"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Nel cinema, dai suoi inizi ad oggi, il mondo del lavoro, in tutte le sue sfaccettature, ha fatto più volte capolino. A volte, nei film, la fabbrica, l’ufficio, l’attività domestica si presentano come semplici fondali utili ad ambientare storie, in altri casi il mondo del lavoro e le sue ricadute sugli individui hanno assunto un ruolo importante nelle vicende narrate, tanto che in alcune circostanze il lavoro è persino il vero soggetto dell’opera. D’altra parte, in maniera neutra, edulcorata o infernale, è inevitabile che il lavoro appaia al cinema in quanto occupa una fetta sempre più ampia della vita degli individui, estendendosi sempre più oltre il luogo ed il tempo a cui le buste paga fanno riferimento.

Lunedì, 01 Aprile 2019 00:00

Residui filmici nel cinema di Antonioni

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Quanto la realtà quotidiana vissuta dal fruitore cinematografico risulta influenzata dalla realtà filmica, quella a cui co-partecipa durante la visione di un film? A partire da tale interrogativo, Stefano Usardi, nel suo libro La realtà attraverso lo sguardo di Michelangelo Antonioni. Residui filmici (Mimesis, 2018), indaga “la presenza di una residualità filmica che permane all’interno dello spettatore, e ne condiziona la percezione della realtà circostante, dopo aver assistito alla proiezione di un film all’interno di una sala cinematografica”.

Giovedì, 14 Marzo 2019 00:00

“Il primo re": tremate, questa è Roma

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“Due fratelli, soli, nell'uno la forza dell'altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda"

 

Uscito il 31 Gennaio scorso nelle sale cinematografiche, Il primo re, per la regia di Matteo Rovere − quello del pluripremiato Veloce come il vento − è un film semplice e complesso al tempo stesso: semplice poiché racconta una delle storie di genesi che più appartiene al nostro immaginario collettivo, ovvero la storia della fondazione di Roma, complesso perché decide di farlo attraverso delle scelte linguistiche e tecniche davvero poco usuali per il panorama cinematografico italiano, che già di per sé, non è abituato al cosiddetto genere peplum, che invece tanto bene hanno saputo declinare i registi americani con kolossal come Ben-Hur.

Lunedì, 04 Marzo 2019 00:00

“Roma”, ancor...

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La più bella scena di Roma, forse una delle più belle in assoluto nella storia del cinema, è quella in cui una troupe cinematografica, un ingegnere civile e gli operai che stanno scavando il tunnel della metropolitana sfondano con la fresa un muro e scoprono un'antica villa tutta affrescata. La visione dura pochi istanti, perché l'aria esterna, alterando il delicato equilibrio di quel microambiente, fa improvvisamente svanire gli affreschi di duemila anni fa, composti soprattutto di ritratti. Quei volti ci guardano per l'ultima volta e ci dicono addio per sempre, a metà fra il fastidio, la malinconia e la sovrana indifferenza.

Nota introduttiva: riprendo l’articolo dopo la premiazione degli Academy Awards dello scorso 25 Febbraio. Olivia Colman ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista. Avrebbero meritato a mio avviso anche le due attrici non protagoniste, oltre alla categoria “miglior film” e “migliore sceneggiatura” (questo lo asserisco con fermezza, avendo vinto questi ultimi due premi Green Book, film ben recitato ma soprattutto ben confezionato, politically correct, che tocca i sentimenti con leggerezza e sentiment(alism)o, che è una buona commedia, ma niente di più). Hollywood, oramai spesso, si sa, premia ciò che colpisce di primo acchito, ciò che è ben fatto, ciò che esalta in maniera positiva i “buoni sentimenti”, o che si presenta come riscatto personale o sociale.

Mercoledì, 27 Febbraio 2019 00:00

Jung e l'immagine filmica

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È noto l’interesse di Carl Gustav Jung per le potenzialità del cinema in termini di creazione di immaginario. “In un’era dominata dal materialismo, ove ancora si presta solo scarsa attenzione alle nostre dinamiche inconsce, alle nostre immagini e ai nostri sogni, il cinema offre uno strumento e uno spazio per essere testimoni della psiche proiettata, quasi letteralmente. Le pellicole cinematografiche diffondono un’esperienza contemporanea collocata altrove rispetto alla ‘vita quotidiana’, collettivamente vissuta con altri in uno spazio buio dedicato a tale obiettivo.

La classe sociale e la reputazione, le ambizioni e le aspettative, il potere ed il servilismo. Ognuna delle componenti che rinsaldano o abbelliscono la facciata della vita pubblica di ogni personaggio è svelata o occultata, mescolata, sacrificata o incondizionatamente accettata come unico scopo e motivo d’esistenza, in una misura relazionata a calcoli estremamente minuziosi. Ed è quasi del tutto naturale che sia sempre il personaggio ad incidere sulla personalità e a plasmare la vita privata dell’individuo, anche se inizialmente potrebbe sembrare il contrario.

Un sole ardente fra le ombre della mezzanotte, o una profonda oscurità insinuata fra gli splendori di un giorno luminoso. Potrebbe forse avvicinarsi a qualcosa del genere, quel sentimento indefinito che è impossibile strapparsi di dosso, una volta entrati in contatto con le creazioni di Vincent Van Gogh? Ma se questa visione potesse rendere una delle tante sfumature percettive legate ad un’opera che in nessun tempo e circostanza può essere ignorata, nella pellicola di Schnabel non v’è traccia di qualcosa di simile. Ciò avviene proprio perché una tale visione è affannosamente ed affettatamente braccata fin dall’inizio, sino a  rendere opprimente ed inefficace ciò che avrebbe potuto dare buoni frutti come sana ossessione creativa.

Domenica, 23 Dicembre 2018 00:00

Debolezze e punti di forza del film sui Queen

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Se l’inizio della pellicola promette un forte allineamento con l’atmosfera che di questo importante pezzo di storia della musica e della società si intende restituire, e specialmente con la personalità di Freddie Mercury, fra le più carismatiche dell’era moderna, il suo proseguimento sembra scandito da uno sviluppo in più di un’occasione poco convincente. La base di partenza è una buona idea di narrazione, la quale prende in esame esclusivamente l’arco temporale che va dal 1970, anno in cui il giovane Farrokh Bulsara entra a far parte della band che si esibiva all’epoca con il nome di Smile, anche se in realtà Mercury conosceva già May e Taylor e decisero insieme di formare il nuovo gruppo, sino al celeberrimo Live Aid del 1985, che consacrò definitivamente i Queen ed il loro frontman, affidandone la leggenda alla storia.

Rispetto alla produzione teatrale e audiovisiva di Carmelo Bene, la sua complessa opera filmica risulta meno indagata e proprio su questa si concentra Giulia Raciti nel suo recente libro Il ritornello crudele dell’immagine. Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene (Mimesis, 2018) nella convinzione che “la problematicità del cinema beniano sia da ricercare nella furia iconoclasta del regista, il quale fa deflagrare le splendide sequenze che mette in immagine-movimento, dissipandole nel montaggio fratto e iperaccelareto, nel gonfiaggio della pellicola, nella saturazione estrema dei colori e in altri mille espedienti tesi a conseguire quello che il Nostro ha in più occasioni dichiarato essere lo scopo del suo cinema: la cecità dell’immagine”.

Locked è espressamente votato all’idea di un’impavida introspezione. E così, nel silenzio degli affetti da cui si è stati allontanati, nel silenzio della privazione totale e nella solitudine della segregazione, lì dove si è in contatto, per coercizione, con quella realtà consistente nell’essere soli, sempre, con se stessi, il più grande mistero della vita lo si ricerca nella pura semplicità del desiderio indiscusso, primordiale e fondante l’esistenza. In quella libertà che sola permette di scardinare la desolazione in cui ognuno è immerso per formare legami con il mondo e con gli altri, nel modo che più ci appartiene.

Mercoledì, 21 Novembre 2018 00:00

“First Man”: un piccolo passo... verso la noia

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Era il 21 luglio del 1969 quando Neil Armstrong metteva piede sul suolo lunare. Una data storica, un momento epico seguito in diretta tv in tutto il mondo. Un punto segnato dagli Americani nella corsa allo spazio intrapresa con la Russia negli anni della Guerra Fredda.
31 ottobre 2018: esce al cinema First Man, quarto film da regista per Damien Chazelle (Whiplash, La La Land) che sente il bisogno raccontare ancora una volta l’impresa. E lo fa rinnovando il sodalizio, stretto con il grande successo di La La Land, con Ryan Gosling che veste i panni di Neil Armstrong.

Giovedì, 08 Novembre 2018 00:00

“Euforia”: ritrovarsi, a un passo dall’addio

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Euforia è il secondo film da regista per Valeria Golino, che torna dietro alla telecamera per parlare del confine sottilissimo che separa la vita dalla morte. Lo aveva già fatto in Miele, dove la protagonista Irene (Jasmine Trinca) si occupava di suicidi assistiti, di nascosto da tutti. In Euforia Valeria Golino affronta il tema della malattia e della sua ineluttabilità. Ma il male, in questo caso, è solo il pretesto per indurre i suoi personaggi a scavare nel profondo della loro anima e capire che hanno vissuto fino a quel momento protetti da sovrastrutture, interpretando personaggi da offrire allo sguardo di chi li circonda, amici, colleghi, mogli, amanti.

Venerdì, 21 Settembre 2018 00:00

Kore'eda celebra la poetica dei perdenti

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Il film Un affare di famiglia è l’ultimo sforzo artistico del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, esploso in questa decade grazie a film come Little SisterFather and Son, Ritratto di famiglia con tempesta. Quest’opera, però, è proprio per definizione speciale, perché gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes la scorsa primavera. Si potrebbe dire che tale riconoscimento sia − anche − un coronamento per quanto di buono ha fatto vedere con i film sopra citati.

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