“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 02 Aprile 2022 00:00

Sorrentino tra (e oltre) Fellini e Scorsese

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L’accostamento del cinema di Paolo Sorrentino con quello di Federico Fellini, fattosi insistente soprattutto dopo l’uscita e il successo de La grande bellezza, pur giustificato, rischia di essere un accostamento di comodo. L’insistenza con cui si evidenzia una certa continuità con l’opera del “maestro” romagnolo sembra infatti a volte uno stratagemma per non confrontarsi direttamente con i film di Sorrentino, tutt’altro che agevoli da analizzare.

Nel discorso tenuto durante la premiazione degli Oscar del 2014 per il miglior film straniero, nell’elencare le fonti di ispirazione, Sorrentino cita espressamente i registi Federico Fellini e Martin Scorsese. Ed è proprio delle influenze esercitate sull’autore napoletano da questi due protagonisti della messa in scena cinematografica che tratta il corposo saggio di Vittoriano Gallico, L’opera di Paolo Sorrentino tra le immagini di Federico Fellini e di Martin Scorsese. Affinità e dissonanze nell’intreccio delle influenze (Mimesis, 2021).
In tale volume non solo lo studioso allarga il confronto oltre il solo e solito Fellini contemplando il secondo regista nei confronti di cui lo stesso autore napoletano si dice debitore, ma si propone di indagare le dissonanze, oltre che le affinità, tra l’opera sorrentiniana e quella dei due registi. Sottolineare le dissonanze rappresenta sicuramente un buon esercizio per una critica che non si accontenti di individuare le analogie più evidenti – e di comodo – ma anche un buon – e giusto – modo per dare a Sorrentino quel che è di Sorrentino. Gallico si propone pertanto di definire alcune specificità dell’opera del regista napoletano rilevandone tanto l’eredità felliniana che scorsesiana nella convinzione che “la traccia delle immagini dei maestri si nutre in egual misura della spinta dell’analogia e del distacco della dissonanza. Il distacco, per l’appunto, si rivelerà progressivamente uno spazio fecondo in cui non troverà posto il semplice rimpianto di un’aspettativa estetica mancata (quella, spesso fonte di delusione, dell’allievo incapace di emulare i propri mentori). Piuttosto, alla dissonanza si chiederà di custodire e di rivelare l’originalità di un’opera che si affaccia a una pluralità di immagini riprendendole e trasformandole, segnalandone, talvolta, l’impossibile sopravvivenza”.
Nel saggio vengono accuratamente analizzate le modalità con cui Sorrentino costruisce e indebolisce il personaggio, dunque le principali tendenze visive e narrative a cui ricorre nelle sue opere e, successivamente, gli “straripamenti” sorrentiniani in problematiche attigue al cinema e alla letteratura individuandone assonanze e discontinuità con Fellini e Scorsese. Lo studioso nota come il declino, il fallimento e l’indebolimento del soggetto ricorrenti nelle opere di Sorrentino manifestino un’ispirazione decisamente più scorsesiana che felliniana: diversamente dallo statunitense, infatti, il regista romagnolo tende a perdere gradualmente l’individuo come punto di riferimento. Personaggi sorrentiniani come Lenny Belardo e Jep Gambardella sembrano dovere le loro peculiarità a un “gesto scorsesiano”. In fin dei conti di felliniano in Gambardella non resta che “una riflessione sull’arte e sulla processualità della scrittura di cui La grande bellezza si fa portavoce”. Anche uno studio sul grottesco conferma la maggiore vicinanza tra l’autore napoletano e quello statunitense.
L’analisi di Gallico si sofferma anche sugli epiloghi delle storie sorrentiniane e su come lo “slancio vitale”, spesso coincidente con il punto culminante della narrazione, si riveli del tutto compatibile con le privazioni a cui sono costretti i personaggi per rinnovare il contatto con la vita. Anche in questo caso le scelte di Sorrentino paiono più vicine a quelle di Scorsese che “promuove la possibilità della riunione come punto culminante della narrazione” sebbene le riunioni messe in scena dallo statunitense risultino distruttive, diversamente da quelle prospettate dell’autore napoletano. Introducendo la categoria di “eterogeneità” per i lavori di Sorrentino emergono contatti tanto con il cinema di Fellini quanto con quello di Scorsese. Nel primo caso alcuni sviluppi narrativi sorrentiniani manifestano una certa continuità con il trattamento del dialogo nelle cacofonie felliniane, mentre nel secondo il richiamo è ravvisabile nel passaggio tra generi cinematografici diversi all’interno del medesimo film. Anche a proposito del “tuffo” e dello “slancio vitale” Gallico individua un’influenza scorsesiana.
Circa la questione “dell’apprendimento”, le proposte di Sorrentino, incentrate su viaggi formativi, tendono a risultare dissonanti rispetto a quelle labirintiche felliniane. Maggiori analogie si individuano invece nei confronti dei percorsi scorsesiani, nella misura in cui entrambi gli autori prevedono “l’intervento di modelli atipici che contribuiscono a interrompere l’iniziale erranza dei personaggi”. Anacronismo, nostalgia e malinconia presenti nella cinematografia sorrentiniana rimandano invece a entrambi i registi. Venendo all’insistito confronto tra La dolce vita e La grande bellezza, anziché preoccuparsi, come ama fare tanta critica, della possibilità o meno da parte di Sorrentino di emulare il maestro romagnolo, Gallico preferisce leggere ne La grande bellezza “la consapevolezza di non poter proporre una lettura della contemporaneità con i mezzi del lungometraggio di Fellini”.
A proposito dei rimandi al mondo contemporaneo nei film, lo studioso sottolinea un’assonanza evidente tra Sorrentino e il regista statunitense: “Il passaggio da Il divo a Loro, da una prima immagine del potere che nasconde le proprie azioni illecite a una seconda che sancisce l’assenza di politica, rimanda all’evoluzione del clan mafioso in Scorsese […]. Parallelamente, il trattamento dell’eccesso in The Wolf of Wall Street risulta simile alle immagini de La grande bellezza, osservazione che [consente] di sottolineare come, sia in Scorsese che in Sorrentino, l’eccesso visivo sia un mezzo propizio per elaborare una descrizione della contemporaneità”. Analogie con Fellini vengono individuate tra un episodio di Hanno tutti ragione e una sequenza di Ginger e Fred a proposito della “capacità di far sopravvivere l’espressione letteraria e l’immagine cinematografica a dispetto della mancata sensibilità del pubblico televisivo. Sempre riguardo alla televisione, lo stato patologico del protagonista di The King of Comedy ricorda il Berlusconi di Loro e la maniera in cui questi diventa, paradossalmente, vittima del berlusconismo”. Circa il ruolo dell’illusione, se divergenze emergono tra Sorrentino e Fellini, analogie si danno invece tra lo spazio immaginario sorrentiniano, nel suo presentarsi come illusione ottica, e il film fittizio sul finale di New York, New York di Scorsese.
La critica ha spesso insistito sul ricorso di Sorrentino a inquadrature e movimenti di macchina artificiosi e teatrali si stampo felliniano. Tuttavia, sottolinea Gallico, si tratta di una somiglianza decisamente parziale perché mentre il regista campano crea artifici visivi lasciando invisibile la macchina da presa, il romagnolo tende spesso a mostrarla, in linea con una prospettiva di autoreferenzialità che nel corso del tempo si è fatta sempre più evidente nel suo cinema, cosa invece assente in Sorrentino. Insomma, se non mancano punti di contatto tra l’opera sorrentiniana e il cinema di Fellini e di Scorsese, a riprova della palese volontà del regista napoletano di trarre ispirazione dai due maestri, le dissonanze più decise, a dispetto dell’insistenza sulle analogie su cui insistono tante recensioni, sembrano riguardare più Fellini che Scorsese.
In definitiva, dal volume di Gallico deriverebbe un Sorrentino più scorsesiano che felliniano ma, come sottolinea lo studioso stesso, una tale perentoria conclusione “promuoverebbe una posizione più risolutiva che critica, la quale non produrrebbe miglior effetto che attenuare quell’entusiasmo che ha spinto molti spettatori a vedere in Sorrentino l’erede di Fellini, specie dopo La grande bellezza”. Meglio allora, sostiene in chiusura lo studioso, “lasciare che le immagini di Scorsese e di Fellini offrano un’apertura, seppure virtuale, ma pur sempre legata ad alcune piste esplorate da Sorrentino”.





Vittoriano Gallico
L’opera di Paolo Sorrentino tra le immagini di Federico Fellini e di Martin Scorsese. Affinità e dissonanze nell’intreccio delle influenze
Mimesis, Milano-Udine, 2021
pp. 394

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