“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Mercoledì, 28 Luglio 2021 00:00

Corpi senza Organi nel cinema di David Cronenberg

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Il volume di Martina Puliatti, La rivoluzione interiore. Corpi senza organi nel cinema di David Cronenberg (Aracne Editrice, 2020) non deve essere inteso come una monografia dedicata al regista canadese, quanto piuttosto come uno studio critico relativo alle riflessioni che egli ha prodotto attraverso l’immagine filmica. Riprendendo i convincimenti introdotti da Gilles Deleuze nei suoi saggi dedicati al cinema – Immagine-tempo e Immagine-movimento –, l’autrice affronta le pellicole di Cronenberg non come messa in scena di concetti o argomentazioni filosofiche, ma come riflessioni praticate con altri mezzi, quelli dell’immagine cinematografica appunto.

Sabato, 10 Luglio 2021 00:00

Il cinema terapeutico di Nanni Moretti

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Il recente volume di Roberto Lasagna, Nanni Moretti. Il cinema come cura (Mimesis, 2021), passa in rassegna l’intera produzione cinematografica del regista leggendola come una lunga e continuata autoanalisi che l’autore condivide con lo spettatore dettata da uno stato di crisi esistenziale e generazionale di fronte ad un mondo che sembra procedere imperterrito lungo una direzione tanto  incomprensibile quanto insopportabile.

Venerdì, 14 Maggio 2021 00:00

L’Antigone, con Žižek, va a morire

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“Was die Erfahrung aber und die Geschichte lehren,
ist dieses, daß Völker und Regierungen niemals etwas
aus der Geschichte gelernt und nach Lehren, die aus
derselben zu ziehen gewesem wären, gehandelt haben”
(Georg Wilhelm Friedrich Hegel)



Antigone, How Dare We! è un film di Jani Sever del 2020. A presentarlo, al Trieste Film Festival del 2021 (questo II anno pandemico online), è lo stesso produttore, scrittore e regista. È egli stesso, infatti, a introdurci (con una entrée quasi personalizzata) al suo Antigona – kako si upamo!.

Capita spesso di sentire urlare al miracolo quando vengono prodotte e distribuite delle opere che combinano tematiche delicate attraverso una sublime poetica stilistica, per alcuni innovativa e per altri pletoricamente estatica, usufruendo allo stesso tempo di una maschera del protagonista che armonizza, amplifica o contrasta alla perfezione il tutto.

“Bisogna avere uomini con un senso morale, e che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento, senza discernimento. Perché è il voler giudicare che ci sconfigge”
(Colonnello Kurtz, Apocalypse Now)


“Muore tutto, l’unica cosa sei tu,
muore tutto, vivi solo tu, solo tu, solo tu”
(Allarme, CCCP – Fedeli alla linea)

 

    

Nel purgatorio dantesco le anime vivono un tempo dilatato, sommerso, solo vagamente imparentato con il presente dei vivi. I giorni scorrono, le costellazioni dello zodiaco e i pianeti segnano, sull’immenso orologio cosmico dei cieli, il passare delle ore, ma tutto si ripete identico in un medesimo tempo atmosferico.

Dal 18 marzo è finalmente disponibile in streaming in Italia (su Sky Cinema Uno e Now Tv) un film che è entrato di diritto nella storia e nella mitologia di quella grande saga che è il Cinema: The Snyder Cut, la director’s cut di Justice League, o meglio Zack Snyder’s Justice League.
Prima però, è doverosa una premessa, quasi una “origin story”.

Giovedì, 11 Marzo 2021 00:00

La trilogia panica di Fernando Arrabal

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Quando Fernando Arrabal realizza il suo primo film Viva la muerte (1971) è già una delle personalità più note del panorama artistico europeo: fondatore nel 1962 con Alejandro Jodorowsky e Roland Topor del Movimento Panico (nome che compare per la prima volta nella sua opera Cinque racconti panici) e autore di pièces surreali e crudelissime, Arrabal è il drammaturgo più eccentrico della nuova avanguardia teatrale.

Martedì, 02 Marzo 2021 00:00

Kōhei Oguri e il cinema come oscillazione

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Gli anni Ottanta hanno rappresentato per la cinematografia giapponese la fine di ogni stimolo sperimentale e linguistico e la totale amnesia per quel movimento composito che è stato il Nuovo Cinema; pur tuttavia sono apparsi alcuni autori interessanti che hanno coltivato con rigore quel principio di differenza che presiede il cinema come arte dialettica. Al di là dell’underground, che in quegli anni ricompare in una sua feconda stagione nel nichilismo della forma impura del cyborg, tra i nuovi cineasti non è possibile trascurare i nomi di Shinji Sōmai, Mitsuo Yanagimachi e Kōhei Oguri.

Sabato, 27 Febbraio 2021 00:00

Il Fellini anarchico di Goffredo Fofi

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Ragionando sui grandi autori cinematografici italiani che, in un modo o nell’altro possono essere definiti “anarchici”, Goffredo Fofi sostiene si possa indicare anche Federico Fellini. I primi a farlo sono stati i francesi André Bazin e Daniel Pennac: se il primo, dopo aver assistito al film La strada (1954), si limita a parlare genericamente di un “Fellini anarchico”, il secondo insiste invece nell’indicarlo come anarchico cosciente di esserlo.

Giovedì, 18 Febbraio 2021 00:00

“Wonder Woman 1984”: recensione con spoiler

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Ci sono film che dividono, che fanno parlare di sé oltre il limite consentito dal buonsenso, oltre il confine immaginario tra la percezione di ciò che si è visto e la coscienza individuale sempre pronta a scalpitare ad ogni emozione lasciata nuda all’occhio dello spettatore.
Wonder Woman 1984 in questo è una gigantesca matrioska.

A Jed Johnson si deve quello che è considerato, a tutti gli effetti, l’ultimo film di Andy Warhol. Il male di Andy Warhol (1976) − questo il titolo civettuolo della pellicola − assume nella logica del cinema narrativo i temi tradizionali dell’underground, soprattutto per quanto riguarda il rifiuto della psicologia e l’irrisione per la verosimiglianza.

Mercoledì, 20 Gennaio 2021 00:00

Alain Fleischer e il cinema come rito seriale

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Alain Fleischer è un caso di artista totale. Fotografo, scrittore, regista e direttore de Le Fresnoy, singolare laboratorio delle arti che si è posto in lungo confronto col cinema, Fleischer ha saputo contemplare le ragioni della specificità delle discipline artistiche in un processo olistico di contaminazione: nel suo percorso, lo spirito euristico del documentario non ha abdicato al fascino dell’elegia, né lo sperimentalismo ha assunto le sembianze di un rito della forma pura; in ciò, la complicità della scrittura ha costituito l’eco generativo delle cose nel dominio consapevole dei dispositivi della finzione.

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