“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Cinema

Cinema La sala delle immagini

«Nel buio un fascio di pulviscolo bianco si diresse al telo dinnanzi: si generarono immagini. Apparvero donne e uomini in strade mai viste e guglie, ciminiere, ponti, campanili tra case. Apparvero mondi, apparvero storie».

Dopo alcuni anni di gavetta al fianco di Luigi Zampa, Mauro Bolognini esordisce come regista nel 1953 con Ci troviamo in galleria. Nel giro di pochi anni girerà altri film, tra cui Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo e Gli innamorati, tipico esempio del neorealismo rosa. La svolta arriva con Giovani mariti, del 1958, al quale seguiranno Arrangiatevi, La notte brava e Il bell’Antonio.

A differenza di Dino Risi e Mario Monicelli, i cui nomi, legati a doppio filo, riconducono sempre alla “commedia all’italiana”, Luigi Comencini, coetaneo di Risi e più giovane di un anno rispetto a Monicelli, non può essere identificato con un genere cinematografico specifico. Probabilmente la circostanza si deve al fatto che negli anni Cinquanta il regista nativo di Salò ottiene uno strepitoso successo con il filone di Pane, amore e fantasia e che alcuni successi come Incompreso (1966), Le avventure di Pinocchio (serie per la TV andata in onda il 1972) e Cuore (1984) non rientrano nella commedia all’italiana.

Stagliata contro il panorama delle storie di supereroi, mutanti e paladini della giustizia, la serie The Boys, tratta dall’omonimo fumetto, rappresenta un concetto diverso del sovrumano, o meglio della versione modificata dell’umano. L’idea attinge alla dimensione conosciuta e già storicizzata della serie a fumetti afferente al genere, e girovaga tra quei familiari elementi, fatti di versatili disgrazie e funzionali cliché, di un’ironia che tende la mano alla comicità e al demenziale e di un’evoluzione dei personaggi investita di obblighi morali e positività.

“Casa mia, / stammo purtanno ‘o lutto tutte ‘e duie”: questi brevi versi fanno parte di una triste e toccante canzone scritta da Totò e cantata a squarciagola da Giacomo Rondinella (nei panni di un detenuto) mentre il principe De Curtis gli fa la barba. Il film in questione, Dov’è la libertà...? – il lettore lo avrà capito – è tutt’altro che comico.

Se le immagini rappresentano l’essenza di tutto il cinema, vi sono però film che palesano più di altri una riflessione sul loro statuto teorico e Blow-up (1966) di Michelangelo Antonioni è sicuramente tra questi.

Il 1959 è un anno d’oro per l’Albertone nazionale, non solo per l’incredibile numero di film girati − ben dieci (il record, comunque, spetta al 1954, con addirittura dodici film) − ma anche per la qualità delle pellicole: basti pensare che almeno tre di esse entreranno nella storia del cinema italiano. Sto parlando de La grande guerra di Mario Monicelli, de I magliari di Francesco Rosi e de Il vedovo di Dino Risi.

Considerato tra uno dei padri del cinema italiano, insieme a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, Luchino Visconti è stato tra i più innovativi dei registi italiani. Appartenente a una famiglia aristocratica milanese, legata all’ambiente teatrale, il giovane Luchino, di natura irrequieta lascia l’Italia e va a studiare a Parigi. Qui avverrà un incontro che segnerà la sua vita, ovvero quello con il regista Jean Renoir del quale Visconti diventerà assistente fino al rientro in Italia.

Sabato, 28 Marzo 2020 00:00

“Fantasmi a Roma”, Spettri birichini…

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Ricchi di cambiamenti furono i primi Anni ’60, dove gli assi della commedia all’italiana, singolarmente o in coppia (in sparuti casi anche in trio), sfoderarono diverse prove da applausi come nel caso di Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, un lungometraggio poco considerato dalla critica ma sicuramente tra i migliori della nostra cinematografia.

Ci sono film a cui si resta legati ben al di là del loro intrinseco valore artistico. Ci sono film che animano il nostro immaginario – perché magari si legano a un’epoca, all’infanzia, al ricordo delle persone insieme alle quali li abbiamo visti, alla giornata particolare in cui ce ne è capitata la visione, allo stato d’animo che ce l’ha ispirata, o magari semplicemente appartengono a un filone che abbiamo particolarmente amato – e per questo ne conserviamo una memoria che ne travalica in parte l’estetica (anche se, in fondo, non riusciamo proprio a smettere di farceli piacere e a sancirne una valutazione razionalmente equanime).

Vitaliano Brancati (Pachino, 24 luglio 1907 − 25 settembre 1954) ebbe un ruolo particolare nel cinema italiano: fu uno scrittore tra i più notevoli della seconda metà del Novecento. Rilevante fu la sintonia che egli instaurò con il regista Luigi Zampa: il loro rapporto di collaborazione, iniziato nei primi anni del dopoguerra, si fondava su un pari atteggiamento verso alcuni aspetti che caratterizzavano la società dell’epoca.

“Simile, ma tutt’altro che identico a Monicelli e Comencini, Dino Risi è l’autore più interessato a cogliere e registrare a caldo, con uno sguardo disincantato, i fenomeni che hanno trasformato il paesaggio antropico, urbanistico e geografico dell’Italia e degli italiani”. Questa brevissima descrizione che il noto critico e studioso Gian Piero Brunetta, nel suo delizioso volume dedicato al cinema italiano (Guida alla storia del cinema italiano, Einaudi, 2003), fa di Risi credo costituisca l’optimum per aiutarci a comprendere l’importanza di questo regista, sempre concentrato su ritratti spregiudicati, spesso di antieroi, ma sempre al centro di contesti e situazioni di carattere universale.

Gli addetti ai lavori del cinema italiano del dopoguerra, come registi e sceneggiatori, si differenziano dal genere che ha contraddistinto gli anni del regime fascista perché non intendono rappresentare una società ideale bensì proporre un’immagine del tempo: la cinematografia si fa specchio della società e cassa di risonanza dei problemi relativi al periodo precedente che si affacciano in modo drammaticamente nuovo.

Dopo circa sette anni dalla scioglimento della compagnia del Teatro Umoristico “I De Filippo”, avvenuta il 10 dicembre del 1944, Titina, Eduardo e Peppino De Filippo tornano a lavorare insieme davanti alla cinepresa. Eduardo e Peppino, i cui rapporti si sono interrotti ormai da anni, si incontrano a cena nella casa romana di Titina: qui, alla presenza di Domenico Forges-Davanzati, il produttore esecutivo del film, discutono della possibilità di ricomporre il trio familiare-artistico sulle scene, per girare un film dal titolo Ragazze da marito (con Eduardo alla regia). In questa sede viene siglato una specie di armistizio; pare addirittura che, in tale circostanza, sui loro dissapori i fratelli siano arrivati persino a ironizzare.

Nel 1981, anno che fa da spartiacque tra la commedia all’italiana (che si conclude con il meraviglioso lungometraggio di Ettore Scola, La terrazza) e il cosiddetto “cinema dei nuovi comici” (attori-autori), comincia l’inaspettata e clamorosa ascesa di Massimo Troisi, giovanissimo artista partenopeo proveniente dal teatro e dalla televisione, al debutto nella regia cinematografica con Ricomincio da tre, trionfo commerciale ben ratificato anche dalla critica.

Una pellicola destinata a lasciare un segno nella storia del cinema italiano è Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini, del 1953. Al successo del film contribuì non poco l’interpretazione di Vittorio De Sica, strepitoso nei panni del “maresciallo maggiore Carotenuto Antonio”. La figura di De Sica nei panni del maresciallo dei carabinieri è entrata nell’immaginario popolare, tanto che ormai da anni sui calendari celebrativi dell’Arma dei Carabinieri si staglia imperiosa l’immagine di De Sica in divisa da maresciallo.

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