“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Beth, la Elizabeth Harmon interpretata da Anya Taylor Joy, è la ragione d’essere di questa trama e del suo svolgimento. La figura della giovane protagonista è essa stessa grumo pulsante di forma simbolica e di calzanti espedienti narrativi. Questa racchiude in sé, in modo esatto e ininterrotto, ogni possibile antefatto o motivazione del suo presente e futuro avvicendamento, come un universo conchiuso e predestinato, dentro e intorno al quale l’esistenza emerge con armoniosa chiarezza dagli oscuri recessi di un pesante cammino.

Più volte i miei sentieri hanno trovato la via per incrociarla. In realtà, dopo che mi sono imbattuto nella sua storia, son continuamente andato cercandola. La prima volta che sentii parlare di lei fu grazie alla canzone che i Radiodervish le hanno dedicato nel 2013, Velo di sposa. Da quel momento non mi ha più abbandonato, un po’ come un piccolo vizio: innocuo ma insistente, come quei tarli nella madia che ti lasciano briciole di legno fra i maglioni. È una storia, la sua, che ha finito per rimanermi dentro. Penso sia inevitabile.

Mercoledì, 11 Novembre 2020 00:00

Raggi fotonici sul Trieste Sci+Fiction Festival

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Si è da poco conclusa l’edizione 2020 del Trieste Science+Fiction Festival, edizione quest’anno interamente digitale a causa della presente pandemia. Per chi scrive è stata questa la prima esperienza festivaliera interamente digitale. Inizierò quindi con alcune considerazioni su quanto vissuto considerato che, da più parti, si insiste su investimenti massicci in questo senso sia per ragioni di audience engagement sia per innovazione e sviluppo.

Luce.
“Tentare di spiegare un quadro è come tentare di spiegare tutta la tua vita. E questo non è possibile”.
Una vita strabordante. Un talento inimmaginifico. Una mente ingarbugliante. Un fraseggio forsennato. Stridente. Acuto come l’inno d’un asceta. Scheggiato. No. Ce lo dice stesso lui. “Una regia sincopata”. Come le sue braccia. Lunghe e possenti. Che striano profili delle chiese macchiolate di petrolio coagulato riflettono, infrangendosi sulla superficie dei canali, i tortuosi calli della mente di quest’uomo dal corpaccione gigantesco. Andatura beccheggiante come un riff jazz.

Giovedì, 17 Settembre 2020 00:00

Un film in cui lo spettatore torna protagonista

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Il 4 settembre, sulla piattaforma Netflix è arrivato il nuovo film scritto e diretto da Charlie Kaufman Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending This); i fan del regista, sceneggiatore premio Oscar per Se mi lasci ti cancello e di film premiati dalla critica come Il ladro di orchidee, Essere John Malkovich e poi Anomalisa, attendevano con ansia quest’ultimo lavoro che, a mio avviso, non ha deluso le aspettative.

Lunedì, 31 Agosto 2020 00:00

Uno sguardo umano con gli occhi di Omero

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Nel recente film di Luca Papini, Con gli occhi di Omero (2019), frutto di una autoproduzione italo-francese e proiettato per la prima volta in Italia al caffè letterario Le Cicale Operose di Livorno lo scorso 7 agosto, la dimensione del racconto si fonde col viaggio. Il racconto si trasforma in viaggio e quest’ultimo, potentemente animato dal mito, dal mythos che, etimologicamente, significa proprio “racconto”, “storia”, avvolge l’intera narrazione.

Il regista che ha il merito di aver compreso e mostrato per primo le qualità cinematografiche di Totò è Mario Mattoli. Sul set l’incontro tra i due avviene con I due orfanelli (1947); segue una lunga serie di pellicole fino al 1954. Durante questo lasso di tempo Totò lavora anche con altri registi, tra cui Steno, Monicelli e Bragaglia, ottenendo uno strepitoso successo, accompagnato da incassi da record (nonostante la stragrande maggioranza dei critici continui a deplorare i lungometraggi dell’artista partenopeo).

The End of the F***ing World è una creazione narrativa speciale, fra quelle che invitano ad entrare con molta naturalezza nella dimensione di senso di un’opera creativa, la quale non finirebbe mai per esaurire il suo contenuto di riflessioni, emozioni e dubbi esistenziali, persino alla data dell’ennesima visione del prodotto da cui questi siano veicolati.

Nell’immediato post-1968 si afferma in Italia un cosiddetto “cinema politico”. Diversi autori reintroducono nel cinema problemi sociali che sono stati un po’ trascurati negli ultimi anni precedenti. Autori come Damiano Damiani, Francesco Rosi, Elio Petri e Marco Bellocchio perseguono strade ardite e articolate.

“Io considero Vittorio De Sica il più grande regista e il più grande uomo di cinema non soltanto che abbiamo avuto noi italiani, ma in assoluto: è il più grande è il più sensibile. [...]. Non ho mai trovato una persona di cinema veramente così completa come lo era De Sica”. Quasi una dichiarazione d’amore, questo commento di Rodolfo Sonego, uno dei più grandi soggettisti e sceneggiatori del cinema italiano, su Vittorio De Sica, uno dei  migliori (se non il migliore in assoluto) dei cineasti italiani di tutti i tempi.

Giovedì, 25 Giugno 2020 00:00

“Doom Patrol”: Review Patrol

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Non sono un grande fan della DC.
Tra tutti i suoi supereroi, preferisco i cattivi, il caro vecchio Joker in particolare.
Non so perché, forse perché il modo greve con cui vengono trattati di tanto in tanto mi annoia, forse nei fumetti cerco solo divertimento (derivato di divertire, allontanare la mente), e adoro troppo Deadpool per piangere sulle vicende di Bruce Wayne e dell’uomo d’acciaio.

Sabato, 20 Giugno 2020 00:00

“Anima persa”: angoscia in laguna

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Anima persa è un film importante nella produzione di Dino Risi, forse il suo film più complesso e maturo”: così scriveva Mauro Manciotti, per Il Secolo XIX , il 4 febbraio del 1977. Giudizio altamente lusinghiero che però, strano a dirsi, è rimasto isolato: del resto questo magnifico film ha ricevuto scarso apprezzamento anche da parte del pubblico, tanto da finire quasi nel dimenticatoio. Infatti tra i film del grande Dino Risi è certamente uno dei meno conosciuti.

Ha rappresentato gli italiani nei loro momenti migliori e peggiori: stiamo parlando di lui, sì, di Alberto Sordi. Durante i suoi quarant’anni e più di carriera, l’attore romano ha messo insieme un’ineguagliabile galleria di ritratti dell’italiano medio, ma anche nobile e proletario, senza saltare nessuno dei gradini della scala sociale. L’Albertone nazionale è stato, di volta in volta, impiegato, vigile, industriale, medico, soldato, imboscato, playboy, marchese, scapolo, marito e seduttore.

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