“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Lunedì, 04 Ottobre 2021 00:00

Il buco oltre la luce

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Il buco di Frammartino è stato presentato in anteprima a Napoli con una doppia proiezione, il 29 settembre 2021 al Cinema Vittoria. Presenti il regista, oltre alla docente Anna Masecchia (punto di riferimento per la cinefilia napoletana, accademica e non) e Antonella Di Nocera (deus ex machina di Venezia a Napoli, la lodevole iniziativa il cui rinnovo, come sempre atteso, è stato confermato di qui a breve).

Le aspettative intorno a questo film erano tante, specie considerato il clamore del premio della giuria all’ultima edizione di Venezia. Stranamente, non erano seguite le solite polemiche che si abbattono, puntuali, quando a vincere un premio è un regista italiano (ancor di più quando è il premio stesso a essere italiano). Frammartino ha alle spalle una notevole carriera di documentarista (su tutti, Le quattro volte), e importanti ammiratori (su tutti, il collega Pietro Marcello) che si distingue, in particolare, per un uso sapiente e non banale della fotografia. Come questo film conferma, d’altra parte.
Nella sua introduzione brillante ha illustrato come la sua ultima fatica rappresentasse una sfida, non solamente dal punto di vista della realizzazione fisica, quanto produttiva. La trama è praticamente inconsistente e infatti viene svelata in due parole e dal regista e dalla glossa introduttiva. Nel 1961 (in pieno neocapitalismo industriale e boom economico, come è stato più volte sottolineato, considerato vero spartiacque, quest’anno della “luce”, per un cambiamento che stravolgerà l’Italia per sempre, che non viene mai ribadito abbastanza, e i cui studi andrebbero recuperati e attualizzati, perché contemporaneo più che mai, dunque ben vengano le opere che riescono a veicolarne la potenza – e la violenza –), un gruppo di giovanissimi speleologi parte in spedizione per mappare quella che all’epoca, coi suoi 683 metri, era considerata la seconda caverna più profonda d’Europa: l’Abisso di Bifurto. Più che un documentario ne è una ricostruzione (neanche tanto di fantasia, il regista ha intervistato i protagonisti, oggi novantenni, dimenticati di quest’impresa, ma non ha ritenuto opportuno includere questa incursione di realtà), e la direzione di questi non-attori non deve aver presentato particolari difficoltà visto che l’impostazione del film è votata a una narrazione quanto più scarna possibile, lasciando alle suggestioni sonore e visive tutta l’evocata ricostruzione, essendo i dialoghi assenti o quasi.
In netta controtendenza a un mondo che mira a scalare vette di progesso rampante (ottimamente illustrato dal materiale di repertorio: un servizio televisivo in cui un ‘padrone’ scala la torre babilonica del Pirellone in vetro e acciaio – da non confondersi con la Torre dei Mori anche se il parallelo è interessante e la coincidenza pure –, passando in rassegna i suoi dipendenti, da dietro le finestre specchiate, come fossero polli d’allevamento), i protagonisti della nostra storia si avvicinano al buco eponimo prima interagendo con il villaggio accanto (un presepe tipico del sud d’Italia dell’epoca, anche questo ben fotografato con le luci dei caschi degli speleologi che si divertono a rincorrere i bambini, come fossero lucciole danzanti, mentre gli adulti sono rapiti come falene dalla luce bluastra del primo televisore) e poi accampandosi sulla soglia dell’insospettabile voragine, fino a quel momento inviolata se non da parte di qualche mucca al pascolo che si affaccia all’apertura a forma di pipistrello. I nostri giovani eroi (didascalicamente votati alla conquista dell’inutile – in piena affermazione dell’utilitarismo – strizzando l’occhio a un altro documentarista di riferimento, quell’Herzog che ci ha già abituati a simili incursioni, con la sua inconfondibile cifra stilistica e marca autoriale: inevitabile l’accostamento, infatti, non fosse altro che col suo Cave of Forgotten Dreams) sono però solo uno sfondo murmureo alle riprese che si focalizzano a un voto al silenzio e ci conducono nelle viscere della terra, fatte di vene in rilievo, sotterranee acque stagnanti, e assenza di vita fra le gocciolanti stalattiti. Parallela scorre la vita (e la morte) dell’unico testimone (umano) dell’impresa: un anziano mandriano dal viso segnato, i cui richiami alle sue bestie sono l’unica forma di espressione verbale di cui ci degna. È solo su di questo cowboy del Pollino che la telecamera si stringe, a voler significare il declino di un modo di vivere millenario, immolato sotto la mannaia di un progresso inarrestabile e incendiario. La narrazione è quindi scarnificata come i tratti ruvidi del suo viso, delegando a un bluastro buio (più che cavernoso marino quanto mai) e a sporadici suoni, tutta la sua espressività. Con sprazzi di bellezza, sottolineati da una telecamera posta o in alto, rispetto alla scena, in modo da abbracciarne i protagonisti a figura intera, immota o quasi statica, ma sempre a distanza, oppure di lato per seguirne il decorso con un mezzogiro (un po’ à la Roy Andersson) scorrono i novantatré minuti del film, prendendosi tutto il loro dilatato tempo, adeguandosi al respido del mondo di una volta, fatto di sporadici gesti e di attimi che sembravano scorrere immutabili e imperturbabili.
In un mondo in cui tutto è stato mappato e basta sedersi davanti a un computer per geolocalizzare ogni sentiero di qualsiasi vetta, nessuno aveva interesse a recuperare la pagina di una storia simile: la catabasi di un gruppo di motivati sconosciuti nostrani, figli dimenticati di un mondo capace di sognare vertigini di sola altezza e abbacinante lucore e non di investire tempo nell’esplorazione di profondità da sottrarre (solo per poco, alla luce di riviste incendiate gettate nel vuoto) al buio in cui erano state finora confinate. La pellicola, in punta di piedi, non si discosta troppo dalla tradizione semidocumentarista italiana, tradendola il giusto, in un racconto che ha la sua forza nella sua apparente semplicità. Abituati a film che documentano scalate a sfidanti altezze torreggianti (più a Free Solo del 2018 che non al 127 ore di Danny Boyle), Il buco si discosta sicuramente, in un’azione tardiva di recupero della memoria. Come questi giovani trovavano loro stessi nel riuscire a imprimere su carta il calco di caverne, così allo spettatore è dato di poter guardarsi indietro e trovare le radici della propria storia, al buio e al silenzio del buco, lo stesso buio che possiamo, finalmente, ritrovare nella sala restituita.





Napoli Film Festival
Il buco
regia Michelangelo Frammartino
sceneggiatura Michelangelo Frammartino, Giovanna Giuliani
con Leonardo Larocca, Claudia Candusso, Mila Costi, Carlos José Crespo, Antonio Lanza, Nicola Lanza
fotografia Renato Berta
montaggio Benni Atria
produzione Doppio Nodo Double Bind, Rai Cinema, Société Parisienne de Production, Essential Filmproduktion GmbH
distribuzione Lucky Red
paese Italia, Germania, Francia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2021
durata 93 min.

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