“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Beniamino Biondi

Romanzo

         quali spunti (e)vocativi sui fiori
secchi dentro l’armadio

Sul corpo panico, la transizione

L’individuo, colui che appare come dicente, è corpo. Organismo periferico – paradosso celatamente disvelato – e alieno al corpo consumato come ente transitorio. L’individuo si annuncia come multitudo corporum, marginale all’ego nucleico e figurativamente cutaneo, divezzato alla compromissione: un corpo profferto al biancore del vuoto, volumico e perimetrale. Il senso dell’anonimia scevera l’organismo materiale cui si congiunge piuttosto che il verbum  la voragine dell’oralità: il corpo esso stesso include la pertinenza aerea attendendo al silenzio.

Paul-Jean Toulet, il mal(inteso)

La parabola artistica di Paul-Jean Toulet è posta nel segno della lontananza e di un malinteso. Cresciuto con la famiglia nell’isola Maurice, in un paesaggio rutilante di stimoli visionari di cruda nettezza la cui natura straniera di terra cinta dal mare ha partorito quel carattere del poeta irrequieto e cinico, ebbe il proprio tirocinio lontano dalle scuole francesi e dalla precoce vocazione alla produzione culturale dei molti letterati di Parigi.

Mitografie del silenzio

L’apparenza dinamica si esibisce nel modo di un cerchio cavo, i cui margini riproducono la condizione periodica del torpore e della veglia: in esso risiede lo stadio nucleico dell’esperienza, il silenzio. Quiete asintetica e paradigma fondativo del locus psichico − regione occlusa e perturbata – contro i non-luoghi1 dello spazio e del tempo. L’individuo si inganna al vuoto e alla parvenza: lo scheletro perimetrale che lo contiene, con la sequenza  interminata delle sue ridicole gesta, piuttosto che l’azione compie l’inganno.

Opus pistorum

            ho detto che l’uomo


                        (la padella sul fuoco,
l’acido nel cesso: e frattanto convochi gli amici
morti al funerale)

Libertà umana e onniscienza divina in Severino Boezio

Al tema della libertà dell’uomo in attinenza alla prescienza divina Severino Boezio dedica lo svolgimento del quinto ed ultimo libro onde si ripartisce la sua Consolatio Philosophiae. L’opera è composta integralmente in carcere, nei locali pertinenti al battistero della cattedrale di Pavia, ove il filosofo era stato imprigionato per ordine di Teodorico, in attesa di giudizio per avere congiurato contro lo stesso in favore di Giustino, imperatore di Bisanzio.

La trilogia panica di Fernando Arrabal

Quando Fernando Arrabal realizza il suo primo film Viva la muerte (1971) è già una delle personalità più note del panorama artistico europeo: fondatore nel 1962 con Alejandro Jodorowsky e Roland Topor del Movimento Panico (nome che compare per la prima volta nella sua opera Cinque racconti panici) e autore di pièces surreali e crudelissime, Arrabal è il drammaturgo più eccentrico della nuova avanguardia teatrale.

Kōhei Oguri e il cinema come oscillazione

Gli anni Ottanta hanno rappresentato per la cinematografia giapponese la fine di ogni stimolo sperimentale e linguistico e la totale amnesia per quel movimento composito che è stato il Nuovo Cinema; pur tuttavia sono apparsi alcuni autori interessanti che hanno coltivato con rigore quel principio di differenza che presiede il cinema come arte dialettica. Al di là dell’underground, che in quegli anni ricompare in una sua feconda stagione nel nichilismo della forma impura del cyborg, tra i nuovi cineasti non è possibile trascurare i nomi di Shinji Sōmai, Mitsuo Yanagimachi e Kōhei Oguri.

Frammenti sulla teoria dei quanti

e sia, compiendo la minaccia
dentro l’urna (acquattato all’oscurità)
                                               la lingua dei padri

Iván Zulueta (martire) underground

Iván Zulueta è a tutti gli effetti il solo cineasta underground spagnolo caduto vittima della sua stessa opera. Letteralmente.

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