“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 11 Marzo 2022 00:00

Paul Watson, il Sisifo felice della Sea Shepherd

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Stupisce ci siano ancora storie che meritano di essere scoperte. Che ancora non ci sono arrivate. Che ancora non abbiano trovato la via, per quanto il nostro radar sia allertato, per arrivare a noi. Sembra un segno che non si esauriranno mai.

Il Teatro Galleria Toledo è sempre una garanzia da questo punto di vista. Mediatore ideale di grandi storie che meritano di essere scoperte con la sua attenzione e la sua sensibilità nell’intercettarle e portarle a Napoli. È anche il caso di questo film, Watson, la cui proiezione in data unica a Napoli, rappresenta un’anteprima nazionale. Sarà per questo che si percepisce l’odore delle grandi occasioni. Il pubblico è poco ma ben (auto)selezionatosi per un film che riesce a scuotere anche il più navigato cinefilo. Watson, infatti, va a colmare un tassello di storia scomoda, recente, su un personaggio forse poco noto nelle schiere più fitte ma il cui esempio andrebbe diffuso: non fosse che per l’impegno civile e l’attivismo che ne ha fatto un moltiplicatore di battaglie e un animatore di campagne. Un performer, potremmo dire, più che un leader, una di quelle persone capace, col suo pensiero e la sua azione, con la sua determinazione e la sua forza di volontà, di creare intorno a sé un movimento e una comunità di pensiero. Non ci sono molte persone del genere, ovviamente. In tantissimi si cimentano senza riuscirci. Ma le loro storie non andrebbero mai oscurate o sottaciute. Questo film pone rimedio a questa colpevole negligenza. E lo fa in maniera sincera e non edulcorata, senza dipingere un ritratto encomiastico e apologetico, ma puntando anche sui punti d’ombra, senza farne mistero, di questo personaggio. Ma entriamo nel merito del film e del suo protagonista.
Paul Watson è tante cose. È un ambientalista. È di Toronto. Ha settantuno anni. È stato nella red list dei ricercati dell’Interpol insieme ad attentatori, serial killer e latitanti. È stato studente di McLuhan (suo il mantra “the medium is the message”, e il coniatore del termine “villaggio globale”, oltreché protagonista di uno dei più gustosi camei della storia del cinema, in Io e Annie di Woody Allen), socio fondatore di Greenpeace. È un comandante di nave (lo era) con cui, spesso, ma senza far male a nessuno, ha speronato baleniere illegali. Noi non lo sappiamo, ma spesso facciamo riferimento a un tipo come Watson per indicare quelle persone che fanno dell’attivismo la loro forma di vita. Quasi un ripiego per l’insoddisfazione cui sono condannate a languire le nostre vite anonime vissute in maniera passiva. Delle due grandi alternative a una vita piatta e impiegatizia, l’una: o il mito del chiringuito in Brasile o quello di solcare i mari, come un pirata, per impedire l’uccisione di balene (ricordate il whale guy nel primo Ace Ventura?).
Un pirata con un ideale che non sia quello edonistico dell’avventura per l’avventura, quindi.
Meno romantico di un Corto Maltese ma altrettanto idealista. Solo che il suo ideale è la difesa degli ultimi fra gli ultimi. Gli emarginati fra gli emarginati. Le creature la cui lingua non è stata codificata e che, pertanto, non è possibile indovinarne il pensiero anzi, è più comodo ignorarlo, al punto che viene negata loro persino una ragion d’essere che non sia funzionale alla nostra sopravvivenza. Nemmeno l’individualità è riconosciuta loro, anzi, sono assimilati in categorie indistinte, all’interno delle quali, in modo indifferenziato, con una tassonomia tranchant, sono raggruppati tutti insieme bipedi, quadrupedi, pinnati, vertebrati, mammiferi, rettili. Diciannovenne nel ’69, trovando faticosamente la sua strada, Watson, originario di un paese la cui cultura orbitava intorno alla pesca delle aragoste, finisce coinvolto nelle proteste contro i test nucleari e alla fondazione di Greenpeace (che nasce come nome della nave con cui si andava a disturbare gli esprimenti). È l’inizio di una grande vita completamente dedicata all’altro più altro da sé che non c’è: l’ambiente, il mondo animale, quello marino in particolare, che lo porteranno a girare disinvoltamente il mondo e i sette mari, difendendo, indistintamente, le foche come le balene, come gli squali, come i tonni.
Disturbatore professionista, vive attivamente il mito sessantottino del ‘gettare il corpo nella lotta’, come questo documentario, che tesaurizza i suoi studi sui media e la società, testimonia, attingendo a un tesoro di immagini di repertorio anche forti quando non fortissime. Lo vediamo frapporsi, di spalle, sopra sottili strati di pack, contro una rompighiaccio con la sua ciurma in attesa di uccidere cuccioli di foca indifesi a suon di bastonate sulla testa. Lo vediamo aggrappato a una massa di pellicce mentre provano ad assiderarlo nel mare artico. Nel suo rifugio ci racconta la sua storia, aprendo per noi il piccolo scrigno che contiene gli oggetti apparentemente banali che sono una capsula del tempo dal cui scrigno sprigionano tracce mnemoniche impresse su questi memorabilia. E così il pomello di una porta rotta è quel che resta di quando alcuni cittadini invasero la sua stanza d’albergo per provare a linciarlo per l’attenzione che stava gettando (in quell’occasione insieme a Charlie Sheen) sulla barbarie ai danni delle foche. Watson ha tanto da dire, anzi tantissimo. E da insegnare. Sia su come si conducono le campagne, sia su come si orienta l’opinione pubblica, sia su come guardare l’ambiente con occhi diversi e non antropocentrici. La sua è una visione dell’esistenza ecosistemica e le sue parole accompagnano benissimo le incredibili immagini di fondali marini e balene al pascolo, che sembrano migliori di qualsiasi documentario di Netflix o di Attenborough. Balene, balenottere e capodogli ci sfilano davanti a una distanza ravvicinata prima altrimenti sconosciuta. È l’incontro con una di loro che s-travolge per sempre la vita del nostro eroe. O meglio di un cucciolo di una di esse, abbandonato a morire, ucciso ma non finito, perché troppo piccolo e quindi inutile (non basta averle quasi sterminate fino all’inizio del secolo scorso per il loro olio: lo sterminio continua per il semplice desiderio di finire sulle tavole giapponesi o nordeuropee). Nell’occhio morente del capobranco giunto a sua difesa, Watson si riflette e vede qualcosa. Vede un animale che potrebbe ucciderlo con una codata ma che riesce a distinguere lui dai suoi uccisori e colto dalla pietà per una razza che uccide senza piacere o empatia, senza necessità, lo risparmia e lo guarda mentre esala l’ultimo respiro dal suo sfiatatoio, come in un film di Bela Tarr. La vita di Watson cambia in quel preciso momento perché in lui matura l’idea che quello di cui è stato testimone non è solo la morte di un animale indistinto fra mille altri, ma di una creatura vivente, con una sua personalità, una sua voce, un suo pensiero (scopriamo che le balene hanno quattro emisferi cerebrali, uno più di noi, adibito proprio al pensiero) e una sua dignità.
Folgorato su questa Damasco flottante, Watson estende il messaggio finale kafkiano de Il processo (l’esserci per qualcuno mentre spira, come forma suprema di riscatto dall’ingiustizia e l’insensatezza di un mondo votato all’autodistruzione) alla vittima più innocente di tutte, perché condannata a un’esprimibilità solo da pochissimi colta: l’animale (Kafka era, infatti, ovviamente verrebbe da dire, anche vegetariano, e ha scritto forse più racconti di chiunque altro aventi come protagonisti proprio gli animali: La tana, La scimmia meravigliosa, Indagini di un cane, per tacere, ovviamente, dell’insetto de La metamorfosi). Il suo destino è legato a doppio filo a quello di Greenpeace fino a che non viene cacciato per i suoi modi troppo veementi. E di questi rende, ovviamente, conto.
Ci sono molti stereotipi su pacifismo e non violenza che andrebbero sfatati. La non violenza, per esempio, può essere attiva e si distingue dalla resistenza passiva, e non coincide con la mancata difesa (diceva bene Andreotti ne Il divo: “Se è vero che per essere un buon cristiano bisogna porgere l’altra guancia, è pur vero che Gesù Cristo, con molta intelligenza, di guance ce ne ha date soltanto due”) e parteggiare per le sorti di qualcuno significa anche, come ci hanno insegnato i partigiani, fare resistenza, talvolta, ove attaccati, anche attiva. Come si può, arrivati davanti a una baleniera, per esempio, che sta per sterminare uno degli ultimi branchi, dopo averlo inseguito fino a sfiancarlo, cacciandola in una riserva protetta (quindi illegalmente, quindi provocando un’azione di bracconaggio), o avvistato un peschereccio che ha valicato acque internazionali per pescare squali a cui tranciare le pinne mentre sono ancora vivi e rigettarli, corpi mozzati, in mare ad affogare sul fondo, o praticare la pesca a strascico per rifornire miliardari del sushi, dai magazzini strapieni ma che non possono consentire che i tonni possano riposarsi e riprodursi per non rischiare che il prezzo del mercato diminuisca (un ragionamento individualmente plausibile ed economicamente razionale ma collettivamente folle e le cui ripercussioni sono l’estinzione di massa e quindi il cannibalismo della propria fonte stessa di sostentamento, ben dimostrando come si possa passare dal razionalismo all’idiotisimo insensato), limitarsi a lanciare appelli? Watson fa un esempio forte: se vedi una donna inseguita che sta per essere violentata, ti limiti a gridare? E se il violatore non si ferma al grido? Se il tuo grido non incontra che un’assordante pletora di sordi? Cosa fare? Che fare, ci chiedeva Lenin? Intervenire. Agire. Attivarsi. Gettare il proprio corpo nella lotta. Rischiare. Frapporsi. Speronare. Boicottare. Hackerare. Pur di salvare una vita. Pur di regalare a un animale un altro giorno. Ne vale la pena? Serve a qualcosa? Basta una sola vita salvata quando milioni di altre muoiono nei nostri mari? A che serve, se non tarderà nemmeno l’inevitabile? Watson risponde snocciolando le tre leggi dell’ecologia che andrebbero, quantomeno, conosciute più delle tre ben più note, asimoviane, della robotica:
− La legge della diversità: la forza di un ecosistema dipende dalla diversità delle specie al suo interno.
− La legge dell’interdipendenza: tutte le specie sono interdipendenti tra loro.
− La legge delle risorse limitate: vi sono limiti alla crescita e alla capacità portante dell’ambiente.
Cui aggiunge la propria prima legge: non ferire mai nessuno. Tant’è che se deve far affondare quattro navi baleniere, sceglie di affondarne solamente due, perché sulle altre ci sono dei guardiani notturni e, benché avrebbero tutto il tempo di porsi in salvo, non è possibile sapere quali siano le loro condizioni di salute: potrebbero soffrire di coronarie fragili e quindi esser esposti a un pericolo indiretto: questo corollario discende dalla seconda legge, quella dell’interdipendenza. Esistono, ovviamente, altri mille motivi per fare quello che Watson ha fatto per quasi tutta una vita (fino a che gli è stato permesso). Il fatto che il 90% del pesce mondiale viene pescato, per esempio, il che equivale a una quasi estinzione di massa. Il fatto che il 90% della vita è nei nostri mari. Il fatto che le balene, con la loro esistenza (o meglio, col loro letame) forniscono il mare di fitoplancton senza il quale l’anidride carbonica non verrebbe convertita in ossigeno, e che da questa estinzione verrebbe anche la nostra (è l’altro corollario alla legge dell’interdipendenza: il detective olistico di Douglas Adams, Dirk Gently, lo riassumeva bene: everything is connected. Lo stesso Douglas Adams della Guida galattica che ci ha regalati l’ascendenza aliena dei delfini e il loro esodo). Watson l’ha fatto fino a quando ha potuto. Ha rischiato del proprio. Fino a che non gli è stato impedito, in particolare, dal Giappone che l’ha reso un latitante, costringendolo (passaporto requisito alla mano) a girare il mondo in nave, ovunque clandestino (nostra patria culturale il mondo intero). Da nemico pubblico numero uno dell’Interpol si è poi ritrovato a stringere un’alleanza col ministro illuminato dell’ambiente del Costa Rica che non solo l’ha riabilitato pienamente per aver speronato cacciatori di frodo di squali che violavano le loro acque e la riserva marina delle bellissime Cocos Island (le isole che hanno ispirato a Stevenson la sua Isola del tesoro) ma ha anche ingaggiato un’alleanza con il movimento da lui fondato, la Sea Sheperd (a cura della cui costola italiana la proiezione è stata possibile). Questo per rispondere a chi sostiene che gli sforzi sono vani e che non si può osteggiare un sistema troppo grande e forte, e ribattere alla profezia autoavverente che nessun Davide può battere i Golia multinazionali.
Lo stile di vita di Watson, ovviamente, non è esente da costi e condurre una vita così dedita all’altro si ripercuote sul privato. Padre assente, un divorzio annunciato, Watson ha pagato personalmente lo scotto del suo impegno e, probabilmente, lo ha scaricato anche sui suoi familiari che nulla hanno chiesto e nessuna colpa hanno. Ma questa (che è un’altra storia) è la tipica altra faccia della medaglia di chi fa dell’altro il proprio fine. E oggi?
Oggi la Sea Sheperd che Watson ha fondato naviga in ottime acque: causa la pausa forzata cui le autorità nipponiche lo hanno condannato è riuscito a farsi un’altra famiglia e questo passo indietro gli ha consentito di passare il timone ad altri capitani, moltiplicando le forze a creando una flotta, riuscendo nell’impresa più difficile per ogni leader, quella di crearsi un seguito che gli sopravviva. La sua battaglia ora corre su altre gambe. A cominciare dall’equipaggio di terra attivo anche in Italia con campagne contro la pesca, per esempio a Lampedusa, nelle riserve marine. Laddove la volontà non basta, per arrivare occorrono i mezzi (navi, equipaggi, elicotteri) e Sea Shepherd dipende, in questo, dagli aiuti volontari e dalle offerte, in particolare, quelle derivanti dalla vendita del merchandising (acquistabile qui). Questo consente a Watson di evitare il riprodursi di una delle scene centrali e più emotivamente coinvolgenti del film, che dà il senso di tutto: il dolore impotente di arrivare troppo tardi. Il dolore del sopravvissuto. Del testimone. Di chi non riesce ad arrivare abbastanza in fretta e non gli resta che sentire il tuono che fa il cannone quando lancia l’arpione. Vedere la gobba che s’inarca per il dolore. La coda che spazza l’aria impazzita. Il corpo che si rovescia e l’acqua che si tinge di rosso, come vino rosato, come il Nilo d’una piaga biblica. E sentire il respiro d’uno degli ultimi giganti che boccheggia, gettandoci nello sconforto di un’ingiustizia che si rinnova, ogni giorno, senza motivo.
La recensione potrebbe finire qui.
Tutto quello che c’era da dire (e anche molto di più) è stato detto. Lungamente e largamente (anche troppo). Resta il dubbio: il lettore si sarà convinto a cercare di recuperare questo film (che dovrebbe uscire dal 7 marzo 2022 negli schermi d’Italia)? Watson ne sarà uscito come un personaggio complesso da ammirare (come un più noto Assange o Greta) o come l’ennesimo capopopolo di dubbia efficacia? Insomma, è tutto molto bello ma, alla fine, si può fare? Anche una goccia fa l’oceano, come disse una vecchia pisciando nel mare? E se non c’è speranza di riuscita, ha senso lo stesso tentare? Come fa Woody Allen in Io e Annie, non risponderò io direttamente a questo quesito, evidentemente, più grande di me, ma tirerò per il bavero, da dietro il cartello dove si cela, qualcun altro.
Esiste un libro che non ha scritto un ecologista. Non l’ha scritto un attivista. Non l’ha scritto un ambientalista. Non l’ha scritto un rivoluzionario. Non l’ha scritto un ecomarxista o un ecotransfemminista olistica, decoloniale, antispecista ed ecosistemica. L’ha scritto, anzi, un professore fiammingo della London School of Economy, nonché parlamentare belga. Cedo quindi la parola a Paul De Grauwe, e al suo I limiti del mercato. Divide i limiti di mercato in due, uno interno, rappresentato dalla forbice sempre più allargata fra disuguaglianza interna ai Paesi e distribuzione del reddito, ed esterno, rappresentato dall’ambiente.
“L’ambiente rappresenta un limite esterno contro cui il sistema del libero mercato si sta dirigendo. I danni all’ambiente stanno diventando sempre più gravi perché gli Stati (che dovrebbero difendere il bene collettivo) non riescono a trasferire i costi esterni sui soggetti che li generano e si lasciano trascinare dalla parte degli interessi privati, i quali fanno tutto quello che è in loro potere per opporsi alle restrizioni sulle proprie attività. Il mondo sta andando dritto verso una catastrofe ambientale senza precedenti. L’inevitabilità di tale catastrofe è legata alla non linearità degli ecosistemi: quando raggiungiamo il punto di soglia avviene una rapida accelerazione. Da quel momento il mutamento diventerà molto rapido, non avremo il tempo di adattarci. Questi sviluppi catastrofici porteranno inevitabilmente a grandi conflitti tra i Paesi e tra le popolazioni all’interno di ciascun Paese. Si verificherà una seria scarsità di cibo, acqua, terreni agricoli e luoghi abitabili in generale. Le persone che vogliono sopravvivere cominceranno a entrare in conflitto con i propri vicini, portando così alla disgregazione dell’economia. L’esempio più famoso è quello dei Maya, scomparsi nel giro di pochi decenni prima che Colombo ebbe scoperto l’America. La causa di questo declino è stato lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali come l’acqua e il legname. Appena si presentò un piccolo cambiamento nel clima, l’ambiente in cui i Maya vivevano non era più in grado di produrre le risorse per sostenere la popolazione. Questo condusse a carestie e a guerre. Lo stesso meccanismo dell’Isola di Pasqua. Una volta arrivati al punto A, il mercato si scontrerà duramente con i suoi limiti, smetterà di funzionare assicurando la prosperità materiale, e l’economia collasserà così che i governi saranno obbligati a entrare in campo e ad assumersene lea responsabilità. Finora non abbiamo saputo sviluppare un meccanismo capace di frenare l’aumento dell’esternalità, con il risultato che la distanza tra la razionalità individuale e quella collettiva non fa che aumentare in tutto il mondo. Tuttavia, all’interno della società emergono forze capaci di porre un freno alla folle corsa del capitalismo contro i suoi limiti. Verranno esercitate grandi pressioni sugli stati ma due condizioni devono però essere ottenute.
Primo: le istituzioni democratiche devono funzionare sufficientemente bene, garantendo che gli interessi delle classi a minor reddito vengano serviti tanto quanto quelli di chi sta in cima. Questo è necessario sia per la riduzione della disuguaglianza sia per il miglioramento dell’ambiente.
Secondo: i Paesi devono essere pronti a lavorare insieme”.
Questa la speranza riformista del superamento dei limiti del mercato ma, a detta dello stesso autore, poco speranzosa. Esiste però anche un altro limite del mercato, interno. “Il limite interno del libero mercato viene raggiunto perché una parte degli individui risulta infelice. Si tratta di quegli individui che considerano offeso il proprio senso di giustizia. Alcuni di essi si attiveranno e così il mercato raggiunge i suoi limiti perché va a scontrarsi con il sentimento di molti individui dell’ingiustizia. Un certo numero di queste persone deciderà così di fare qualcosa per modificare il sistema di libero mercato. Nella storia abbiamo assistito spesso a questo fenomeno. Individui provenienti dalle classi materialmente più abbienti non sopportano di vivere e passano all’azione, mobilitando altre persone”.
Ovviamente, uno di questi, può a pieno titolo considerarsi lo stesso Paul Watson. Parliamo del ruolo dell’intellettuale gramsciano, per intenderci, quello che tradisce la propria classe di appartenenza (la borghesia) per diffondere la cultura anche alle classi subalterne (il sottoproletariato) in modo che abbiano gli strumenti culturali che la loro classe d’origine gli preclude, per riuscire a interpretare il mondo, pervenire a una coscienza di classe, e cercare di imporre la propria visione e il proprio senso di giustizia. Un discorso che può, anzi deve, facilmente, estendersi anche alle classi delle creature dotate di un’altra ulteriore alterità culturale, il cui modello dista molto dal nostro, ma con le quali dividiamo il pianeta e dalle quali, memore la seconda legge dell’ecologia, parimenti dipendiamo: la flora e la fauna dei cui diritti di conservazione dobbiamo essere integralmente permeati e nella cui difesa coinvolti attivamente. Se questa spiegazione riesce a dare dignità anche accademica alle manifestazioni di protesta e attivismo, tuttavia, potrebbe non bastare a vincere lo scetticismo dei più cinici e concreti con la loro incalzante domanda: “Se il sistema è così più forte di noi, e non ci sono speranze di riuscita, cui prodest?”.
Stavolta, tiriamo in ballo (sempre col beneplacito di De Grauwe), addirittura Il mito di Sisifo.
“Camus vedeva la punizione inferta a Sisifo come una metafora dell’assurdità della vita. Egli suggerisce che dovremmo ribellarci contro l’assurdità della vita gettandoci in essa, vivendo intensamente e con creatività. L’eroe rivoluzionario è quello che nonostante l’assurdità della cosa e sapendo che la sua ribellione potrebbe potenzialmente non portare a niente, continua comunque a spingere il masso restando felice. ‘Il faut s’imaginer Sisyphe heureux’. Le catastrofi future saranno incredibilmente difficili da evitare. Potrebbe persino essere già troppo tardi. Abbiamo una piccola chance di prevenire il declino con le riforme. Ma anche nel caso in cui ciò non funzionasse, ci rimane l’opzione di fare come Sisifo, ricominciando ogni giorno daccapo. È l’unico modo per dare un senso alla nostra esistenza. Se non passiamo all’azione, i nostri nipoti non ci perdoneranno di non aver provato a salvarli. Questo, in effetti, è un motivo sufficiente per continuare a insistere”.
E nemmeno i nostri compagni animali, aggiungerei.





Watson − Il pirata che salva gli oceani
regia Lesley Chilott
con Paul Watson
fotografia Logan Schneider
montaggio Greg Finton
produttori Jeff Skoll, Pamela Morgan-Navarro, Louise Runge, Lesley Chilcott, Bernd Walter, Lucas Gardner, Walter Köhler, Else Pearlstein, Dinah Czezik-Müller, Wolfgang Knöpfler
distribuzione Mescalito Film
colore colore
paese USA, Costa Rica
anno 2019
durata 99 min.
Napoli, Galleria Toledo, 3 marzo 2022

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