“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Il regista che ha il merito di aver compreso e mostrato per primo le qualità cinematografiche di Totò è Mario Mattoli. Sul set l’incontro tra i due avviene con I due orfanelli (1947); segue una lunga serie di pellicole fino al 1954. Durante questo lasso di tempo Totò lavora anche con altri registi, tra cui Steno, Monicelli e Bragaglia, ottenendo uno strepitoso successo, accompagnato da incassi da record (nonostante la stragrande maggioranza dei critici continui a deplorare i lungometraggi dell’artista partenopeo).

The End of the F***ing World è una creazione narrativa speciale, fra quelle che invitano ad entrare con molta naturalezza nella dimensione di senso di un’opera creativa, la quale non finirebbe mai per esaurire il suo contenuto di riflessioni, emozioni e dubbi esistenziali, persino alla data dell’ennesima visione del prodotto da cui questi siano veicolati.

Nell’immediato post-1968 si afferma in Italia un cosiddetto “cinema politico”. Diversi autori reintroducono nel cinema problemi sociali che sono stati un po’ trascurati negli ultimi anni precedenti. Autori come Damiano Damiani, Francesco Rosi, Elio Petri e Marco Bellocchio perseguono strade ardite e articolate.

“Io considero Vittorio De Sica il più grande regista e il più grande uomo di cinema non soltanto che abbiamo avuto noi italiani, ma in assoluto: è il più grande è il più sensibile. [...]. Non ho mai trovato una persona di cinema veramente così completa come lo era De Sica”. Quasi una dichiarazione d’amore, questo commento di Rodolfo Sonego, uno dei più grandi soggettisti e sceneggiatori del cinema italiano, su Vittorio De Sica, uno dei  migliori (se non il migliore in assoluto) dei cineasti italiani di tutti i tempi.

Giovedì, 25 Giugno 2020 00:00

“Doom Patrol”: Review Patrol

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Non sono un grande fan della DC.
Tra tutti i suoi supereroi, preferisco i cattivi, il caro vecchio Joker in particolare.
Non so perché, forse perché il modo greve con cui vengono trattati di tanto in tanto mi annoia, forse nei fumetti cerco solo divertimento (derivato di divertire, allontanare la mente), e adoro troppo Deadpool per piangere sulle vicende di Bruce Wayne e dell’uomo d’acciaio.

Sabato, 20 Giugno 2020 00:00

“Anima persa”: angoscia in laguna

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Anima persa è un film importante nella produzione di Dino Risi, forse il suo film più complesso e maturo”: così scriveva Mauro Manciotti, per Il Secolo XIX , il 4 febbraio del 1977. Giudizio altamente lusinghiero che però, strano a dirsi, è rimasto isolato: del resto questo magnifico film ha ricevuto scarso apprezzamento anche da parte del pubblico, tanto da finire quasi nel dimenticatoio. Infatti tra i film del grande Dino Risi è certamente uno dei meno conosciuti.

Ha rappresentato gli italiani nei loro momenti migliori e peggiori: stiamo parlando di lui, sì, di Alberto Sordi. Durante i suoi quarant’anni e più di carriera, l’attore romano ha messo insieme un’ineguagliabile galleria di ritratti dell’italiano medio, ma anche nobile e proletario, senza saltare nessuno dei gradini della scala sociale. L’Albertone nazionale è stato, di volta in volta, impiegato, vigile, industriale, medico, soldato, imboscato, playboy, marchese, scapolo, marito e seduttore.

È davvero sconveniente per una donna di fede ultra-ortodossa chassidica cantare a voce alta, studiare musica o la Torah.
Esty si sente diversa, canta con la nonna paterna e con lei condivide il segreto delle lezioni di piano.
Esty ha magnifici capelli ramati e un corpo minuto, quasi infantile, rigido e teso come il suo bel viso mai rilassato.

“Il rovescio fisico e morale della voce dei camorristi”: così Erri De Luca definisce il modo di parlare di Massimo Troisi. Sì, perché il suo eloquio, puntellato com’è di balbettii, infarcito com’è di pause e ripetizioni, sembra più vicino al regno del silenzio che a quello della parola. Unico, inimitabile e impareggiabile lo stile di Massimo.

“Di persona, impacciato e servile con i superiori. Anche, di accadimento, penoso e ridicolo”: così si legge, sul dizionario italiano Treccani, alla voce fantozziano. Sì perché − forse non tutti lo sanno − da un po’ di tempo nel vocabolario nostrano è entrato a pieno titolo questo aggettivo.

Sabato, 23 Maggio 2020 00:00

“Non ti pago!”. Un omaggio a Eduardo

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Per omaggiare Eduardo De Filippo, alla vigilia del giorno in cui ricorrono centoventi anni esatti dalla sua nascita (avvenuta il 24 maggio 1900) vi propongo una riflessione su uno dei suoi film più riusciti, se non il migliore in assoluto. Sto parlando di Non ti pago!, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia e uscito nelle sale nell’autunno del 1942.

Sabato, 16 Maggio 2020 00:00

Un comico-giallo in una Napoli tetra e piovosa

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Uno degli ultimissimi film che rientrano nel genere della commedia all’italiana è Giallo Napoletano, girato negli ultimi mesi del 1979 e approdato nelle sale l’anno successivo. Una pellicola divertente, grottesca, dai risvolti drammatici, che rispecchia perfettamente la crisi politico-sociale in cui l’Italia, e soprattutto il Meridione, erano precipitati.

Sabato, 09 Maggio 2020 00:00

“Il mostro”: il Dorelli che non ti aspetti

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Uno dei registi italiani che si è dimostrato sempre al passo coi tempi o addirittura in anticipo è Luigi Zampa. Amato poco dalla critica ma molto dal pubblico, negli anni Settanta Zampa dirada la sua attività, producendo però lungometraggi di tutto rispetto. Prima di congedarsi definitivamente con un film di scarso successo come Letti selvaggi (1979), dirige tre pellicole che rappresentano perfettamente l’affresco della società italiana durante gli anni di piombo.

Dopo alcuni anni di gavetta al fianco di Luigi Zampa, Mauro Bolognini esordisce come regista nel 1953 con Ci troviamo in galleria. Nel giro di pochi anni girerà altri film, tra cui Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo e Gli innamorati, tipico esempio del neorealismo rosa. La svolta arriva con Giovani mariti, del 1958, al quale seguiranno Arrangiatevi, La notte brava e Il bell’Antonio.

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