“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 02 Dicembre 2021 00:00

Il coraggio di chiamarsi Paolo Sorrentino

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Chi ama Paolo Sorrentino dai tempi de L’uomo in più e conosce a memoria il monologo di Tony Pisapia, chi ha rivisto almeno tre volte Le conseguenze dell’amore e si è lasciato sommergere dal fango insieme a Titta De Girolamo, chi sente ancora addosso la sensazione di sporco e di insulso de L’amico di famiglia o è persino capace di sentire la voce imperiosa di Toni Servillo nei panni di Andreotti nella sua (forse) più grande prova cinematografica de Il divo, avrà molta difficoltà a dire che quest’ultimo sia il miglior film del regista napoletano.

Senza timore si affermi dunque che È stata la mano di Dio, in sala dal 24 novembre e su Netflix dal 15 dicembre, non è il miglior film di Sorrentino, ma è senza dubbio quello più sincero. È la storia della sua vita che da singolare diventa plurale, la sua parte più intima e personale, scevra di ogni esercizio di stile e retorica a cui pure il regista ci ha abituati senza risparmiarci in più di un’occasione un certo fastidio.
È lo specchio che restituisce la sua immagine reale, frastagliata e piena di crepe eppure intera, pronta a donarsi al pubblico con un atto di coraggio che non cede mai il passo all’autocommiserazione.
È l’opera d’arte della maturità, che riapre e chiude il cerchio con se stesso e permette al regista (e per osmosi a tutti quelli che hanno avuto un dolore che sa di abbandono) di potersi  identificare.
È un invito a non disunirsi: a non staccarsi, a non prendere le distanze da sé, da quell’Io fragile ma autentico che qualcuno un giorno ha abbandonato: un pezzo di cristallo nel traffico snervante di una grande città.
È, infine, la scelta coraggiosa di chi si chiama Paolo Sorrentino e ha fatto del dolore e della insensata crudeltà della vita la forza motrice per guardare al futuro.
Per chi andasse in sala alla ricerca di un film dedicato all’indimenticabile numero 10, Diego Armando Maradona: cambi programma, si dedichi ad altro. Maradona è sì presente, ma lo è in una forma incantata e sublimata; Sorrentino lo trasforma in uno stato d’animo, in un desiderio corale di riscatto, in un sentimento nuevo che si dipana nel corso degli anni Ottanta, gli anni nei quali è ambientato il film, e trova terreno fertile in una città maestosa e pulsante come Napoli.
La trama è ispirata alla vita del regista: Fabietto è un ragazzo di sedici anni che dovrà fare i conti con la scomparsa improvvisa dei suoi genitori, morti per asfissia a causa di una fuga di gas. Il cast è da applausi: partendo da Filippo Scotti che interpreta il ruolo del protagonista riuscendo a rendere perfettamente il senso di inadeguatezza alla vita e alle tragedie tipico della sua età, passando per Luisa Ranieri, magnetica e monumentale zia un po’ matta di Fabietto, e arrivando all’intensa leggerezza di Teresa Saponangelo, madre di Fabietto e al sempre magnifico Toni Servillo. Su quest’ultimo, che Paolo Sorrentino sceglie come padre, si apra un capitolo a parte: l’amore tra l’attore e il regista è cominciato esattamente vent’anni fa con L’uomo in più e ha attraversato lo spazio e la luce del cinema a livelli mondiali, conseguendo tra i vari riconoscimenti un Oscar come miglior film straniero nel 2013 a La grande bellezza. Decenni intensissimi di splendore e disperazione che Sorrentino ha siglato con È stata la mano di Dio, un omaggio a se stesso e a chi lo ha amato. Il suo modo inarrivabile di dire grazie: grazie agli anni Ottanta, ai walkman, agli scherzi telefonici, ai pranzi di famiglia di una volta, ai telefoni fissi, ai segnali in codice per dirsi “ti amo”, ai giri in motorino in tre senza casco, al lungomare più bello del mondo, al mare immenso che bagna Napoli. E ancora: grazie a Fellini, a Massimo Troisi, ad Antonio Capuano che un giorno gli ha detto che se non hai qualcosa da dire allora è meglio che non ti avvicini al cinema. Grazie anche a chi più di una volta gli ha detto: “Sai parlare di tutto tranne che di te stesso” e a cui vorremmo rispondere anche noi: “Provaci tu ad affacciarti sull’abisso di una tragedia cercando di trovare anche un modo artistico per raccontarla”. Grazie a sua madre e suo padre, alla loro vita imperfetta fatta di luci e di ombre, come imperfetta è la vita di tutti, alle sfumature (l’unica cosa sopportabile di un mondo terribile), alle cose rotte, a se stesso, alla sua vita spezzata che ha trovato nel cinema la sua forma di sublimazione. E grazie a quel bellissimo pranzo di una famiglia del Sud, forse la scena più bella del film, che un po’ riporta nella mente un altro pranzo cinematografico di recente memoria (Qui rido io di Mario Martone) e che ci ricorda la gioia e la nostalgia delle cose che furono.
E la nostalgia è probabilmente alla base dell’inserimento di Napule è di Pino Daniele come colonna sonora del film. Una scelta registica che arriva come inaspettata e banale, dato l’abuso che il brano ha conosciuto negli anni. Ridondante anche il ricorso alla figura del “monaciello” che Sorrentino propone per ben due volte nella pellicola e di cui si poteva tranquillamente fare a meno senza offendere la millenaria storia di leggende e misticismo napoletano. Ma questi sono dettagli, le parole giuste da usare sono altre: grazie Paolo e grazie Napoli, terra fertile e generosa, ma anche madre crudele e impietosa, causa di tutte le partenze, ragione di ogni ritorno.
È stato l’occhio di Paolo che grazie alla mano di Dio ci ha ricordato l’orrore e la bellezza di questa cosa imprevedibile chiamata vita.
“La libertà è ciò che fai con quello che ti è stato fatto” direbbe infine Jean Paul Sartre.





È stata la mano di Dio
regia, soggetto e sceneggiatura Paolo Sorrentino
con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Ciro Capano, Enzo Decaro, Carmen Pommella, Biagio Manna, Lino Musella, Marlon Joubert, Alfonso Perugini, Sofya Gershevich, Paolo Spezzaferri, Rossella Di Lucca, Antonio Speranza
fotografia Daria D’Antonia
scenografie Carmine Garino
montaggio Cristiano Travaglioli
produttore Lorenzo Mieli, Paolo Sorrentino‎
casa di produzione The Apartment, Fremantle
distribuzione Lucky Red, Netflix
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2021
durata 130 min.

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