“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 14 Marzo 2022 00:00

Storie di uno spettatore

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Volendo provare a dare un definizione di spettatore cinematografico ci si trova inevitabilmente a fare i conti con una serie di variabili che palesano l’impossibilità di giungere a una risposta univoca. A cambiare non sono soltanto i significati culturali e sociali che viene ad assumere l’atto del guardare i film, sono anche le modalità con cui si affronta la visione: in una sala o in ambiente domestico; collettivamente o individualmente; su grande schermo o su un monitor di dimensioni più contenute; in orari stabiliti da altri o scelti.   

Il recente libro di Roy Menarini, La grande illusione. Storie di uno spettatore (Mimesis, 2022), imbastisce una storia degli spettatori dedicando dieci diversi capitoli ad altrettante esperienze  personali con l’intenzione di ricavarne riflessioni di valore universale sul guardare i film tra forme sociali e prassi culturali.
Il volume si apre con la meraviglia provata dall’autore all’età di sei anni in sala di fronte a Guerre stellari (Lucas, 1977) e, a seguire, con il primo film visto di sabato pomeriggio, in un cinema parrocchiale bolognese dall’eccentrica programmazione, masticando compulsivamente “coca-coline gommose”, senza i genitori al seguito: L’ultimo squalo (Enzo G. Castellari, 1981). “Attraverso un film scelto sulla base della programmazione [...] imparavo alcune cose con cui la teoria e la storiografia mi avrebbero accompagnato come studioso in anni di molto successivi: la teoria del trucco di Christian Metz, i tabù cinematografici analizzati da Enzo Ungari, la storia artigianale del cinema italiano esaltata dalla cinefilia radicale e studiata dall’accademia, il modello dell’immaginario avventuroso statunitense e le sua (tarda) imitazione nostrana”.
Poi, ormai da ragazzo, è la volta della visione, di Cuore selvaggio (David Lynch, 1990) a proposito del quale i ricordi rimandano, oltre alle sonorità metal che accompagnano alcune scene, al tabagismo di Sailor e all’urgenza giovanile di accendere una sigaretta durante la proiezione tra le tende di velluto sul confine tra sala e corridoio. Il connubio tra sonorità e immagini diviene occasione per l’autore di rimando agli studi di Michel Chion sul ruolo del sonoro nel cinema.
La quarta esperienza raccontata ha luogo al cineclub e riguarda Heimat 2 (Edgar Reitz, 1992) a cui, come ricorda l’autore, molti sono arrivati grazie alla mesa in onda su Fuori Orario di Enrico Ghezzi  del primo Heimat (1984), “una serie televisiva che non somigliava a nessun’altra” e che in tanti hanno avuto modo di rivedere sia grazie alle repliche televisive che al videoregistratore VHS. Per Menarini l’opera di Reitz diviene l’occasione per ricordare i corsi sul Neuer Deutscher Film tenuti all’Università di Bologna da Leonardo Quaresima, “massimo conoscitore del cinema tedesco”, a cui, sia consentito l’omaggio personale, chi scrive queste righe, onorato di aver discusso con lui la tesi di laurea, sarà per sempre grato per le sue analisi dei film di Fassbinder, Herzog, Kluge, Schlöndorff, Wenders ed altri protagonisti di un’indimenticabile stagione cinematografica tedesca.
Vive l’amour (Tsai, 1994) è invece l’opera scelta da Menarini per raccontare una sua esperienza da critico al Festival di Venezia. I ricordi della controversa reazione dei critici alla proiezione del film diviene occasione per l’autore per ragionare su come i festival rappresentino il luogo di una sorta di  “visione intensificata” grazie a svariate condizioni che “alterano, e al tempo stesso esaltano, la spettatorialità”: il particolare contesto “lontano dalla quotidianità lavorativa e più vicino a una bolla culturale ed estetica” in cui tutto “assume proporzioni inusuali”. Dei tre ambiti di visione offerti dal cinema, la sala, il salotto e il festival, quest’ultimo “è l’unico che permette quel coinvolgimento emotivo e quell’impegno fisico che si possono collocare tra i due estremi delle ‘vacanze intelligenti’ e dell’esperienza culturale più liberatoria”.
La visione di Shrek 3 (Hui, Miller, 2007) si lega invece all’esperienza della prima volta in sala insieme alla piccola figlia che consente all’autore di riflettere su come l’animazione abbia saputo nell’ultimo ventennio “unire nel divertimento genitori e figli grazie a un doppio registro comunicativo”, oltre che “individuare uno spettacolo digitale di grande potenza narrativa e comunque adatto a una fruizione intermittente come quella infantile”.
Avatar (James Cameron, 2009) rappresenta un esempio di visione al multiplex da studioso di cinema. Vedere questo film, una sorta di punto di equilibrio tra nuovo cinema e nuovo spettatore,  alla sua uscita al cinema in 3D si è rivelato molto importante. “A volte per capire la natura del cinema è necessario viverne le pratiche collettive e trovarsi nel momento stesso in cui la storia dei film sta cambiando”.
L’ottava esperienza racconta da Menarini è invece di tipo televisivo e riguarda la visione di Twin Peaks (David Lynch 1991-2017) dal divano di casa. “Faccio parte della generazione che ha visto molti più film sul divano di casa che in sala. A causa della proliferazione dei media digitali e della sovrabbondanza dell’offerta di contenuti audiovisivi, i più giovani oggi pensano di essere i primi a formarsi cinematograficamente sul piccolo schermo. E invece, in quello spazio non breve che ha separato il predominio del grande schermo dal trionfo degli schermi digitali, si è svolto l’apprendistato di numerosi critici e studiosi. Televisione e VHS hanno dominato gli anni Ottanta e Novanta, insieme al DVD che ha soppiantato le videocassette ma ha più o meno assunto lo stesso ruolo”. “Ci saremmo presto accorti che David Lynch apriva la via a un violento riassestamento dei consumi domestici e cominciava a svecchiare i pubblici più conservatori”.
La visione nella bolognese Piazza Maggiore nel 2019, nell’ambito della rassegna Il Cinema Ritrovato, de Il cameraman (Keaton, Sedgwick, 1928) con l’accompagnamento dal vivo dell’Orchestra del locale Teatro Comunale diretta da Timothy Brock, rappresenta un’altra modalità di fruizione dello spettacolo cinematografico su cui si sofferma Menarini. “L’esperienza può essere di tipo tecnico/tecnologico (la proiezione in pellicola invece che in digitale, o Edgar Raddirittura la pellicola vintage che viene proposta nel programma senza repliche: i difetti tecnici, dal colore magenta ai graffi, sono medaglie al merito), oppure performativa, proprio con gli accompagnamenti musicali dal vivo. Ma pur sempre di una relazione estetica eccezionale, perché è rarissimo poter assistere su grande schermo, e insieme a un pubblico ampio, a proiezioni che provengono da altre epoche della storia del cinema”. L’occasione permette dall’autore di riflettere, oltre che sull’esperienza tecnica e quella culturale, sull’esperienza urbana.
La decima, ed ultima, esperienza riportata dal libro riguarda la visione all’interno di un multiplex di Tenet (Christopher Nolan, 2020) avvenuta con distanziamento in sala ed indossando la mascherina. “Alla fine quella mascherina sentita come un fardello all’inizio [...] si alleggerisce e l’avventura ha la meglio: la capacità di immersione nel film da parte dello spettatore supera qualsiasi impedimento: occhiali, sciarpe, maschere, bende, fasciature”.
Occorrerebbe non sottostimare, sostiene Menarini, la capacità del film di offrire un senso di protezione e di rifugio. “E non è forse un caso che proprio i film abbiano tante volte rappresentato fuggiaschi, clandestini, perseguitati e amanti ben nascosti all’interno di un cinematografo. L’oscurità non aiuta solamente chi deve nascondersi per qualsiasi motivo ma anche chi vuole sottrarsi al flusso del mondo, magari per prendersi il tempo di ragionare sul mondo stesso e uscire due ore dopo rafforzato, rilassato e più consapevole. E anche se forse il cinema ha smesso di voler cambiare il mondo (come per un certo periodo, diciamo dagli anni Venti agli anni Settanta del Novecento, ha ambito a fare), questa relazione intima e confidenziale tra i film e lo spettatore rimane, e costituisce un elemento imprescindibile del consumo in sala”.





Roy Menarini
La grande illusione. Storie di uno spettatore
Mimesis, Milano-Udine, 2022
pp. 168

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