"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Martedì, 08 Ottobre 2019 00:00

Il “nostro” Joker

Scritto da

Joker. Il farsesco personaggio, e la persona in esso contenuta, che in ogni immaginazione si erge a guida sregolata del nostro più sinistro io, tirando fuori con un maieutico e perverso procedimento psicologico, il marcio sedimentatosi in quella fragile bolla interiore di disperazione, solitudine, invisibilità.
Quell’invisibile che la mimesi del clown, vetusto e insieme eterno feticcio dell’umana ironia del vivere, cerca di trasformare ogni volta in arte, con la grazia del fallimento, dell’impacciata timidezza, del tenero candore che si sforza di non divenire sprezzante vittimismo, arrogante risentimento, pregiudizio nei confronti del mondo intero.

Sabato, 21 Settembre 2019 00:00

La Hollywood che fu... secondo Tarantino

Scritto da

Un mondo divertente, un mondo lurido, un mondo posticcio, feroce e decadente, morboso quanto effimero. Rick Dalton e Cliff Booth sono le anime, complici eppure estremamente distanti, di questo mondo in cui ci si perde, e di cui ci si prende gioco a un tempo. La realtà delle cose sfugge, ammesso che ne sussista una, e il ciclo delle esistenze sembra girare a vuoto per i due protagonisti e per gli altri attori/non attori che calcano il palcoscenico di una Hollywood traslata sul versante della più diffusa verità, quella condivisa da tutti, così dissimili fra loro, e affiorata nelle vaghe danze prive di uno scopo, appena al di sotto di una superficie spumeggiante di alcool e permeata da un’aria di festa irriducibilmente estiva.

“Nel 1999, il Time conduce una ricerca su base mondo
per valutare chi fosse l’attore italiano più conosciuto:
il risultato è sorprendente, si trattava di Bud Spencer”.


“Io sono napoletano prima di essere italiano”.
Bud Spencer

 



Si è inaugurata in questi giorni la fiera multimediale dedicata a Bud Spencer (budspensér come l’ha pronunciato qualcuno, passando). Per accogliere col giusto spolvero questo figlio tanto devoto, Napoli gli ha riservato il suo salotto buono: il Palazzo Reale. Trattandosi di una mostra multimediale, le opere che accolgono il visitatore sono alcuni memorabilia, cimeli del set e della vita dell’artista partenopeo, la ricostruzione di alcuni ambienti tipici nei quali l’abbiamo visto sguazzare (alcuni letteralmente, come il fondo di una delle vasche in cui ha brillato la sua carriera da natante olimpionico) e vari omaggi, fra targhe e riconoscimenti, libri da tutto il mondo, i dischi che ha inciso, le lettere dei fan (che ancora gli scrivono benché ci abbia lasciati tre anni fa).

Martedì, 03 Settembre 2019 00:00

Non 5 ma un multiplo di 5 è il numero perfetto

Scritto da

Si attendava al varco, Igort. Un varco che aveva preso una curva piuttosto larga. Fa piacere che, tanta attesa, con l’effetto moltiplicatore delle aspettative che ne consegue, sia stata premiata.
L’esordio alla regia di Igort, infatti (per l’anagrafe, Igor Tuveri, punta di diamante del fumetto, italiano ma non solo, visto che la sua arte lo ha portato – e lui ci ha portati con essa – in giro per i vari angoli del mondo, vedi Quaderni Ucraini e i folgoranti Quaderni Giapponesi) non conosce sbandate.
Ma fu vero esordio?

Martedì, 09 Luglio 2019 00:00

Jean Vigo, l’immortale

Scritto da

Scrive Denis Brotto nel suo volume Jean Vigo. Opera completa (Mimesis, 2018) che il grande regista francese “ha saputo incarnare, interpretare ed esprimere come pochi altri una concezione del cinema in cui far convivere l’elemento passionale, l’attenzione politica, la dimensione del sogno con uno sguardo da eterno amateur, trasformando il proprio cinema in una costante invenzione, in una continua fase di inizio”. Ed ancora, “per Vigo è dal dato visibile, dalla sua propensione a interrogare l’immaginario, il fuori campo, l’invisibile, che si instaura una forma di moto circolare tra quanto rientra nella sfera della conoscenza e l’inconscio medesimo”.

Il cinema di Marco Bellocchio nasce ufficialmente con l’uscita de I pugni in tasca, esordio sul grande schermo del 1965: un film che ancora dopo cinquant’anni conserva assolutamente intatta la sua carica sovversiva con la sua violenza d’impatto, in una filmografia che anche oggi dopo venticinque opere continua ad essere incredibilmente compatta, coesa, fedele a sé stessa.

Lunedì, 10 Giugno 2019 00:00

Il male ha un nuovo eroe, forse

Scritto da

Da che esiste l’uomo esistono il bene e il male e quando quel male è troppo grande per essere affrontato dalle persone comuni, ecco che dal nulla spuntano i nostri salvatori: i supereroi. Alieni, mutanti, divinità, da un decennio sono i personaggi dominanti sugli schermi dei cinema di tutto il mondo, portando speranza e guarendo le ferite che le legioni del male cercano di distruggere.
Diamo per scontato, da sempre, che i supereroi − e in particolare quelli dotati dei poteri più grandi − siano i buoni.

Quando la serie serializzata costituita da un’evidente trama orizzontale che lega episodi e stagioni, non faceva tutto questo scalpore, ciò accadeva perché di norma essa si esauriva in un procedimento narrativo standardizzato; un ciclico ruotare intorno a pochi elementi, individuabili non tanto in quella specifica serie, quanto più all’interno del genere a cui essa afferiva, con un’attenzione alla qualità dell’arena, al dettaglio ed all’introspezione dei personaggi, generalmente molto minore rispetto ai grandi investimenti del cinema. Tuttavia questo modello televisivo ha fatto storia già da tempi non sospetti, cioè da quelli in cui il racconto a puntate non era ancora il lungometraggio a più riprese e innanzitutto di primordine, se non quando propriamente di classe, a cui oggi sceneggiatori e produttori tendono, almeno nella quasi totalità dei casi.

Nel 2017 il Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona ha promosso il convengo Francesco Rosi Tra cinema e teatro; gli atti di quelle giornate di studio sono stati da poco pubblicati con il titolo Francesco Rosi. Il cinema e oltre (Mimesis edizioni, 2019) in un volume tripartito in sezioni dedicate rispettivamente alle riflessioni sul cinema del regista, all’analisi di alcuni film ed alle esperienze teatrali che, seppure minoritarie, non sono mancate.

Nel cinema, dai suoi inizi ad oggi, il mondo del lavoro, in tutte le sue sfaccettature, ha fatto più volte capolino. A volte, nei film, la fabbrica, l’ufficio, l’attività domestica si presentano come semplici fondali utili ad ambientare storie, in altri casi il mondo del lavoro e le sue ricadute sugli individui hanno assunto un ruolo importante nelle vicende narrate, tanto che in alcune circostanze il lavoro è persino il vero soggetto dell’opera. D’altra parte, in maniera neutra, edulcorata o infernale, è inevitabile che il lavoro appaia al cinema in quanto occupa una fetta sempre più ampia della vita degli individui, estendendosi sempre più oltre il luogo ed il tempo a cui le buste paga fanno riferimento.

Lunedì, 01 Aprile 2019 00:00

Residui filmici nel cinema di Antonioni

Scritto da

Quanto la realtà quotidiana vissuta dal fruitore cinematografico risulta influenzata dalla realtà filmica, quella a cui co-partecipa durante la visione di un film? A partire da tale interrogativo, Stefano Usardi, nel suo libro La realtà attraverso lo sguardo di Michelangelo Antonioni. Residui filmici (Mimesis, 2018), indaga “la presenza di una residualità filmica che permane all’interno dello spettatore, e ne condiziona la percezione della realtà circostante, dopo aver assistito alla proiezione di un film all’interno di una sala cinematografica”.

Giovedì, 14 Marzo 2019 00:00

“Il primo re": tremate, questa è Roma

Scritto da

“Due fratelli, soli, nell'uno la forza dell'altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda"

 

Uscito il 31 Gennaio scorso nelle sale cinematografiche, Il primo re, per la regia di Matteo Rovere − quello del pluripremiato Veloce come il vento − è un film semplice e complesso al tempo stesso: semplice poiché racconta una delle storie di genesi che più appartiene al nostro immaginario collettivo, ovvero la storia della fondazione di Roma, complesso perché decide di farlo attraverso delle scelte linguistiche e tecniche davvero poco usuali per il panorama cinematografico italiano, che già di per sé, non è abituato al cosiddetto genere peplum, che invece tanto bene hanno saputo declinare i registi americani con kolossal come Ben-Hur.

Lunedì, 04 Marzo 2019 00:00

“Roma”, ancor...

Scritto da

La più bella scena di Roma, forse una delle più belle in assoluto nella storia del cinema, è quella in cui una troupe cinematografica, un ingegnere civile e gli operai che stanno scavando il tunnel della metropolitana sfondano con la fresa un muro e scoprono un'antica villa tutta affrescata. La visione dura pochi istanti, perché l'aria esterna, alterando il delicato equilibrio di quel microambiente, fa improvvisamente svanire gli affreschi di duemila anni fa, composti soprattutto di ritratti. Quei volti ci guardano per l'ultima volta e ci dicono addio per sempre, a metà fra il fastidio, la malinconia e la sovrana indifferenza.

Nota introduttiva: riprendo l’articolo dopo la premiazione degli Academy Awards dello scorso 25 Febbraio. Olivia Colman ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista. Avrebbero meritato a mio avviso anche le due attrici non protagoniste, oltre alla categoria “miglior film” e “migliore sceneggiatura” (questo lo asserisco con fermezza, avendo vinto questi ultimi due premi Green Book, film ben recitato ma soprattutto ben confezionato, politically correct, che tocca i sentimenti con leggerezza e sentiment(alism)o, che è una buona commedia, ma niente di più). Hollywood, oramai spesso, si sa, premia ciò che colpisce di primo acchito, ciò che è ben fatto, ciò che esalta in maniera positiva i “buoni sentimenti”, o che si presenta come riscatto personale o sociale.

Mercoledì, 27 Febbraio 2019 00:00

Jung e l'immagine filmica

Scritto da

È noto l’interesse di Carl Gustav Jung per le potenzialità del cinema in termini di creazione di immaginario. “In un’era dominata dal materialismo, ove ancora si presta solo scarsa attenzione alle nostre dinamiche inconsce, alle nostre immagini e ai nostri sogni, il cinema offre uno strumento e uno spazio per essere testimoni della psiche proiettata, quasi letteralmente. Le pellicole cinematografiche diffondono un’esperienza contemporanea collocata altrove rispetto alla ‘vita quotidiana’, collettivamente vissuta con altri in uno spazio buio dedicato a tale obiettivo.

Pagina 1 di 14

Sostieni


Facebook