“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Sabato, 27 Febbraio 2021 00:00

Il Fellini anarchico di Goffredo Fofi

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Ragionando sui grandi autori cinematografici italiani che, in un modo o nell’altro possono essere definiti “anarchici”, Goffredo Fofi sostiene si possa indicare anche Federico Fellini. I primi a farlo sono stati i francesi André Bazin e Daniel Pennac: se il primo, dopo aver assistito al film La strada (1954), si limita a parlare genericamente di un “Fellini anarchico”, il secondo insiste invece nell’indicarlo come anarchico cosciente di esserlo.

Fellini anarchico? L’autore di Prova d’orchestra (1979) può davvero essere definito anarchico? Il volume di Goffredo Fofi, Fellini anarchico (Elèuthera, 2020) intende spiegare perché è possibile definire tale il regista romagnolo.
Il volume inizia prendendo in considerazione La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957). Una sorta di trilogia incentrata sull’emarginazione, su figure di sconfitti non domati costretti ad arrangiarsi in qualche modo per affrontare la sopravvivenza: un’arte di arrangiarsi intesa da Fofi come “espressione di un istintivo e spontaneo anarchismo di tutta una parte della società, costretta a vedersela da sola in un mondo decisamente classista, ostile”.  Si tratta di film che si concentrano su “una marginalità obbligata, ma con un afflato di solidarietà, un’ansia di giustizia che, se è priva di rivolta, tuttavia respinge le compiacenze borghesi e piccolo-borghesi, e ignora ideologie che, semplicemente, non possono appartenerle”.
Dietro all’affresco magniloquente offerto da La dolce vita (1960), secondo Fofi è possibile intravedere un’amara panoramica su una metropoli corrotta al pari della vita sociale e politica del periodo a cui non sembrano opporsi resistenze o ribellioni. Fofi individua nella pellicola un’opera-cerniera che sancisce la “conversione felliniana a una libertà creativa quasi assoluta: rinnega la costruzione tradizionale dei film precedenti, e i suoi blocchi narrativi sono l’affermazione di un linguaggio decisamente nuovo, diverso, inedito, che può solo rinviare alla libertà delle grandi avanguardie”.
A partire da La dolce vita i film di Fellini sembrano altrettanti “brani di biografia affrontati con visionaria sregolatezza” in cui si mescolano ricordi e fantasia, come nel caso di Otto e mezzo (1963) e Giulietta degli spiriti (1965). L’episodio diretto da Fellini del film Tre passi nel delirio (1968) – le altre due parti che lo compongono sono dirette da Louis Malle e Roger Vadim – apre ad una serie di opere del regista romagnolo in cui viene indagato il mondo dei sogni e degli incubi introducendo anche il tema della morte, che così si aggiunge a quello della decadenza della civiltà occidentale.
L’onirico Satyricon (1969), che nel suo tratteggiare un impero al tramonto non manca di riferirsi all’attualità, insieme a Roma (1972), con i ricordi del regista della città degli anni del fascismo che si mescolano all’avanspettacolo, rappresentano a detta di Fofi “un dittico superbo, un ieri-e-oggi che ci regala un’interpretazione storica profonda, una ricostruzione-analisi-confronto di civiltà, una diversità e una perennità”. Si tratta, continua Fofi, di opere capitali sulla storia e decadenza della nostra civiltà con cui il regista “completa il suo apprendistato ‘ideologico’, precisa la sua distanza e differenza dalla società in cui vive perché sa vedere oltre, oltre l’attualità e oltre la Storia”.
Vent’anni dopo I vitelloni (1953) Fellini torna sulla sua Romagna con Amarcord (1973), la “crudezza ancora naturalistica e pur sentimentale” presente nella prima opera lascia il posto a “una lettura del passato fascista del nostro paese acuta, anzi acutissima, smontandone il mito dall’interno e mostrando la mediocrità del regime e del popolo che lo accettava e se ne compiaceva”. Si tratta secondo Fofi di “un film-chiave per capire il nostro paese, la sua storia e la sua politica, la mediocrità della sua cultura, in senso precisamente antropologico. [...]. È anche il film in cui compare una figura, minoritaria e perdente, quella del padre del protagonista, dichiaratamente anarchica, di un semplice ma ostinato oppositore di un regime che fu perfino più volgare che violento”.
Se nel Casanova (1976) può essere vista “la marionettistica alienazione di un individualismo narcisistico, ridicolo e manipolabile”, con La città delle donne (1980) Fellini sembra operare “una ricognizione onirica del proprio inconscio attraverso l’universo femminile”, suscitando numerose critiche dagli ambienti femministi, ma si tratta anche di una riflessione sul mondo del cinema e dell’avanspettacolo.
Ed eccoci a Prova d’orchestra (1979). Si tratta di “un apologo leggibile a diversi livelli (politico, etico, estetico) che entrava in pieno (voleva entrare) nel dibattito politico di quell’anno, di quel tempo”, che ha suscitato, alla sua uscita, non poche critiche. Secondo Fofi il film palesa un Fellini preoccupato, su posizioni conservatrici, non certo rivoluzionarie, da una possibile involuzione reazionaria, se non addirittura fascista, del Paese, mentre, invece, continua Fofi, quella in atto era in realtà l’ennesima mutazione di un capitalismo che stava ponendo le basi a una nuova forma di dittatura tecnologica basata sulla “cultura del narcisismo”.
Fofi ricorda anche come Prova d’orchestra sia stato il film di Fellini verso il quale lui stesso si è espresso più criticamente. A distanza di tanto tempo dice di capire meglio le ragioni e il valore dell’opera, anche se continua a ritenerla non certo una dei suoi film migliori. “Prova d’orchestra seppelliva a suo modo il ’68, attribuendogli in fondo una responsabilità che aveva solo in parte. Ma la sua preoccupazione era sincera, anche se non di un ritorno alla dittatura Fellini aveva da temere, quanto di uno scollamento, con risposte più subdole da parte del Capitale: il cosiddetto populismo, le leghe, le manipolazioni mediatiche e tecnologiche. La televisione, per un tempo, e poi la più invadente e corruttrice, la più ‘assoluta’ delle invenzioni, Internet”.
E la nave va (1983), sostiene Fofi, in maniera malinconica e funerea accompagna lo spettatore alla fine di una civiltà giunta alle porte della prima guerra mondiale, ma non manca di rimandare alla fine della civiltà occidentale. A partire da questo momento la visione del regista pare incupirsi sempre più e fatica a ritrovare una sintonia con una società e un pubblico in via di rapida trasformazione.
Ginger e Fred (1986) nonostante l’intenzione di criticare la televisione, sostiene Fofi, fatica a dire qualcosa di nuovo. “Il gran carnevale che Fellini ci mostra è una galleria di ‘mostri’, simile a quella di altri film del riminese sul circo, sul cinema, sulla rivista ecc.”. Intervista (1987) è invece incentrato sul mondo di Cinecittà in un miscuglio di malinconia e allegria, da cui non manca di emergere un sincero disincanto.
Giungiamo così al termine. Ne La voce della luna (1990) Fellini “affida a due irrecuperabili sbandati (a due anarchici, infine!) la fragile ma irriducibile distanza da una società che il regista ci mostra nella sua degenerazione festaiola e conformista, nell’euforia consumista della “sagra dello gnocco”. Si tratta, sostiene Fofi, di un’amara lettura della società italiana che si lega all’Amarcord del Paese in povertà sotto il fascismo ed a La dolce vita dell’Italia del boom, democristiana e pentapartitica, ma è anche, continua Fofi, “una dichiarazione dolceamara di dolorosa solitudine”.
Fellini mette qua in scena un Paese attraversato da personaggi carnevaleschi (auto)distruttivi mentre “nei margini, nei sottoscala, negli anfratti di questa festa continua si nascondono i disadattati, gli espulsi, i subalterni assoluti, gli imperfetti, quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta”. Nel ballo meccanico dei giovani all’interno di una discoteca somigliante a una fabbrica sembra potersi scorgere un’allusione a una società in cui ci si dimena a vuoto, senza fine e senza un fine; in un tale contesto non resterebbe che rifugiarsi nell’ascolto della natura, nella voce della luna.
Con questo suo ultimo film, sostiene Fofi, il regista romagnolo “ci ha mostrato più e meglio di tutti come siamo, noi italiani di oggi, come abbiamo voluto diventare tornando dopo un trentennio da vivi a un purgatorio incosciente. E lo ha fatto con una malinconia e un dolore condivisi con i più coscienti, con i pochi coscienti”.
È possibile vedere in Fellini un “Grande Sconfitto” cosciente di esserlo; “noi dobbiamo allora cogliere di lui e della sua opera il messaggio più duro e finale, quello di un’estrema diffidenza e distanza da Questa Società, da questa decadenza, da questo annuncio di fine”.
Tornando alla domanda d’apertura: Fellini anarchico, dunque? Sì, sostiene convintamente Fofi, “almeno alla fine; senza fiducia in nessun ordine sociale di cui ha fatto esperienza, e senza più fiducia in nessun ordine sociale a venire. Difendendosi, male, dal male della società, dal male della storia, dal male che è il Capitale con le sue due uniche molle, i suoi soli ideali, i suoi due feticci: il Dominio e il Denaro. Sconfitto, perdente, egli che per un tempo era sembrato un vincente assoluto. Ma, anche per questo, ‘nostro’”.
Giunti alle ultime pagine del libro, in tutta onestà, resta più di qualche dubbio circa il fatto che la mancanza di fiducia nei confronti dell’ordine sociale, in tutte le sue varianti, il disincanto, il senso di sconfitta e il rifugiarsi, nella nausea per l’esistente, nel prestare orecchio alla voce della luna siano condizioni sufficienti per meritare l'appellativo di “anarchico”. Possono, al limite, esserne condizioni necessarie... ma si fatica a crederle sufficienti. Si tratta, evidentemente, di modi diversi di intendere l’anarchia. Nulla di male. È sempre stato così, del resto.





Goffredo Fofi
Fellini anarchico
Elèuthera, Milano, 2020
pp. 120

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