“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

“Il rovescio fisico e morale della voce dei camorristi”: così Erri De Luca definisce il modo di parlare di Massimo Troisi. Sì, perché il suo eloquio, puntellato com’è di balbettii, infarcito com’è di pause e ripetizioni, sembra più vicino al regno del silenzio che a quello della parola. Unico, inimitabile e impareggiabile lo stile di Massimo.

“Di persona, impacciato e servile con i superiori. Anche, di accadimento, penoso e ridicolo”: così si legge, sul dizionario italiano Treccani, alla voce fantozziano. Sì perché − forse non tutti lo sanno − da un po’ di tempo nel vocabolario nostrano è entrato a pieno titolo questo aggettivo.

Sabato, 23 Maggio 2020 00:00

“Non ti pago!”. Un omaggio a Eduardo

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Per omaggiare Eduardo De Filippo, alla vigilia del giorno in cui ricorrono centoventi anni esatti dalla sua nascita (avvenuta il 24 maggio 1900) vi propongo una riflessione su uno dei suoi film più riusciti, se non il migliore in assoluto. Sto parlando di Non ti pago!, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia e uscito nelle sale nell’autunno del 1942.

Sabato, 16 Maggio 2020 00:00

Un comico-giallo in una Napoli tetra e piovosa

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Uno degli ultimissimi film che rientrano nel genere della commedia all’italiana è Giallo Napoletano, girato negli ultimi mesi del 1979 e approdato nelle sale l’anno successivo. Una pellicola divertente, grottesca, dai risvolti drammatici, che rispecchia perfettamente la crisi politico-sociale in cui l’Italia, e soprattutto il Meridione, erano precipitati.

Sabato, 09 Maggio 2020 00:00

“Il mostro”: il Dorelli che non ti aspetti

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Uno dei registi italiani che si è dimostrato sempre al passo coi tempi o addirittura in anticipo è Luigi Zampa. Amato poco dalla critica ma molto dal pubblico, negli anni Settanta Zampa dirada la sua attività, producendo però lungometraggi di tutto rispetto. Prima di congedarsi definitivamente con un film di scarso successo come Letti selvaggi (1979), dirige tre pellicole che rappresentano perfettamente l’affresco della società italiana durante gli anni di piombo.

Dopo alcuni anni di gavetta al fianco di Luigi Zampa, Mauro Bolognini esordisce come regista nel 1953 con Ci troviamo in galleria. Nel giro di pochi anni girerà altri film, tra cui Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo e Gli innamorati, tipico esempio del neorealismo rosa. La svolta arriva con Giovani mariti, del 1958, al quale seguiranno Arrangiatevi, La notte brava e Il bell’Antonio.

A differenza di Dino Risi e Mario Monicelli, i cui nomi, legati a doppio filo, riconducono sempre alla “commedia all’italiana”, Luigi Comencini, coetaneo di Risi e più giovane di un anno rispetto a Monicelli, non può essere identificato con un genere cinematografico specifico. Probabilmente la circostanza si deve al fatto che negli anni Cinquanta il regista nativo di Salò ottiene uno strepitoso successo con il filone di Pane, amore e fantasia e che alcuni successi come Incompreso (1966), Le avventure di Pinocchio (serie per la TV andata in onda il 1972) e Cuore (1984) non rientrano nella commedia all’italiana.

Stagliata contro il panorama delle storie di supereroi, mutanti e paladini della giustizia, la serie The Boys, tratta dall’omonimo fumetto, rappresenta un concetto diverso del sovrumano, o meglio della versione modificata dell’umano. L’idea attinge alla dimensione conosciuta e già storicizzata della serie a fumetti afferente al genere, e girovaga tra quei familiari elementi, fatti di versatili disgrazie e funzionali cliché, di un’ironia che tende la mano alla comicità e al demenziale e di un’evoluzione dei personaggi investita di obblighi morali e positività.

“Casa mia, / stammo purtanno ‘o lutto tutte ‘e duie”: questi brevi versi fanno parte di una triste e toccante canzone scritta da Totò e cantata a squarciagola da Giacomo Rondinella (nei panni di un detenuto) mentre il principe De Curtis gli fa la barba. Il film in questione, Dov’è la libertà...? – il lettore lo avrà capito – è tutt’altro che comico.

Se le immagini rappresentano l’essenza di tutto il cinema, vi sono però film che palesano più di altri una riflessione sul loro statuto teorico e Blow-up (1966) di Michelangelo Antonioni è sicuramente tra questi.

Il 1959 è un anno d’oro per l’Albertone nazionale, non solo per l’incredibile numero di film girati − ben dieci (il record, comunque, spetta al 1954, con addirittura dodici film) − ma anche per la qualità delle pellicole: basti pensare che almeno tre di esse entreranno nella storia del cinema italiano. Sto parlando de La grande guerra di Mario Monicelli, de I magliari di Francesco Rosi e de Il vedovo di Dino Risi.

Considerato tra uno dei padri del cinema italiano, insieme a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, Luchino Visconti è stato tra i più innovativi dei registi italiani. Appartenente a una famiglia aristocratica milanese, legata all’ambiente teatrale, il giovane Luchino, di natura irrequieta lascia l’Italia e va a studiare a Parigi. Qui avverrà un incontro che segnerà la sua vita, ovvero quello con il regista Jean Renoir del quale Visconti diventerà assistente fino al rientro in Italia.

Sabato, 28 Marzo 2020 00:00

“Fantasmi a Roma”, Spettri birichini…

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Ricchi di cambiamenti furono i primi Anni ’60, dove gli assi della commedia all’italiana, singolarmente o in coppia (in sparuti casi anche in trio), sfoderarono diverse prove da applausi come nel caso di Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, un lungometraggio poco considerato dalla critica ma sicuramente tra i migliori della nostra cinematografia.

Ci sono film a cui si resta legati ben al di là del loro intrinseco valore artistico. Ci sono film che animano il nostro immaginario – perché magari si legano a un’epoca, all’infanzia, al ricordo delle persone insieme alle quali li abbiamo visti, alla giornata particolare in cui ce ne è capitata la visione, allo stato d’animo che ce l’ha ispirata, o magari semplicemente appartengono a un filone che abbiamo particolarmente amato – e per questo ne conserviamo una memoria che ne travalica in parte l’estetica (anche se, in fondo, non riusciamo proprio a smettere di farceli piacere e a sancirne una valutazione razionalmente equanime).

Vitaliano Brancati (Pachino, 24 luglio 1907 − 25 settembre 1954) ebbe un ruolo particolare nel cinema italiano: fu uno scrittore tra i più notevoli della seconda metà del Novecento. Rilevante fu la sintonia che egli instaurò con il regista Luigi Zampa: il loro rapporto di collaborazione, iniziato nei primi anni del dopoguerra, si fondava su un pari atteggiamento verso alcuni aspetti che caratterizzavano la società dell’epoca.

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