“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Martedì, 17 Novembre 2020 00:00

Siamo tutti innamorati di Pippa Bacca, sposa dentro

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Più volte i miei sentieri hanno trovato la via per incrociarla. In realtà, dopo che mi sono imbattuto nella sua storia, son continuamente andato cercandola. La prima volta che sentii parlare di lei fu grazie alla canzone che i Radiodervish le hanno dedicato nel 2013, Velo di sposa. Da quel momento non mi ha più abbandonato, un po’ come un piccolo vizio: innocuo ma insistente, come quei tarli nella madia che ti lasciano briciole di legno fra i maglioni. È una storia, la sua, che ha finito per rimanermi dentro. Penso sia inevitabile.

Eppure, d’altra parte, è anche una di quelle storie che sembrano troppo delicate, troppo fragili per esser raccontate. Troppo forte il rischio di strumentalizzarle e tradirle. Ci vuol il coraggio di sfidare la vergogna, insomma, e scendere in un passo che si sa essere oscuro. Quel che è accaduto a Pippa Bacca, ecco, non saprei come altro dirlo, è qualcosa che grida per esser curato. Il suo ricordo è qualcosa che va preservato sì, eppure non sprecato. Protetto. Ci sono delle fini che prolungano una gittata d’ombra, a ritroso, su un’intera vita, andandola, indelebilmente, a macchiare retroattivamente nell’immaginario. Per quanto candide fossero in partenza. Quantopiù candide fossero in partenza (ma è proprio così? Vedremo). Ecco, anche se morta nel 2008, la storia di Pippa Bacca continua a gridare ancora.
Per questo, quando ho scorso il programma della XII edizione de Lo schermo dell’arte, festival di cinema e arte contemporanea, ho subito opzionato il film di Simone Manetti, Sono innamorato di Pippa Bacca (immagino tratto dal libro di Giulia Morello, edito da Castelvecchi). Il regista livornese, già autore d’un’altra storia femminile forte, su una donna che per trovare la sua strada si sposta lontano (Ciao amore, vado a combattere), usa sapientemente, come di prassi in casi simili, ottimo e abbondante materiale di repertorio raccolto, frammisto a interviste, per provare a dare un’idea di chi fosse questa performer poliedrica, al di là del fatto che la prima (purtroppo, talvolta, l’unica, ed è sbagliato perché lei conteneva universi contraddittori) cosa che si sa di Pippa Bacca è com’è morta: da questo trauma non è possibile tornare indietro, il che rende le immagini che scorrono semplicemente terribili.
Milanese, nipote, da parte di madre, di Piero Manzoni, Giuseppina Pasqualino di Marineo, aveva quattro sorelle, e un paio di alter ego propri.
Pippa Bacca muore, a trentatré anni, a Gebze, in Turchia, strangolata dopo esser stata violentata, da uno sconosciuto che si era offerto di darle un passaggio. Un mostro, come lo definirà la sua compagna di viaggio, Silvia Moro. Un violador en su camino, come cantano le femministe cilene (canto non a caso ripreso anche nel 2019 nelle proteste, proprio, contro il parlamento turco). Un plagiato, sì, un deviante culturale, sicuramente, pure. Ma Pippa Bacca differiva da alcune femministe (e chissà non sia per questo che ancora non viene ricordata quanto dovrebbe) perché lei al suo violador ci andava incontro, lo provocava, non gli consentiva di limitare la sua libertà. Sua safe zone il mondo intero, tutta la comunità umana cui sentiva di appartenere. Non era una sprovveduta, la nipote di Piero Manzoni, ma un’artista e una militante attiva, che provava a smuovere mondi che non intendevano dialogarsi. Facendo lei il primo passo, esponendosi in prima linea, pur di dimostrare una tesi. Una tesi che, purtroppo, i fatti possono in parte aver smentito, rendendo la sua storia così tragicamente dolorosa, e tanto scomoda da raccontare. Una storia che non finisce male ma, se possibile, peggio. Quella di qualcuno che anziché alzare muri di giudizi dispensati prova ad aprire fronti di dialogo, e che finisce per esser abusata e uccisa da colui che voleva salvare da se stesso. Lo schiavo, troppo brutalizzato, incapace di nutrire l’amore che non ha mai conosciuto, uccide la sua liberatrice, che non riconosce. Perché schiavo, non perché maschio. Perché lo è sempre stato, non perché uomo. Il documentario non condanna. Penso che nemmeno Pippa lo avrebbe fatto, in realtà, perché avrebbe, quello sì, lordato la storia di un piccolo grande atto rivoluzionario fallito. L’unico che valga la pena di compiere. Personalmente, penso valga quanto diceva Eduardo in Napoli milionaria! a proposito del ladro: “Mariuolo se nasce. E nun se po' dicere ca 'o mariuolo è napulitano. O pure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano... 'O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. […] tu ca si' giovane, avariss' 'a da' 'o buono esempio... accussì quanno te truove e siente ca parlano male d' 'o paese tuio, tu, cu tutt' 'a cuscienza, può dicere: − ‘Va bene, ma ce stanno 'e mariuole e 'a gente onesta, comme a dint' 'a tutt' 'e paise d' 'o munno’”.
Il deviante, il bruto, il maschilista, raramente sceglie di esserlo. Lo rende tale l’ambiente, che è il motivo per il quale bisogna agire da un punto di vista culturale per poter cambiare le cose. Lo stupratore, l’omicida, quando compiono atti irripetibili sull’altro, perdono ogni altra sfumatura, che non andrebbe fatta coincidere con un legame causa-effetto. Violano il mandato fiduciario che è alla base di qualsiasi appartenenza, e quindi smettono di essere riconducibili a un Paese (lo stupratore non è tale perché turco), a un’ideologia (non è tale perché capitalista), a una classe (né perché povero), a un credo religioso (tantomeno perché musulmano), quindi nemmeno a un genere (nemmeno in quanto maschio). Quando perpetra quest’atto egli abdica qualsiasi appartenenza, scinde qualsiasi vincolo, si autoesclude da tutto e tutti e tutte. Almeno, è quel che io vorrei credere.
I titoli di testa scorrono insieme alle opere di decoupage di Pippa Bacca, quei ritagli che erano solo una delle modalità di espressione con cui sceglieva, artisticamente, di manifestare quel che sentiva di voler esprimere. L’arte, come la poesia, è sempre un atto d’amore disinteressato, un atto di solidarietà pura, agapico, con cui qualcuno vuol cercare il suo pubblico, snidarlo, non per essere lusingato, tantomeno per educarlo, ma per farlo sentire amato, accettato e desiderato. L’opera artistica, che in Pippa Bacca finisce per coincidere con la sua vita, purtroppo anche tragicamente, è pervasa da questo movimento.
Nel 2008 Pippa Bacca sceglie di mettersi sulla strada, insieme all’amica e collega performer. Il suo scopo è quello di partire da Milano, attraversare gli scenari dei conflitti bellici, per arrivare a Gerusalemme. Spoglia della sua corazza emotiva reichiana, a proteggerla dall’altro, lo sconosciuto, l’Étranger, si fa forte solo d’un velo da sposa, come una celata. Suo unico usbergo, quindi, un abito da sposa candido, che si fermerà a lavare, a ogni tappa, a mano, sfregandovi sopra del sapone. Perché Pippa Bacca, calzati due imponenti tacchi, va incontro all’ignoto, lo sfida, lo vuol disarmare avendo, dalla sua, solo la fragilità, il candore, la vulnerabilità e la gentilezza del suo messaggio. Di cui si fa latrice, come una bottiglia in balia del mare, gettandosi, disinvolta, fra le onde, fiduciosa nel non conosciuto. Porta con sé un armamentario di bambole di spose, ricamate da mamme italiane, da donare alle donne che incontrerà lungo il suo cammino. Un cammino scandito dalle tappe di ostetriche cui intende rendere omaggio, lavando loro i piedi e intervistando queste che, a detta sua, sono ‘donne due volte’, perché danno la vita e aiutano altre a darla. Come lei, che apre sentieri, rinnovando la vita laddove comporta il maggior rischio. Questo era il folle volo della nostra eroina femminista. Una che non si sottraeva all’idea di trovare il diverso da sé, il men che prossimo, il terzo, recando il messaggio proprio laddove fosse più difficile che trovasse ascolto.
Quanto dilanianti siano le lacerazioni che provoca rivederla partire, salutare le sorelle, prendere congedo dal fidanzato, a una stazione di servizio, su una tangenziale anonima, sul ciglio di una corsia, sventagliando un pollice come Uma Thurman nel seminale Cowgirl – Il nuovo sesso, è facile immaginare. Impossibile prevedere che da quella partenza non ci sarebbe stato ritorno. Perché a coloro che possono tacciare Pippa Bacca d’essere una provocatrice, una sognatrice, una fatua idealista, va risposto che viaggi simili, in autostop, sola, lei gli aveva già fatti. Solo, non vestita da sposa.
“Pippa non era un’ingenua” – ribatte la madre – “ma concreta, come un costruttore”.
Di relazioni, aggiungerei io. E fa la fine di ogni precursore, quindi, d’ogni trapper che per primo si assume il rischio di aprire una pista in un terreno inesplorato. Come un Giovanni da Verrazzano, o un Magellano, o Michael Rockfeller, o Amelia Earhart. Con la differenza che la grande impresa di Pippa era quella di muoversi non verso l’ignoto, o aprire nuove rotte commerciali, o riuscire per prima a compiere qualcosa che sfidasse la natura. La natura che lei si prefiggeva di sfidare era la natura umana. Il grande ignoto che voleva violare era l’Altro, per liberarlo dalla sua paura, dalla sua diffidenza. Quel gigantesco pregiudizio che ci impedisce di convivere e cooperare armoniosamente, trascendendo i nostri superficiali e miopi egoismi. Esiste veramente qualcosa di più alto contro il quale valga la pena anche di scagliarsi?
Matrimonio tra le genti. Matrimonio tra i popoli. Per questo se ne andavano per mezza Europa, fra Balcani e Medioriente. Per ricucire le ferite di popoli divisi in un’unica coperta di Linus, o quella del Blankets thompsoniano. Ricucirle con la cura che si vuol propria del femminino. La stessa con cui rammendava le sue bambole-sposa.
Fa male, alla luce della fine del suo sogno, terribilmente male vedere Pippa Bacca, smettere i suoi vestiti verdi (il suo colore preferito: quello che urla la parola ‘vita’), danzare, camminando, davanti la telecamera, quell’otto di marzo, a Milano. Mette addosso un senso di invadenza opprimente. Di sopruso. Il rinnovo di un abuso. Si ripropone il classico dilemma del documentarista, del fotografo di guerra, da Capa, da Gerda Taro, fino a Kevin Carter. Tornare a ricordare, ripetere la testimonianza, significa, in qualche modo, tornare ad aprire ferite mai chiuse. Ma certe ferite bisogna mantenerle aperte, per non dimenticare la lezione che portano. L’oblio è un lusso. Quello, sì, l’ultimo dei tradimenti.
Nel film di Simone Manetti, Pippa riparte infinite volte. Infinite volte si può tornare indietro e vederla, ogni volta cogliendo un nuovo dettaglio, provarsi l’abito nuziale, raccogliere le ultime cose dal suo studio, dare l’ultimo bacio al suo fidanzato, il Chiari, salutare gli amici. Ci vuole quella crudeltà necessaria per girare un film così. Anche la crudeltà ci vuole, quando l’opera lo esige. Qualcuno diceva che per scrivere bisogna uccidere i propri cari. Anche per creare. Ce lo insegna Pippa, che deve ucciderli, un poco, dentro di sé, per essere libera di allontanarsi, viaggiare, generare valore artistico. Si respira, mentre le sorelle e la madre rievocano quel giorno, e i giorni prima, con Pippa, che non torneranno, l’aria malinconica della grande perdita, dei non detti che si sono metastatizzati, le parole rimandate a un futuro che non si sapeva non ci sarebbe mai stato. Forse Pippa Bacca viveva ogni giorno intensamente come fosse l’ultimo: chi le stava attorno non poteva rassegnarsi che potesse esserlo veramente. Si rideva, si scherzava, non si poteva né si voleva immaginare che quel saluto sarebbe stato vero, e definitivo, sotto la musica della fisarmonica.
“Non ho paura perché io l’autostop lo faccio sempre. Sono già stata a Istanbul. Sono già stata in Russia in autostop e non ho paura [...] questo è un modo per affidarsi al prossimo. Per dimostrare, e speriamo di dimostrarlo, che dando fiducia si riceve solo bene”.
Lo ha fatto, per la prima volta, scopriremo, a tredici anni, sul cammino di Santiago, sola con le due sorelle maggiori, dietro l’imbeccata della madre. Un imprinting che l’ha segnata e le ha insegnato la fiducia verso l’altro, nella rarefazione del pregiudizio, e le ha fatto conoscere la gioia dell’incontro casuale.
Gracile, esile, una Cosette col naso leggermente aquilino, il sorriso fragoroso a contrasto, così era Pippa Bacca. Le auto che avanzano, lei a bordo strada, così diversa dalle bellezze giunoniche, perfette, in intimo, che la osservano dai cartelloni pubblicitari. Loro così vuoti nei loro corpi nudi, lei così piena, nel suo abito da sposa. Come un uccellino caduto anzitempo dal nido. Ed è così che rimarrà.
Quanto è dura vivere al fianco di una persona così forte? Quanto duramente non passano mai i secondi, fra una telefonata e l’altra, mentre chissà dove sta? Quel tempo che non si scandisce mai. Specie per una comunità legata a una sorellanza tanto forte, com’erano Pippa, le sue quattro sorelle e la mamma, ben presto liberatasi del marito.
“La banda delle sei vince sempre” – dice, ricordando quella famiglia che sembra uscita da un film indie à la Captain Fantastic – “perché noi non ci faremo distruggere”.
Capita, sempre più di rado, per qualche uomo particolarmente fortunato, trovarsi circondato da donne che fanno branco. Gli può capitare di respirare e capire, allora, se aperto alla scoperta, in cosa consista una reale comunità. Una sorellanza affiatata e complice, coi propri ruoli, da leonesse solidali, che macina e funziona, fa gruppo e coesione. Che, fianco a fianco, fa, e si diverte, facendo, avendo cura ciascuna dell’altra. Gli uomini, invece, anche quando sono gruppo, anche quando si divertono, devono sempre non dirsi qualcosa, come se ne andasse chissà che, poi. Questo il ritratto famigliare che ci viene restituito di questo affiatato sestetto. Tutte vestite uguali, in vacanza su un bus mal in arnese (Arlecchino invece che Magic Bus – estremo opposto di quello di Christopher McCandless – per le mille toppe di vernici, con la frizione sembra in odor di bruciato), queste Merry Pranksters andavano incontrando genti, a fronte alta, e con lo sguardo duro, ma non indurito. Fermo come sa essere chi sa di essere nel giusto con sé. Di potersi affidare perché ci si fida di sé. Mostrandoci questo ritratto di famiglia in odore di padre fujito, che sembra uscito dalla penna di Louisa May Alcott, comprendiamo come sia possibile che al mondo possa venire fuori qualcuno dotato dell’eccezionalità di Pippa Bacca. Con uno sguardo pulito, e volto all’incantamento. È lì che affonda, radicalmente, la sicurezza verso l’apertura dell’altro, di Pippa. Dove trae origine la sua fiducia: al seguito di circhi di provincia, come in un corto di Aglauco Casadio, o gli autostoppisti caricati in Corsica, che devono aver infettato in Pippa il germe della gioiosa, libera avventura.
“La convinzione che” – dice la madre ricordando quelle vacanze – “le donne se la possono cavare benissimo da sole”. E mentre lo dice, sembra che nulla della fine della figlia possa averla smossa da quella vecchia convinzione.
Ma non ci sono solo donne, in questo documentario su una donna, la sua compagna di viaggio, l’artista-performer Silvia Moro, e le sue congiunte. Occorre ricordarlo. Ci sono anche gli uomini, sullo sfondo. Tutti gli uomini che Pippa l’hanno incontrata, le hanno aperto lo sportello, l’hanno accolta nell’intimità del loro abitacolo, e l’hanno portata dove desiderava, con gentilezza e fiducia, cantando e parlando, senza sfiorarla, confidandosi con quella donna, bianca, un po’ strana, tanto diversa dalle loro madri, zie, nonne, figlie, cui avevano scelto di prestare fiducia, e che aveva donato loro la possibilità di dare, senza ricevere nulla in cambio. Forse si sono confidati con lei come non hanno fatto con le altre. Forse in loro è cambiato qualcosa della visione della donna che hanno sempre avuto. È per loro che Pippa sceglie di viaggiare. Perché poteva anche incontrare undici ostetriche, sparse per il mondo, su un bus, magari guidato da un uomo. E invece no. Sono incontri che hanno l’odore dei miracoli e che rischiano di esser spazzati via dall’ultimo, che sarebbe il modo peggiore di vanificare il sogno di Pippa. Pippa incontra uomini così per mezza Europa: camionisti, pendolari, turisti, viaggiatori, perlopiù soli, talvolta in coppie: persone non indifferenti quando si tratta di accostare e aiutare uno sconosciuto. Che non cedono all’impietrimento d’una società impaurita e diffidente. Moltiplicatori di miracoli.
Fra un ricordo e l’altro, un’immagine in presa diretta e l’altra, sfilano anche i frame di un matrimonio (presumibilmente turco), dove una sposa è felice, sì, ma sembra lanciare alla telecamera, sotto il sorriso, uno sguardo vagamente disperato, di chi si sta chiudendo dietro, per una scelta chissà quanto libera, i cancelli della propria vita, sigillandola. Di chi sta cedendo lo sterzo a qualcuno che prenderà scelte al posto suo, che la guida, che le apre la portiera. Una felicità addomesticata: l’esatto contrario, sembrano volerci suggerire, di quello che per Pippa Bacca rappresentava girare le vene aperte d’Europa e d’Oriente con indosso un abito da sposa. Da sposa sì, ma senza sposo. Sposata con se stessa e con la propria libertà che le consentiva di sedersi su un cavalcavia e scrivere con un pennarello, su un cartello, la prossima tappa del suo autostop. Il progetto di sposa in viaggio nasce per questo: per lanciare una luna di miele di sé col mondo.
Le gesta di Pippa sono un-non-tanto piccolo gesto, alla fine, dimostrativo, incarnato dall’immagine di una sposa, sì, ma libera, e in questo sta l’aver gettato, da parte sua, un guanto di sfida così audace: il presentarsi così terribilmente scoperta a un mondo trafitto da un maschilismo asfittico che lo incapsula nella sua trappola. E si presenta ammantata d’un candore che quel mondo machista ha cooptato, manipolato e plasmato, in modo che possa comprenderne le tragiche contraddizioni, l’odioso travisamento, e gettare le fondamenta per un incontro dialettico che possa innescare mutamenti e scardinare automatistmi mentali e dogmatici.
L’idea della performance nasce da un matrimonio in cui Pippa resta colpita da come la sposa chiede a tutti di badare a non sporcarle l’abito, o pestarle lo strascico. Da lì, l’idea di indossarne uno che, invece, si presti a lasciarsi macchiare. A contaminare e contaminarsi, vicendevolmente, in un’alterazione alterattiva a corrente alternata. Una concezione, insomma, tutt’altro che immacolata, che sembra riprendere quel vecchio adagio donmilaniano presessantottino (‘a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?’), riattato in chiave femminile (a che serve un abito da sposa intonso? Di più, perché quell’abito deve esser indossato solo un giorno, anzi, IL giorno più bello? Perché non possono essere belli tutti? Anche a costo di insudiciarlo un po’, tutto quello sfarzo...). E allora non tutte le macchie vengono per nuocere, anche se intaccano un abito da undici veli, anziché i canonici sette à la Salomé, come undici dovevano essere i Paesi che avrebbe attraversato. Un abito bianco, a forma di giglio, perché solo quella purezza ci sarebbe stata a difenderla. Era l’unica opposizione che erigeva contro l’altro. Con un catino da pedicure al posto del bouquet, perché: “Anche in mezzo a una guerra, una donna che vede un’altra che deve partorire, l’aiuterà”. Questo pensa Pippa. Questo intende dimostrare. E vuol significarlo con questa sua quest, questa crociata arturiana di pace, sostituendo al Sacro Graal la lavanda dei piedi. Delle ostetriche. Quelle che praticano una maieutica non dissimile da quella a cui il suo accidentato percorso artistico è finalizzato. E che questo bel documentario rinnova.
“Ti lavo i piedi perché tu fai nascere la vita laddove è più difficile”.
Anche il regista, qui, si presta e fa il ricamatore di una storia, raccogliendo e intessendo insieme rumori fuori campo, animando foto, tessendo insieme le testimonianze delle sorelle della sua protagonista.
“Sei più donna delle altre donne”, spiega a una levatrice, rivelando il suo manifesto concettuale sul ruolo attivo della donna nella società, e perché proprio l’ostetrica, fra tutte, è quella che sceglie di omaggiare: la donna che dona la vita, e quindi la custodisce, anche (ricorda un po’ la scena di quel bel film, I figli degli uomini di Cuaron, quando un conflitto si interrompe all’udire il pianto d’un neonato, in un mondo che si vuole solo temporaneamente assordato dai kalashnikov e dai mortai).
Non tutte le ostetriche si prestano a questo omaggio. Alcune non possono accettarlo (perché atee? Perché libertarie? Perché comuniste? Forse solo perché anch’esse donne) e si inginocchiano al fianco di Pippa, scambiandosi confidenze, in lingue diverse che si scontrano e vengono riportate, da donna a donna. Anche Simon Pietro, d’altra parte, rifiutò che Gesù gli lavasse i piedi: la forza celata dell’umiltà non è cosa che possa esser accolta facilmente da tutti.
Come Pippa lasciava in dono a contrassegno del suo passaggio, alle donne che si avvicinavano, sposine ricamate con in grembo un confetto, per simboleggiare la maternità, così Manetti ci rilascia questo ricordo filmato, da custodire, rivedere, proporre e far viaggiare. Sì perché...
Milano. Venezia. Gorizia. Ljublijana. Banja Luka. Sarajevo. Belgrado. Scorrono i palazzi. Scorrono i pezzi. Si intrecciano le lingue. Si inseguono telefonate perse che non saranno mai recuperate. Sfilano i cimiteri sulle spianate slave, con le loro lapidi, anch’esse bianche, e canta il muezzin. Il viaggio di Pippa non si è interrotto. Ha solo conosciuto una sosta. Ancora sta camminando, da qualche parte, col suo abito bianco. È un cammino che lei ha scelto di iniziare, e che ha lasciato a noi di finire. Come quello che intessono le ostetriche, assistendo, millennio dopo millennio, la vita che si rinnova, e che ci ha condotto fin dove siamo arrivati.





Lo schermo dell’arte Film Festival
Sono innamorato di Pippa Bacca
regia Simone Manetti
con Elena Manzoni, Antonietta Pasqualino di Marineo, Maria Pasqualino di Marineo, Rosalia Pasqualino di Marineo, Valeria Pasqualino di Marineo
distribuzione Wanted
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2019
durata 76 min.

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