"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

La fucina delle scritture

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

Domenica, 15 Febbraio 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 10)

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CAPITOLO 9


Circa una settimana più tardi arrivò anche a lavoro la notizia della morte di Margherita. I giornali nazionali non ne avevano parlato, né ovviamente le televisioni. Certo, i telegiornali locali, così come i quotidiani, avrebbero sicuramente dettagliato i fatti di sangue avvenuti in paese, sia della vecchietta che della bella donna collegando quasi sicuramente i i due delitti, ma stranamente, come dicevo, per almeno una settimana non ne sentii parlare, poi, in qualche modo, ne vennero tutti a conoscenza. Ne parlai con Barbara, era sconvolta. Non riusciva a crederci. “Era una vecchietta così buona, dolce. Che razza di bastardo, malato mentale, può averle fatto questo!”.

Al mio carissimo amico D. A.

 

Come ti ho spiegato già più e più volte si tratta di uno di quei momenti in cui, all’improvviso e inaspettato, si compone denso e gocciolante dinanzi al nostro sguardo (e solo in un secondo momento all’interno del nostro roccioso pensiero razionale) la semplice complessità e il profumo irreale delle relazioni essenziali della nostra vita. Stiamo lì a macinare disperazioni e depressioni, a pensare che le conseguenze di questo ricadranno su quello, che il silenzio profondo della nostra gola nasconde la paura della verità, e poi stiamo lì immobili nella nostra quotidianità e facciamo questo e quello, ci affanniamo per trovare il motivo, ci spezziamo la schiena e corriamo incontro a ogni possibilità, ci distraiamo e non vogliamo pensarci più, e poi c’è quel sorriso di cui non capiamo il significato, quello sguardo illecito e quella mano che si richiude all’improvviso su un mistero insondabile, accade tutto questo (ed è il senso della vita) nel nostro labirinto esistenziale quando poi ecco come in una splendida e tremenda epifania tutto si compone in un unico quadro e tu, che stai immerso in quella liquida condizione che non è già più storia ma non è ancora sistema, hai finalmente la verità. Hai capito? Possiedi la verità e quando la possiedi sai che non c’è più nulla da fare.

Lunedì, 02 Febbraio 2015 00:00

Amore di formalina

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Ti vorrei sempre con me, ovunque, a qualsiasi costo, perché ti amo...
Io e te, come polvo enamorado trasportato dal vento, sempre vivi
oltre la morte nell'alba senza fine del ricordo...

Ti vorrei sempre con me, ovunque, a qualsiasi costo, perché ti amo.
Per questo vorrei poterti fare a pezzi, sminuzzarti, lacerarti, tagliuzzarti,
segarti persino le ossa, e portarti in giro per il mondo e nella mia tomba.

6° GIORNO 


Poulettone stanotte mi aveva assicurato di aver organizzato il mio trasferimento in aeroporto. Ero, chissà perché, un po’ scettico. Ed invece alle 5:30 l’autista c’era davvero, incredibile, ed era anche già stato pagato. E soprattutto, a differenza di Poul, andava dritto.
Niente Thai, purtroppo, niente Lilla che invoglia; per il viaggio di ritorno volo con Qatar Airways, con scalo di dodici ore a Doha.
Molti anni fa, proprio in Qatar, Roby Facchinetti si incontrò con un gruppo di musicisti. Un secondo dopo erano Pooh. Atterrato a Doha, decido per un giretto della città, seguendo le indicazioni che ieri mi aveva lasciato Monique. Il Museo Islamico, i testi dell’audioguida sono stati scritti da lei, il lungomare ed il Suk, il mercato arabo. La capitale del Quatar è molto grande, ma chissà perché io me l’ero immaginata piccolina, una sputazza. È finita l’era dei saluti e dei sorrisi. Le donne hanno un burka nero, non si vedono neanche gli occhi, e gli uomini so’ tutti Dash, più bianchi non si può. Ma veramente è impressionante come riescano a mantenere i propri abiti così, non un alone, non un cedimento di colore, non un giallino, non uno schizzo d’olio, neanche una macchia di pummarola araba.
Finito il mio tour della città, ho la brillante idea di ritornare a piedi verso l’aeroporto. Nonostante un leggero venticello fa un caldo esagerato, mi so’ fatto la classica sudata saracena. Ma chi m’ha cecato? Menomale che in capa non tengo il kafiyyeh. Ho solo le pigne. In aeroporto trascorro l’intera giornata col mio inseparabile notebook, grazie alla rete wi-fi e alla presa di corrente riesco ad intravedere persino una importantissima vittoria del Napoli. Nei minuti di recupero mentre impazzisco per il collegamento che si blocca ogni sette secondi netti, mi arriva un sms di Poul: “U still in Doha?”.
Anche loro sono atterrati qui. Moniquetta, Paolone ed io di nuovo insieme. Siete arrivati proprio in extra time, mo’ però aspettate il triplice fischio. Tranquilli, lo so che stavate in ansia: uno a zero, gol di Hamsik. Siamo quasi in Champions. Lui è un bambino felice, lei è una ragazza felice. Sono felici per questa settimana che è andata alla grande e per il riposo della prossima.
Poul continua a ripetere "Seven days, bank holidays”. Deve essere un antico adagio bengalese. Un ultimo juice, un ultimo saluto, un caloroso abbraccio e le nostre strade si dividono definitivamente. È quasi l’una, loro sono pronti ad imbarcarsi per Londra, dopo poco io li imito per Roma.
Dormo tanto in aereo, mi sembra un’eternità, quando apro gli occhi siamo già sulla pista. Di Doha, però. Dobbiamo ancora partire. All’alba del primo maggio atterro in Capitale. È un po’ triste tornare in una città dove gli abitanti non si mangiano un sorriso. Primo maggio, su coraggio! Avrei proprio voglia di abbracciare una donna che stira. L’aeroporto è ricoperto di manifesti che celebrano la Beatificazione di Giovanni Paolo II. Il Papa sembra guardare proprio me, lui sì che mi sorride, è felice di rivedermi. La mente torna indietro di sette anni, quando una mattina in Vaticano la Papa-mobile si fermò davanti la mia Micra-mobile. Karol Wojtyla si girò, mi guardò e salutandomi con la mano, mi offrì un semplice meraviglioso sorriso.
Beato Giovanni Paolo II.
E beato un po’ anche me…

 

 

Siem Reap, Cambogia
24 aprile / 1° maggio 2011

Giovedì, 29 Gennaio 2015 00:00

Proverete le nostre emozioni

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Quello che segue è il resoconto di un breve periodo della mia vita. Per il resto si vedrà.
Da principio la luce inondava i miei giorni, poi a tratti ho cominciato a intravedere sullo sfondo schegge di oscurità e da lì ho preso a interrogarmi su cos’è in realtà l’essere umano, ma con scarsi risultati. Tuttavia, quando mi sfiora anche solo il timore di perdermi nel nulla, per me ogni percorso può essere utile… se hai le palle. Così, pur non essendo uno scrittore, ho deciso di far rivivere i primi tentativi della mia ricerca nella forma racconto. Chissà che sforzandomi di scegliere le parole più eloquenti per esprimere il mio stato d’animo a chi potrebbe leggere questo scritto io, di riflesso, non possa trovare le risposte che sto cercando.

Venerdì, 16 Gennaio 2015 00:00

L'Amore spiegato a mio figlio

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"Papà, ma come hai fatto a convincere la mamma a stare con un fallito come te?"
"È una storia complicata..."
"Non lo sai neanche tu, vero?"
"No! Cioè, sì che lo so! Ma sai l'amore non si può spiegare a parole..."
"Non è che sei tu che non sei bravo con le parole?"
"Lo sapevo, lo sapevo, l'ho sempre detto che un figlio fra lei e me sarebbe stato un mostro!"
"Perché dici così?"

Giovedì, 22 Gennaio 2015 00:00

Forse

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Eccomi qui, di fronte a una tazza di caffè.       
Roba da non crederci. Non mi è mai piaciuto il caffè.
Ricordo ancora le espressioni incredule di chi per la prima volta veniva a conoscenza di questa mia repulsione, come se fosse un reato, un peccato mortale, una mancanza di cui vergognarsi. In quarant’anni mi avranno offerto milioni di caffè, alcuni addirittura con insistenza. La gente si smarrisce, si disorienta, cerca sempre risposte plausibili quando la metti di fronte a qualcosa che non riesce a contemplare, che minimamente si allontana da un ordine di idee collettivo: "Ma come non bevi caffè? Eppure sei un fumatore!". Come se la Philip Morris monitorasse il consumo di caffè per paura di non vendere più un pacchetto. Forse avrei dovuto fare l’avvocato.

Domenica, 25 Gennaio 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 9)

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CAPITOLO 8

 

Nonostante ne sia l’autore, io per primo non so dirmi come sia finita questa storia. È ovvio che Susy di li a poco sarebbe diventata cadavere, ma non è questo quel che conta. Insomma, alla fine Vlad soddisferà il suo bisogno di sesso (o amore) oppure si limiterà a dissanguarla? Certo, ho lasciato degli indizi per strada e tutto sommato il finale può dare una risposta, ma rimane comunque opinabile, credo. Ad ogni modo, per adesso tutto questo non è importante, mi soffermerei per un attimo invece sull’altra questione sollevata dal mio breve racconto ed è per questo motivo infatti che mi ritornò in mente proprio in quel momento, nel bagno di Margherita, ossia: il bisogno di uccidere. In parole povere, già da bambino paragonavo l’assassinio seriale ad un atto di sopravvivenza. Johnny Vlad uccide per vivere. Tutto sommato non prova nemmeno godimento nel farlo, è dissetarsi, anzi pare quasi se ne dispiaccia, tanto che confessa la sua condizione con amarezza. Dunque? “Adesso basta” mi dissi, “non affliggerti oltre, Giovanni!”.

5° GIORNO

La giornata inizia con i complimenti di Poul, mi dice che professionalmente sono molto cresciuto da Taipei ad Auschwitz fino ad oggi. Anche tu Poul, sei molto cresciuto. Di peso.
Oggi è il giorno in cui dobbiamo incontrare il Cliente, e su di noi incombe la famosa e-mail di Alicia. Poulone ci riunisce tutti dicendo: “Mi raccomando dobbiamo essere smart, smiling and professional, me per primo. Non diamo confidenza: we don’t joke with Client”.

Mercoledì, 07 Gennaio 2015 00:00

Amarillide

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Amarillide aveva vissuto per quarant'anni a Montequadrato senza troppi impedimenti. Era difficile per lei spiegare cosa volesse dire, né sapeva se e cosa fosse effettivamente cambiato nella sua vita. Le rimaneva solo una precisa sensazione di quello che era passato e di quello che adesso restava. Viveva in un appartamento in Via degli Ulivi n. 4, in una palazzina color pesco appena costruita sul limitare del paese circondato dalle campagne. Era sposata da quindici anni con Antheo e, tra momenti di crisi e di gioia, il loro rapporto di complicità e sostegno reciproco non era mai cambiato. Si erano conosciuti alla scuola media di Montequadrato e da allora non si erano più separati. Erano stati grandi amici e compagni di bighellonate fino alla quarta liceo, quando si erano irrimediabilmente innamorati. Se prima giocavano a schiacciarsi il naso con le dita, da quel momento avevano cominciato a passarsi le stesse fra ciocche di capelli con sguardo imbambolato e perso. Antheo era bello, Amarillide lo ricordava ai tempi della scuola, con il fisico magro e il viso elegante.

Domenica, 04 Gennaio 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 8)

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CAPITOLO 7

Era passata una settimana dalle dimissioni di Margherita, pochino per andarla a trovare, ma pensai che era buona cosa farle almeno una telefonata. Fu molto contenta, mi disse che si sentiva un po’ sola. Era sempre sola. Il figlio passava a trovarla un paio di volte alla settimana 15 minuti per portarle cose varie, tipo alimenti, medicine e altro. “Ma non sta mai un po’ con lei a farle compagnia?” le chiesi io, mi rispose che la domenica passava a prenderla per pranzo per portarla dalla sua famiglia e lì, con il figlio, i nipotini e il cagnolino, si sentiva finalmente felice. Mi invitò a prendere un caffè, mi chiese di Barbara ovviamente. Le dissi che era in turno (era vero) e che se le faceva piacere sarei passato volentieri a farle un saluto da vicino. Cosi mi feci dare l’indirizzo e mi misi in cammino.

Lunedì, 12 Gennaio 2015 00:00

Lulu e il sottile fascino dell'ambizione

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A ripensarci, la diresti una storia da manuale.
L’appuntamento è per mezzogiorno in punto. Dall’avvocato. Marco, mio marito, verrà direttamente dall’ufficio. Per nessuna ragione al mondo perderebbe anche un solo attimo di lavoro. Il suo non è semplice attaccamento professionale, ma si tratta piuttosto di una sindrome di sfrenato carrierismo che nei momenti di maggior competizione con i colleghi della società dove ricopre la carica di manager gli provoca incontenibili attacchi di panico.

4° GIORNO 


Colazione con Monique e Jin Ciò Ciò, che mi fissa. I taiwanesi sono così, sono molto attenti. Inizia una scena che purtroppo avrà molte repliche: l’Inquisizione Cinese. Con una voce non umana, proveniente da un mondo irreale, parte l’interrogatorio del compagno Ciò: “Luca-what-is-your-salary-in-Italy?”.

Fu soltanto quando mi disse, avvicinandosi al mio orecchio e protendendo due umidicce labbra pallide, che visto che non siamo stati in grado di fare il socialismo allora è giusto che si compia la barbarie, che riconobbi che quello strano e goffo Babbo Natale era proprio il pallido (a causa del cerone) signor D. Io risi di gusto, lui guardò altrove maledicendo con gli occhi un bambino rubicondo e grassottello che assomigliava proprio a un roseo porcellino lattante. Se vuoi venire con me ti mostro alcune cose e capirai quello che dico, non si tratta di arrendersi ma di seguire e facilitare il flusso delle cose.

3° GIORNO

Ieri un paio di volte ero arrivato agli appuntamenti con cinque, dieci minuti di ritardo. Poul gentilmente mi aveva chiesto di “non fare l’italiano”.
Lasciatemi arrivare, con un ritardo umano; lasciatemi arrivare, sono un italiano.
Stamattina colazione alle 8 ish. E allora in spregio al Cutugno Nazionale, alle 8 ‘o clock, precise, che spaccano il secondo, sono seduto in sala. Da solo. Nessun compagno d’avventura all’orizzonte.

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