“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 22 Maggio 2022 00:00

Gelati e tipi di gelati

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“È il miglior gelato del quartiere”, dicevano dai balconi dell’intero perimetro dell’isolato. Il miglior gelato, il migliore, gridavano in coro. Spinto da cotanta spinta pubblicitaria, mi accinsi a recarmi nella migliore gelateria della zona. Così dicevano i bontemponi.

Rimessa a nuovo, la gelateria riluceva di una pulizia insolita, fin troppo accurata. Sembrava tutto tirato a lucido. Chiesi tre palle: limone, fragola, nocciola. Un classico. Tre euro e cinquanta. Doveva essere senz’altro un franchising. Arrotondavano sul prezzo base.
Me ne uscii così con quelle tre palle sul grande cono, capace di sorreggerle con parsimonia, come se il loro effettivo volume attentasse alla sicurezza del supporto. Leccavo, leccavo, ma non riuscivo a gustarmelo, essendomi penetrato nelle narici l’odore dell’eccessiva pulizia della gelateria. Doveva essere qualcosa di chimico, qualcosa che distrae dai sapori e mescola scie chimiche entro vie respiratorie già di per sé fragili. La fragola e il limone sembravano dello stesso gusto e la nocciola sembrava caffè. Tornai indietro per protestare contro l’isolato, ma alzando il capo verso i balconi, dai quali provennero tutti quegli incitamenti, non notai nessuno. La piazza era deserta. La gente pareva essersi rapidamente volatilizzata. Nel frattempo, quel poco gelato che avevo ingerito cominciò a dare i suoi strani effetti. Una parte di quel che avevo ingerito tornò su, gorgheggiando nella gola irritanti rimasugli lattici. Non riuscivo a respirare e credo di aver perso i sensi per qualche minuto. Mi risvegliai all’interno della gelateria, seduto su una sedia, con la cassiera che mi spingeva a forza nella bocca un bicchiere di plastica colmo d’acqua. L’acqua faceva fatica a trattenere nello stomaco i residui di quel mistico gelato. La vista, seppur annebbiata dal mancamento, non poté fare a meno di notare i vari gusti, disposti dietro la luminosa vetrina. Dovevano essere piccole allucinazioni quelle che vedevo muoversi attorno alle orecchie della cassiera, diavoletti con dei forconi tra le mani che le pizzicavano i lobi, inveendo a tratti contro di me in maniera minacciosa. Un serpente lunghissimo, attorcigliato attorno al suo collo, scivolava lesto senza premerle contro la carotide. Cacciai fuori la lingua e rigurgitai una sostanza che mescolava abilmente i colori di tutti i gusti presenti sul bancone. Non appena mi liberai di quelle sostanze fortemente alterate, notai che i gusti del gelato, dall’interno dei contenitori, si muovevano all’infuori strisciando, come più o meno accadeva in “Blob”, lungo il bancone, per poi scendere fino a un palmo dalle mie sporche scarpe. Davanti a me, la cassiera si era tramutata in un enorme cono all’amarena, mentre dal soffitto scendevano granellini di biscotto a corredo di un impatto visivo non di poco conto. La gelateria era completamente invasa dai gusti di gelato e cominciai a sentire freddo. Freddo vero, come se fossi rimasto intrappolato all’interno di una cella frigorifera. Fu così che finii il mio tempo, messo in vendita come uno stecco-lecco Fitzz o un cremino vecchia maniera, sul bancone del franchising che attirava tanto la clientela del quartiere.
Una lunga fila che toccava la piazza stracolma di persone, come ai bei tempi, quelli in cui ero solito mettermi in fila anch’io per reclamare il gelato, un tempo sfizio salvifico del pomeriggio.
Due o tre bambini mi avevano già puntato, lì, proprio dove me ne stavo infilato, ritto strettamente in un buco. “Mamma ma che gusto è quello?”, disse uno di loro, lasciando l’impronta del suo indice sulla vetrina che ancora per poco mi proteggeva dall’assalto. “Boh. Però sembra essere buono”, disse la madre leccandosi il labbro inferiore. Mai temei una spessa lingua di donna, lingua da milf.

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