazione di provincia. Lo vedono seguire il filo metallico dei binari. Lo vedono incespicare, piegarsi sul posto, rimettersi diritto, riprendere i passi. Lo vedono giocare con le rotaie, lo vedono talvolta entrare nel mezzo del sentiero destinato alle locomotive, lo vedono uscirne poco dopo. Come incerto sul da farsi: sembra ubriaco. Soffre, con evidenza, ai piedi: colpa, probabilmente, dei sassi che gli pungono le suole delle scarpe, dandogli fastidio. Ha le mani nelle tasche, la schiena leggermente incurvata, le spalle basse, il capo è calato. Ogni tanto volge il volto all’indietro, si ferma, spia la lontananza notturna, poi torna a calare il capo e prosegue. Lo vedono piangere. Almeno così dicono.
Lo vedono attendere un treno sotto il quale, forse, cerca la fine.
Il treno non arriva.
Lo vedono sparire. Diretto, anche questa notte, a casa.
Dalla moglie.

 

 

 

 

Stefan Zweig
Dostoevskij
traduzione a cura di Mario Britti
Roma, Castelvecchi, 2013
pp. 121

 

Leonid Grossman
Dostoevskij
Roma, Samonà e Savelli, 1968
pp. 647

 

Pierre Pascal
Dostoevskij. L’uomo e l’opera
traduzione a cura di Anna Maria Marietti
Torino, Einaudi, 1987
pp. 350

 

Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Il giocatore
traduzione a cura di Bruno del Re
Torino, Einaudi, 1992
pp. 171

 

Mauro Fornaro
La figura del giocatore in Dostoevskij: analisi storico-psicologica di un caso esemplare
in AA. VV.
Psicoterapie e scienze umane
a. XXXVIII, n.2
Roma, Bolzoni, 2004
pp. 211-221

 

Anna Grigorev’na Dostoevskaja
Dostoevskij mio marito
traduzione a cura di Anna Milazzo Lipschütz
Milano, Bompiani, 2006
pp. 287


Sigmund Freud
Dostoevskij e il parricidio
in Id.
Saggi sull'arte, la letteratura e il linguaggio
Torino, Bollati Boringhieri, 1969
pp. 597


Stefan Zweig
Ventiquattro ore della vita di una donna
in Id.
Sovvertimento dei sensi
traduzione di Berta Burgio Ahrens
Milano, Corbaccio, 2005
pp. 291


AA. VV.
La vita in gioco. Antropologia, letteratura, gioco d'azzardo
a cura di Domenico Scarfoglio
Cava dei Tirreni, Marlin, 2006
pp. 358


AA.VV.
Dostoevskij e la crisi dell'uomo
a cura di Sante Graciotti e Vittorio Strada
Firenze, Vallecchi, 1991
pp. 444


AA.VV.
Il dramma della libertà. Saggi su Dostoevskij
Milano, La Casa di Matriona, 1991
pp. 214

 

 

 




Elenco immagini dei dipinti a corredo dell'articolo:
Vasilj Perov, Dostoevskij (1872); Vladimir Vladimirovič Majakovskij, La roulette (1905, part.); Pompeo Mariani, I sistemisti alla roulette (1910); Andrej Patkowski, Due roulette (n.d.); Paolo Soggiu, Roulette russa (2005).

Immagine di copertina:
Edvard Munch, Al tavolo della roulette (1892, part.)

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