“Il desiderio del tuo fragile corpo d'attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie”

Leo de Berardinis, in una lettera indirizzata a Enzo Moscato

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

La classe sociale e la reputazione, le ambizioni e le aspettative, il potere ed il servilismo. Ognuna delle componenti che rinsaldano o abbelliscono la facciata della vita pubblica di ogni personaggio è svelata o occultata, mescolata, sacrificata o incondizionatamente accettata come unico scopo e motivo d’esistenza, in una misura relazionata a calcoli estremamente minuziosi. Ed è quasi del tutto naturale che sia sempre il personaggio ad incidere sulla personalità e a plasmare la vita privata dell’individuo, anche se inizialmente potrebbe sembrare il contrario.

Un sole ardente fra le ombre della mezzanotte, o una profonda oscurità insinuata fra gli splendori di un giorno luminoso. Potrebbe forse avvicinarsi a qualcosa del genere, quel sentimento indefinito che è impossibile strapparsi di dosso, una volta entrati in contatto con le creazioni di Vincent Van Gogh? Ma se questa visione potesse rendere una delle tante sfumature percettive legate ad un’opera che in nessun tempo e circostanza può essere ignorata, nella pellicola di Schnabel non v’è traccia di qualcosa di simile. Ciò avviene proprio perché una tale visione è affannosamente ed affettatamente braccata fin dall’inizio, sino a  rendere opprimente ed inefficace ciò che avrebbe potuto dare buoni frutti come sana ossessione creativa.

Domenica, 23 Dicembre 2018 00:00

Debolezze e punti di forza del film sui Queen

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Se l’inizio della pellicola promette un forte allineamento con l’atmosfera che di questo importante pezzo di storia della musica e della società si intende restituire, e specialmente con la personalità di Freddie Mercury, fra le più carismatiche dell’era moderna, il suo proseguimento sembra scandito da uno sviluppo in più di un’occasione poco convincente. La base di partenza è una buona idea di narrazione, la quale prende in esame esclusivamente l’arco temporale che va dal 1970, anno in cui il giovane Farrokh Bulsara entra a far parte della band che si esibiva all’epoca con il nome di Smile, anche se in realtà Mercury conosceva già May e Taylor e decisero insieme di formare il nuovo gruppo, sino al celeberrimo Live Aid del 1985, che consacrò definitivamente i Queen ed il loro frontman, affidandone la leggenda alla storia.

Rispetto alla produzione teatrale e audiovisiva di Carmelo Bene, la sua complessa opera filmica risulta meno indagata e proprio su questa si concentra Giulia Raciti nel suo recente libro Il ritornello crudele dell’immagine. Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene (Mimesis, 2018) nella convinzione che “la problematicità del cinema beniano sia da ricercare nella furia iconoclasta del regista, il quale fa deflagrare le splendide sequenze che mette in immagine-movimento, dissipandole nel montaggio fratto e iperaccelareto, nel gonfiaggio della pellicola, nella saturazione estrema dei colori e in altri mille espedienti tesi a conseguire quello che il Nostro ha in più occasioni dichiarato essere lo scopo del suo cinema: la cecità dell’immagine”.

Locked è espressamente votato all’idea di un’impavida introspezione. E così, nel silenzio degli affetti da cui si è stati allontanati, nel silenzio della privazione totale e nella solitudine della segregazione, lì dove si è in contatto, per coercizione, con quella realtà consistente nell’essere soli, sempre, con se stessi, il più grande mistero della vita lo si ricerca nella pura semplicità del desiderio indiscusso, primordiale e fondante l’esistenza. In quella libertà che sola permette di scardinare la desolazione in cui ognuno è immerso per formare legami con il mondo e con gli altri, nel modo che più ci appartiene.

Mercoledì, 21 Novembre 2018 00:00

“First Man”: un piccolo passo... verso la noia

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Era il 21 luglio del 1969 quando Neil Armstrong metteva piede sul suolo lunare. Una data storica, un momento epico seguito in diretta tv in tutto il mondo. Un punto segnato dagli Americani nella corsa allo spazio intrapresa con la Russia negli anni della Guerra Fredda.
31 ottobre 2018: esce al cinema First Man, quarto film da regista per Damien Chazelle (Whiplash, La La Land) che sente il bisogno raccontare ancora una volta l’impresa. E lo fa rinnovando il sodalizio, stretto con il grande successo di La La Land, con Ryan Gosling che veste i panni di Neil Armstrong.

Giovedì, 08 Novembre 2018 00:00

“Euforia”: ritrovarsi, a un passo dall’addio

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Euforia è il secondo film da regista per Valeria Golino, che torna dietro alla telecamera per parlare del confine sottilissimo che separa la vita dalla morte. Lo aveva già fatto in Miele, dove la protagonista Irene (Jasmine Trinca) si occupava di suicidi assistiti, di nascosto da tutti. In Euforia Valeria Golino affronta il tema della malattia e della sua ineluttabilità. Ma il male, in questo caso, è solo il pretesto per indurre i suoi personaggi a scavare nel profondo della loro anima e capire che hanno vissuto fino a quel momento protetti da sovrastrutture, interpretando personaggi da offrire allo sguardo di chi li circonda, amici, colleghi, mogli, amanti.

Venerdì, 21 Settembre 2018 00:00

Kore'eda celebra la poetica dei perdenti

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Il film Un affare di famiglia è l’ultimo sforzo artistico del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, esploso in questa decade grazie a film come Little SisterFather and Son, Ritratto di famiglia con tempesta. Quest’opera, però, è proprio per definizione speciale, perché gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes la scorsa primavera. Si potrebbe dire che tale riconoscimento sia − anche − un coronamento per quanto di buono ha fatto vedere con i film sopra citati.

Giovedì, 06 Settembre 2018 00:00

Don’t worry… Learn to be happy

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Gus Van Sant ha presentato quest’anno, prima al Sundance Festival, poi al Festival di Berlino, un film biografico, Don't Worry, He Won't Get Far on Foot, sulla vita del vignettista satirico John Callahan. L’idea risaliva a circa venti anni prima, quando Robin Williams gli aveva proposto di rappresentare la caduta e risalita del fumettista figlio di donna irlandese da ella abbandonato alla nascita che inizia a dipendere dall’alcool all’età di tredici anni. Questa insopprimibile dipendenza lo porterà, a ventun anni, ad avere un terribile incidente stradale a seguito del quale resterà paralizzato dal tronco in giù.

Lunedì, 03 Settembre 2018 00:00

Cultura visuale. Cinema, teatro e new media

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Il volume curato da Andrea Rabbito La cultura visuale del Ventunesimo secolo. Cinema, teatro e new media (Meltemi 2018), primo di una serie che si aggiornerà con cadenza annuale, si propone come contributo all’ambito di ricerca della cultura visuale di studiosi e artisti. In questa prima uscita vengono pubblicati scritti di Vito Zagarrio, Ruggero Eugeni, Roberto Tessari, Carla Bino, Salvatore Tedesco, Elio Ugenti, Denis Brotto, Michele Guerra, Andrea Rabbito, Simone Arcagni, Stefania Rimini, Dario Tomasello, Giulia Raciti, Francesco Parisi e Rino Schembri a cui si aggiungono diverse riproduzioni di opere dell’artista Giovanni Zoda.

Lunedì, 23 Luglio 2018 00:00

“Frankenstein” tra potenza e mito

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“A duecento anni dalla pubblicazione del romanzo nato dall’ingegno e dalla creatività di una giovane donna inglese non ancora ventenne, Mary Shelley, uno storico della scienza e uno studioso della cultura di massa ricostruiscono lo sfondo culturale di questo capolavoro, con particolare attenzione alle teorie scientifiche dell’epoca, e narrano la genesi e lo sviluppo del mito di Frankenstein fra teatro, cinema, televisione e fumetti”.

Martedì, 17 Luglio 2018 00:00

Il cinema francese nei rimossi anni di Vichy

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Lo storico Henry Rousso nel formulare l’etichetta “Sindrome di Vichy” fa riferimento alla difficoltà dei francesi di fare i conti apertamente “con un periodo di occupazione che portò all’identificazione e assimilazione del fascismo nel proprio corpo territoriale, socioculturale e politico, un’afflizione della memoria e dell’identità collettiva che si manifesterà in Francia a partire dal secondo dopoguerra sotto forma prima di lutto, poi di rimozione gollista e infine di riemersione traumatica a partire dagli anni Settanta.

“Che cosa è il cinema?”, si chiedeva André Bazin dando vita ai celebri Cahiers du cinéma nella Francia del dopoguerra. Se per certi versi la domanda si confrontava all’epoca, ed ancora per diversi decenni, con un oggetto di studio relativamente stabile, a cavallo del passaggio di millennio la domanda torna a far capolino in un panorama in cui tale oggetto di studio sembra essersi fatto davvero instabile circondato com’è da un proliferare di forme e media audiovisivi in costante mutazione.

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