“Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta”

Pierre Auguste Renoir

La fucina delle scritture

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

Domenica, 23 Luglio 2017 00:00

La stravaganza della normalità

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Avanza zoppicando, un susseguirsi di smorfie gli altera l’improbabile sorriso nel vedermi apparire. Si tocca le costole, ce ne sarà forse qualcuna incrinata? Non gliene frega un cazzo di farsi vedere dal medico. Ne sono sicuro. Lui è fatto così.
– Ma che ti è successo, Lorenzo? – dico.
– Sono caduto in bagno. Scivolato su del sapone. A te Enrico... mai? Eh sì, il tuo autocontrollo non ammette distrazioni, e ‘ste cose non ti possono capitare.
– Ma davvero?
Sapevo già tutto, mi aveva telefonato sua moglie Vanda subito dopo la caduta per chiedermi di andarlo a trovare e convincerlo a rinunciare, in tali condizioni, a quel suo progetto a dir poco estroso. Se non in qualche maniera rischioso.

Domenica, 09 Luglio 2017 00:00

Silenzi e mancanze, fra ombre e luci

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La fuga mancata

La voce trasuda parole d’accento piagato
ma è tiepido il grido del tuo respiro,
le piaghe troppo soffocanti
perché tu abbia il fiato d’urlare.

Morire da te

Domenica, 02 Luglio 2017 00:00

Olga e il turbinio dell'est

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Sprigionava intensi feromoni, vorticosi da fare invidia a un contatore Geiger, percepibili da un sia pur fugace contatto fisico o stimolo olfattivo. Olga Balan, moldava ventiquattrenne, venuta a Milano per cercare lavoro. Capelli biondi tagliati corti gradualmente di traverso, la parte più lunga sulla sinistra. Gli occhi di un blu profondo percorsi da lampi improvvisi. Ragazza slanciata dal fisico perfettamente modellato, morbido allo sguardo.
– Olga, direi che potremmo considerarla una crisi di mezza età. Ora sembra esserne venuta fuori. Sono ormai tre mesi che lei è in analisi da me. Ha collaborato come si deve. Mi faccia sapere più avanti se tutto va bene. Comunque, tenga sempre gli occhi aperti e cerchi di avere più fiducia nella sua forza – chi parla è il dottor Sebastiano Tarenghi, psichiatra.

Giovedì, 29 Giugno 2017 00:00

Il maestro

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Non ricordo più il suo nome, sono passati tanti anni da quei giorni lì. A volte ci ripenso, come è successo oggi, e mi sale al viso una smorfia benigna, un ricordo confuso di quegli anni spesi dentro una scuola orribile e meravigliosa.

Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Tre poesie

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Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,

Domenica, 11 Giugno 2017 00:00

Sul fluire di un anno sabbatico

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Quella decisione l’abbiamo presa quasi d’istinto la sera in cui noi quattro, della stessa classe, festeggiavamo il diploma appena conseguito con voti sì e no decenti al Liceo Classico Parini della nostra città, Milano.
Avevamo scelto il miglior ristorante in Piazza della Repubblica. Il nostro legame negli anni di studio si era sempre più rafforzato grazie a un insieme di interessi – se così si può dire – che ci accomunava. Voglia di studiare, poca. Consapevolezza (ostentata) della nostra presunta prontezza mentale, intensa attrazione verso le nostre compagne di classe più disposte a divertirsi, con tanto di feste in casa di questo o di quello dove, dopo qualche ballo, si finiva regolarmente a coppie nelle varie stanze, talvolta persino in bagno con la ragazza dal tanga aperto come si deve, poco chiare le idee sugli studi universitari da seguire, ma la simpatica spocchia di chi non ha dubbi che nella futura vita lavorativa lo aspettano successi alla portata di pochi.

Domenica, 04 Giugno 2017 00:00

Più conosco gli uomini, più amo gli animali

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Il Signore Dio “scacciò
 l’uomo e pose ad oriente
 del giardino di Eden
 i cherubini e la fiamma
 della spada folgorante,
 per custodire la via
 all’albero della vita”
(Genesi 3,24)

 

I


I cherubini lavoravano intorno alla spada incandescente: vi gettavano dentro legna e carbone perché non si smorzasse il suo splendore; con le molle sistemavano i pezzi di legno per far attecchire meglio il fuoco.
Si trattava comunque di un lavoro che, molto presto, avrebbe perso ogni utilità: ormai da secoli il mondo era in pace e vi regnava il bene, tanto che gli uomini avevan riconquistato il diritto all’Eden. Quindi, non c’era più bisogno di sbarramenti o di ostacoli divini. Pure, quella spada fiammeggiante non smetteva di ardere.
Sulla Terra tutti i mali erano scomparsi: niente guerre, nessuna prepotenza, droga esaurita, estinte per sempre le grida di dolore (ormai restavano soltanto quelle “commerciali” e insistenti dei fruttaroli al mercato). Dunque, perché il sacro Dio non ordinava ancora di rimuovere la spada e di spegnerla in eterno?
Questo si domandavano i cherubini indaffarati con la legna, mentre una perplessità mista di noia e desolazione angustiava i loro pensieri.

 

II

Miagolava il superno gattino, coccolato a perdigiorno dalle buone mani del Salvatore.
Il sacro Dio non era mai stanco di vezzeggiare: nemmeno i malori gli impedivano di gingillare il suo gattino. E quel giorno le sue eran moine gravate dal mal di testa: perché il suo cervello aveva mandato di traverso nocivi rimasugli di sonno insufficiente e sofferto.
Il sacro Dio continuava sì, anche quel giorno (un umido lunedì celeste) a molcire il bel gattino (“Picci picci, pucci pucci”, gli sussurrava) però si sentiva triste e frastornato.
Intanto guardava la Terra con gli occhi cisposi. E una vertigine di nausea gli percorreva lo stomaco.
Da epoche lontane e persino indistinte nel passato, gli uomini eran diventati saggi e virtuosi. Ma il sacro Dio non riusciva ad essere felice.
Abbandonando i peccati e riavvicinandosi alla fede, gli uomini si erano gagliardamente redenti e trasformati: generosi col prossimo, eran rispettosi del padre e della madre. Inoltre non rubavano mai, s’impegnavano febbrilmente a non dire falsa testimonianza, non erano affatto invidiosi della roba altrui, non desideravano assolutamente la donna d’altri e facevano del tempo un pretesto di vita e preghiera.
Il sacro Dio vedeva e sapeva tutto ciò. E pur approvando fiero i progressi degli uomini, non gioiva, non celebrava; anzi un pensiero lo tormentava acidamente. Un pensiero ossessivo e maniacale che, millennio dopo millennio, aveva riempito d’incubi le sue notti e la sua anima, scatenandogli nel cuore un crescendo ininterrotto d’esasperazione. Già, il suo dolore aumentava, s’irrobustiva!
... E arrivò al culmine proprio quel lunedì.
“Uomo!”, sbottò infatti il sacro Dio, tenendo in braccio il superno gattino. “Uomo!” – ripeté, con un tono di voce allucinato, oscillante fra il magico e l’assorto – “Tu sei migliorato. Sei adesso la mia creatura più grande: la mia opera perfetta. Uomo, tu sei pio nobile puro... solo una cosa ti manca. Oh, perché... perché...” – il sacro Dio cambiò espressione, mutando la voce in un pianto furibondo – “Perché non miagoli? Perché???”.
Gridando di rabbia e delusione, il sacro Dio scagliò contro la sua opera non il martello di Michelangelo, ma il secondo diluvio universale.
Orrende piogge tropicali caddero ovunque: anche a San Gemini in provincia di Terni.



III

I conti tornavano, ora: due guerre mondiali, due diluvi universali.
Un cherubino se n’accorse, smise di buttare legna nella spada fiammeggiante e contemplando gli uomini che affogavano sulla Terra, disse: “Beh, quelli che sopravvivono li possiamo finire nella vasca da bagno, no?”.

Domenica, 28 Maggio 2017 00:00

Almeno una canzone, poi me ne vado

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Attenzione. Se mi esprimo in prima persona il lettore non si sforzi di capire chi sta parlando. Sappia di essere in presenza di una duplicazione di personaggi. Per niente facile da spiegare in certe circostanze di cui sto scrivendo. Ma forse il lato interessante della faccenda (virtuale) sta tutto lì. Ecco cosa voglio dire: sono uscito da me stesso per cercare di osservarmi come fossi un’altra persona. Succede così che quando noi due ci guardiamo è come una finzione. Solo uno se ne rende conto, l’altro no. Lui, l’Altro non sa nemmeno che esisto. O non lo dà a vedere.

Domenica, 21 Maggio 2017 00:00

Apnea

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Eran fissi come al solito, gli uomini: guardavano solleciti lo schermo casalingo, che in cambio (a mo’ di ricompensa) mostrava in diretta plenaria, e a reti congiunte, la ripresa ravvicinata d’un robusto pietrone, intento da sé – ovviamente per miracolo o volontà divina (senza cioè che nessuno lo spingesse) – a rotolare pian piano di lato e dischiudere lentamente l’imbocco d’una caverna angusta, rannicchiata nella roccia. Intanto la voce fuori campo di uno speaker, postillava il prolungato, flemmatico scivolamento, pronunciando un discorsetto: “E figuriamoci: c’è pure Quello che non riesce a trattenere la vita per più di tre giorni. Magari si sforza, si impegna allo spasimo. Ma niente da fare... In Lui, che è di costituzione eterna e imperitura, il soffio della vita ricomincia ben presto a fluire (rinnovandogli il corpo, rinfocolandogli la carne), proprio come il respiro torna subito o quasi ad irrorare l’organismo e i polmoni di chi – fra noi mortali – prova, prova e riprova... ma poi si deve arrendere all’evidenza di non saper trattenere il fiato per più di venti o trenta secondi”.


 II


I corsi e ricorsi della storia (o, se preferiamo, della sconfitta): forse immusonito dalla vergogna dell’insuccesso, l’Unto del Signore – lì all’aperto, sulla soglia del sepolcro rupestre (una minuscola grotta naturale) in cui l’ennesimo esperimento fallito aveva preso luogo – cercò di giustificarsi davanti ai microfoni e alle telecamere del mondo intero, farfugliando le solite scuse (poche) su quanto fosse comunque rilevante aver vinto di nuovo la morte, spalancando ai fedeli – anche stavolta – vasti orizzonti di redenzione. Dopodiché, per stemperare in qualche modo la delusione che sentiva in cuore, aggiunse in un tono colloquiale, che si fingeva frivolo e leggero: “Che dire... certo che questi, chiamiamoli così, 'tentativi d’apnea' son davvero la mia spina nel fianco! O magari... nel capo”. E si toccò l’ormai risaputa corona pungente, esibendo all’ingiro sorrisetti deboli e striminziti, che domandavano perdono e complicità ai giornalisti che lo attorniavano. Subito, però, uno di essi colse la palla al balzo e − per tutta risposta – commentò sghignazzando, con una battuta: “Beh, più che la sua spina nel fianco o nel capo, sarebbe il caso di definirli la sua lancia nel costato, non crede?”.
All’ilarità insolente e canzonatoria che dilagò generale fra cronisti, reporter ed inviati vari di emittenti o quotidiani, il Messia reagì pieno di confusione, dapprima grattandosi perplesso, attraverso il sudario, una vecchia cicatrice che aveva sul petto e, quindi, assurgendo nervosamente ai cieli, determinato a piantare in asso i media impuniti e i loro rappresentanti, per rifugiarsi nel profondo del Paradiso a smaltire in privato malinconia e imbarazzo.

Domenica, 14 Maggio 2017 00:00

D-Alpha-Nag

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Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre.

(Roberto Bolaño, 2666)

 

Per poco una mareggiata non mi investì in pieno. Camminavo sul mare e guardavo lontano, all’orizzonte, dove le ondate parevano animalesche schiene irsute che danzavano contro la luce squillante, tenebrosa, elettrica, che spaccava le nuvole ad ovest e si insinuava verso i golfi cittadini, striati di luci. Le ultime da Cape Canaveral non lasciavano dubbi: era una questione di mesi, ormai – e quindi di giorni – e il meteorite ‘D-Alpha-Nag’ avrebbe impattato contro la Terra. Tennyson era stato perentorio: “Succederà un gran caos”. “Cavolo, Tennyson” – avevo ribattuto – “altro che caos... vi sarà ben più di un caos!”. Ed era un gran caos già in quel pomeriggio sul lungomare, lucidato dal vento e dalle mareggiate, infilato in quella luce giallastra da tropici intristiti, come se qualcosa di freddo e di crudele dovesse accadere da un momento all’altro.

Domenica, 07 Maggio 2017 00:00

Le storie dell'orto – La carota

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L’estate era appena iniziata e nell’orto gli odori stavano cambiando. Le piante da fiore e le verdure assecondavano la stagione e le colture si susseguivano secondo le leggi della natura. Mino il contadino si trovava sulla porta di casa, assorto in questi pensieri e nella contemplazione del suo piccolo appezzamento, quando un rumore piuttosto sgradevole lo costrinse a tornare con i piedi per terra. “Zio Mino! Zio Mino! Dove sei? Siamo arrivate!”. Le sue orribili nipoti, le gemelle figlie di sua sorella Amilda erano venute a trascorrere qualche giorno in campagna. E sua figlia Claretta aveva deciso di non farsi trovare, dal momento che non sopportava le cugine. Era andata nella piccola casa al mare con i figli.

Domenica, 30 Aprile 2017 00:00

Via dalla strada maestra

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No, la vena esausta della tradizione non fa per me. Della tradizionale narratologia e relativi contenuti, intendevo dire. Quel tanto di caotico anarchismo (mi si perdoni la ridondanza, ma talvolta ci vuole) − facendo salva l’essenza mimetica delle storie – mi sarebbe bastato per non farmi catturare da un percorso di piatto realismo tipo facciamoci un aperitivo al bar e intanto vediamo come sta venendo il lavoro.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’allora corrente letteraria americana stava lasciando il passo alla ricerca di diversi piani di lettura. E io seguivo con interesse il graduale avvento del nuovo.
C’era poi la mia l’età. Vent’anni. Dovevo cercarmi prima di tutto la strada da percorrere, un lavoro. Perché l’idea di mettermi a scrivere, che mi era venuta quand’ero ancora più giovane, di fatto la coltivavo come un sogno, volutamente ignorando le difficoltà da superare. Sono fatto così. Sebbene non integralista nelle mie convinzioni. In generale.

Domenica, 23 Aprile 2017 00:00

La domenica sportiva

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Buon Gesù, autore dell’umanità squinternata che abita il mondo, ascolta il mio inchiostro e la mia voce: San Bifolco Primigenio era il tuo antico tempio, nonché luogo di culto, in cui noi contadini di Sant’Arello ci riunivamo per celebrare il mistero della morte e resurrezione.
Seduti sulle panche, prestavamo orecchio e attenzione alle omelie del parroco, Don Giovanni Naiolo. Il quale “Diletti figlioli” – soleva annunciare ogni domenica dall’altare – “è il momento dell’Eucaristia: rendiamo grazie perciò a Dio... e un bell’applauso all’ostia consacrata”. E mentre noi fedeli battevamo le mani a scroscio, il prete sollevava con gesto intenso la pisside rilucente.

Domenica, 16 Aprile 2017 00:00

Se davvero conviene non sbandare

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Si terrà al Palazzo Reale, qui a Milano, dal 21 Febbraio al 18 Giugno di quest’anno, 2017. Percorrendo per un lungo tratto, prima in tram poi qualche centinaia di metri a piedi le vie che mi portano all’ufficio di buon’ora, numerosi sono i manifesti che mi  saltano agli occhi. S’intitola About Art la mostra di Keith Haring.
Un’arte pittorica sfrenata, espressa senza limiti formali, dalla contaminazione in apparenza − ma solo in apparenza − tra lo sbandamento artistico e il tradizionale, multiforme nonché immaginario stile del dipingere. Fino al segno caratteristico dei cartoni animati.
Nella mia stanza da letto ho un poster di un suo quadro, quando la mattina mi sveglio, guardandolo mi trasmette gioia di vivere. Mi affascina.

Domenica, 09 Aprile 2017 00:00

Serafino preposto al coraggio

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Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica, che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.
Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.
I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!

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