“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

La fucina delle scritture

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

Domenica, 30 Giugno 2013 02:00

Les boutades de Lubylu – Defensor legis

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Era sicuramente un giorno di fine giugno, stavo come sempre per partire alla volta di Roma, che era diventata un po’ la mia seconda casa.
Non avendo impellenze lavorative, ero solito fare il biglietto alla Stazione Centrale di Napoli, giusto in tempo per prendere l’adorato Eurostar.
Quel giorno le macchinette automatiche erano più occupate che mai, cioè le due funzionanti, le altre o erano fuori uso, o accettavano solo carte di credito; mancava poco alla partenza del treno, quando finalmente arrivò il mio turno. Con un occhio programmavo il biglietto, con l’altro iniziavo a prepararmi i soldi e con l’altro ancora (a Napoli bisogna avere cento occhi…) mi guardavo da extracomunitari equivoci, tossici in attesa della dose quotidiana e piccoli nomadi già esperti.
Divincolatomi con successo da tutto ciò, con la mia valigetta da pendolare mi avviai verso i binari, quando all’improvviso un poliziotto in divisa mi bloccò: “Documenti!”
“Perché ho la faccia sospetta?!” Incalzai io tra il serio e il faceto.
“Normali controlli”. Mi rispose accompagnandomi nel box della Polfer.
Pensai: “Questa sarebbe la giustizia di oggi? Questo sarebbe il mondo dopo l’11 settembre? Ce sta chellu ppoco ind’a stazione e controllano a me!?...”
Comunque il maresciallo seduto dietro la scrivania, con gentilezza si prese i miei documenti ed io, con la stessa gentilezza, gli chiesi di non perdere il treno.
Poi mi domandò cosa facessi nella vita, dove abitassi e soprattutto cosa stessi andando a fare a Roma. Un tragitto così lungo doveva avere una valida motivazione…
“Cerco lavoro!” Che poi non era proprio la verità, il lavoro lo avrei cercato qualche mese dopo, in quei giorni andavo, più che altro, per divertirmi.
“Fai bbuono! Sta -BIP- e Napule, è bella assai ma non ce sta ‘a fatica.” [Trad: Hai fatto la scelta giusta! Questo sperma di città di Napoli è meravigliosa ma non offre molti sbocchi lavorativi.] E poi aggiunse: “Comunque è tutto in regola, buon viaggio!”
Non persi il treno e quasi mi dispiacque per lui, che non aveva trovato niente di irregolare sul mio conto. Però ebbi la certezza che io ero un uomo pulito, un uomo rispettoso della legge che magari all’occasione sarebbe diventato un vero e proprio defensor legis.
E l’occasione arrivò, proprio due ore dopo.
Nel centro di Roma è raro che avvengano spiacevoli episodi di microdelinquenza, solo sui mezzi pubblici puoi rischiare di essere derubato, mezzi pubblici che sono spesso affollatissimi, malfunzionanti e maleodoranti (soprattutto nei mesi estivi).
Appena arrivato in Capitale, salii appunto su un autobus che mi avrebbe portato in viale Ippocrate a casa di una mia amica; avendo come al solito, un occhio verso la valigia, l’altro verso il mio portafoglio, l’altro ancora (quando c’è l’Atac, bisogna avere cento occhi…) che scrutava i potenziali ladruncoli.
A bordo, confuso tra la gente, c’era un ragazzo, certamente slavo o forse albanese (vabbuò un incrocio), che non me la contava giusta.
Oramai lo osservavo da alcuni minuti, osservavo i suoi movimenti sospetti, il suo volto poco affidabile, i suoi occhi sfuggenti.
Ed infatti all’improvviso, il ragazzino infilò la sua mano clandestina nella borsetta aperta di una signora, signora che guardava in direzione opposta e che quindi non poteva accorgersi del gesto furtivo. Passarono alcuni secondi mentre la mano continuava a frugare abusiva.
In quei secondi mi passò davanti tutta la mia vita, in quei secondi mi chiesi se era giusto restare indifferente, rimanendo nell’anonimato o se era giunto il momento di far sapere al mondo che il defensor legis era arrivato.
Scelsi questa seconda possibilità.
Con uno scatto afferrai il braccio del giovine delinquente, lo tenni stretto con tutta la forza che avevo e gridai: “Fermo! Fermo! Stai fermo!”.
E fu proprio in quel preciso istante che la signora, vittima designata di quello scippo, si voltò, mi guardò negli occhi e mi disse: “Veramente è mio figlio…”.
Una risata collettiva riempì l’abitacolo.
Immediatamente tutti i colori possibili della vergogna si palesarono in modo alternato sul mio volto: decisi di scendere, sei fermate prima.
Io, defensor legis sotto un sole cocente, giunsi a piedi, sudato, stanco, puzzolente a casa della mia amica.
E per l’imbarazzo, arrivai con gli occhi chiusi: uno, l’altro e l’altro ancora…

Questo era l’ultimo servizio del telegiornale. Quando succedono crimini tanto efferati, si rimane sempre un po’ con l’amaro in bocca perché la vita anche nella sua quotidianità può essere veramente dura. Per questo abbiamo chiesto a due esperti la loro opinione. “Caro Mr. Armstrong, lei è un filosofo post-costrutto-cognitivista, come si può leggere un episodio di questo tipo?”.

Mercoledì, 19 Giugno 2013 02:00

Una festa quasi perfetta

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Era una serata fantastica, stavo ballando ad occhi chiusi sulle musiche di Guetta e Tiesto, col drink in una mano e la mia droga nell’altra. Ero a casa e solo, con la musica house nel lettore mp3, una lattina di Sprite in una mano e una penna nell’altra.

 

Ballare, scrivere, leggere, guardare film e anime, giocare ai videogiochi, dormire, la doccia bollente, masturbarmi: era così bella la vita ad occhi chiusi, così bella senza il mondo! 

Questa era una delle mie solite serate da sballo, la mia alternativa da astemio solitario al divertimento delle piazze, dei pub, dei locali “in” e delle discoteche.

Avrei fatto l’amore anche io e l’avrei fatto con un materasso che quanto meno sarebbe stato sobrio e privo di malattie sessualmente trasmissibili, e che non avrei mai dovuto convincere ad abortire per colpa del mio portafoglio vuoto.

Lunedì, 10 Giugno 2013 19:20

MATTINO IN ROSA 02: Gola pericolosa

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di Attilio Faroppa Audrino


Buona domenica Peggy!

Stamani l’aria è pungentina, ma chissà perché ti è saltato in testa di andare a fare un giro in campagna. Sì, mia cara, proprio quella piatta e noiosa che esecri, con campi piatti e noiosi, paesi piatti e noiosi, per non parlare della gente, che più piatta e noiosa non ne esiste. Però. C’è un però!

“Buon natale amore mio!”
“Buon natale! Però ti lascio!”

 

Incredulo riattacca il telefono e si siede fissando il vuoto: anche questa volta aveva pensato male, troppo prima o troppo dopo, o forse non aveva pensato affatto.
I suoi genitori l’avevano chiamato Prometeo perché pensasse sempre prima di agire e tutto andasse sempre per il meglio, ma a giudicare dalla sua costante solitudine e tristezza evidentemente questo nome gli stava assai storto.

“Salgo repentinamente la salita scoscesa. Sono stanco ma devo farlo. Se non ci penso io, chi ci pensa?! Lei lavora tutto il giorno e non ha tempo per queste cose. Puttana Eva, come mi rompe questa zavorrosa mansione. Ma devo farlo, vacca boia. È il mio unico compito settimanale. Certo, converrete con me che è una gran seccatura, e per giunta pericolosa, soprattutto quando hai appena bevuto mezza bottiglia di scotch scadente. Capirete, in queste condizioni l’inciampata è dietro l’angolo, anche se di angoli non ce ne sono (era una metafora), la salita è appena appena incurvata. Ecco. Ci siamo. Sono in cima, un ultimo sforzo, ancora due passi e poi finalmente riempirò questo puzzolente bidone della monnezza! Ahhhh, fatto. Adesso comincia la discesa. È un po’ sperfifora, (se mi passate il neologismo – lo so, radice e desinenza non significano un cazzo, ma me ne piace il suono e poi sono ubriaco, tutto mi è permesso, boia faus) ma ce la posso fare”.

Martedì, 04 Giugno 2013 02:00

MATTINO IN ROSA 01: Peggy giurata

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di Attilio Faroppa Audrino


Complimenti Peggy! Sei stata invitata a far parte della giuria. Come quale? Quella del concorso: UN PONTE PER LA SALUTE!

Ma che hai capito? Non si tratta di una linea di voli per aiutare i bambini affamati del Katanga, né tanto meno di una comodissima protesi dentaria. Ah, adesso cominci a vederci chiaro finalmente... sì, mia cara, si tratta proprio di scegliere il miglior progetto per la costruzione di un ponte sospeso sul Canal Grande ad unire la chiesa della Salute con l’imbarcadero di San Marco. Ma mica sarà una cosetta insignificante alla Calatrava; per cominciare ci saranno sopra le botteghe come a Rialto, e solo delle strafirme. Poi ci metteranno le antenne per le trasmissioni telefoniche: una magnificenza, anche se dovranno restare più basse del campanile di San Marco. Alla città non costerà niente, sarà tutto fatto dai Maletton. Certo bisogna vedere le insegne luminose che non diano fastidio agli ospiti del Bauer, ma insomma un modo si troverà senza dubbio. Tra l’altro, proprio sul lato Salute, è previsto il terminal della Cosca Crociere, un vero fiore all’occhiello per una Venezia – ma finalmente! – dinamica e moderna.

Poi senti bene (e il Longhena già si frega le mani per la popolarità che gli arriverà di riflesso, anche lui cult, era ora!): sulle volute di marmo bianco, sotto la cupola della chiesa, si pensa di istallare degli scivoli mobili da agganciare alle navi in modo da poter far tuffare i bambini, swish-swish, nelle piscine. Sai che animazione? Urli e strilli divinissimi e in tutte le lingue. Un trionfo della famiglia che finalmente si riappropria della dimensione città senza perdere nulla dei vantaggi incommensurabili del confort tout à fait internazionale garantito dalla magica Cosca.

…Ah... sai... vorrei anche ricordarti che ho un nipote che firmerà il progetto della Skyph & Kakk Associati... insomma mettiti una mano sul cuore, tutti hanno bisogno di un piatto di minestra, possibilmente caldo.

Dai, dimmi che sei entusiasta, lo so che da tanto tempo avevi in mente di promuovere questo nuovo capolavoro dell’architettura contemporanea. Ci potrai mettere anche tu lo zampino! E passerai alla storia della Serenissima, più e meglio perfino di... di Mara Venier.

Sabato, 01 Giugno 2013 02:00

Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!

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Quando cadde il muro nell’Ottantanove Annibale se ne fregò altamente. Eppure gli piacevano i CCCP che se la menavano tanto con quel punk tutto falce e martello, diceva sempre che a tempo debito avrebbe votato PCI e odiava i chewing-gum; proprio così, negli anni Ottanta il nostro eroico Annibale non si fece mai tentare, nemmeno da una big babol. Solo che al momento del dunque, in quel dannato 1989, lui se n’era fregato: nessun trauma, nessuna fase di disorientamento.

Sagarmatha, 8844 metri di altitudine, la cima più alta del mondo in Nepal. Un solo uomo, interamente ricoperto di neve, un cappuccio impedisce di vederne il volto, è silenzioso e osserva la volta celeste. È quasi notte ed il  mondo sta per cambiare.
Nella sua mano sinistra impugna una spada orientale, una katana dalla lama fra il rosso e l’arancione. Nella sua mano destra invece impugna una spada medievale dal manico dorato e dalla lama argentata. Yohake Nyusu e Warheit, Nuova alba e Verità, questi i nomi di queste leggendarie armi.
Sulla cima Vinson in Antartide, come sulla cima Ismail Samani in Tadjikistan, come anche sul Monte Fuji in Giappone, come ancora sul Picco di Adamo in Sri Lanka. Ma anche sul Monte Olimpo in Grecia, sul Teide nelle Isole Canarie e sull’Etna in Sicilia. In ogni parte del mondo sulle cime dei vulcani e delle montagne più vicine alla luna si sono raggruppati i fedeli del futuro vestiti con impermeabili neri e cappucci rossi. In gruppi di cinquanta hanno condotto su ognuna di queste cime un enorme cannone di cinquecento chili.

Mi sento in dovere di parlare a nome mio, Delio Salottolo, e a nome di Daniele Magliuolo. Noi non conosciamo assolutamente chi siano questi "autori" dai nomi palesemente inventati ("Magliottolo&Sagliuolo", cognomi che, a mio avviso, motteggiano palesemente il mio e quello del dott. Magliuolo) che hanno inviato in Redazione scritti che hanno la bella pretesa di prendere in giro tutto e tutti (neanche la stessa Redazione ne sarà esente) e che soprattutto hanno (spesso) come protagonisti due entità reali (più o meno) cioè il sottoscritto e Daniele Magliuolo. Noi siamo persone estremamente serie, grigi intellettuali intrappolati nelle grigie trame della propria intellettualità, e non amiamo questo tipo di scherzi e giochi. Soprattutto non amiamo ridere. Perché del resto: risus abundat in ore stultorum - e chiedo venia ma non potevo non citare qualcosa in latino prima di congedarmi. Ma siamo anche persone che si adattano a vivere in questo mondo e così, da sinceri democratici progressisti e liberi pensatori, abbiamo accettato che si faccia pubblico ludibrio di noi stessi. Chiediamo soltanto ai lettori un po' di pazienza, almeno quanta ne abbiamo avuta noi nel dovere accettare questa mistificazione, perché i veri liberi pensatori, i veri lettori de Il Pickwick devono essere in grado di leggere qualsiasi cosa, anche quelli che sono palesemente giochi finto-intelletualoidi malriusciti. Mi permetto di criticarli solamente perché sono racconti che chiamano in causa la mia persona e quella del dott. Magliuolo, ma sarò brevissimo: i racconti sono sfilacciati, dal punto di vista narratologico assolutamente insulsi, stupidi nelle premesse e (se è possibile) ancora più stupidi nelle conclusioni, a tratti sessisti (seppur con autoironico garbo), più spesso volgarmente ridanciani, ma hanno qualcosa che in un modo o nell'altro potrebbe attirare qualche lettore. Perché - e chiudo su questa dotto spunto di riflessione che dottamente impegnerà i miei numerosissimi (nonché dottissimi) prossimi pomeriggi - c'è qualcosa in questa comicità surreale (e già esagero nei complimenti) che fa sfrigolare per qualche attimo la mente, permettendo un pausa rilassante dai grigi impegni della grigia esistenza normata e normalizzata fin nei dettagli più infinitesimali, l'importante sarà accoglierli sine ira et studio.
Chiediamo infine scusa ovviamente ai Monty Python. E capirete presto perché.

Diamo la parola a questi due squilibrati (ammesso che siano due) di Magliottolo&Sagliuolo.

Giovedì, 23 Maggio 2013 19:58

Ti piace fare cacca?

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Devo dirlo subito onde evitare inutili fraintendimenti, io sono paranoico.

Immerso nello splendore della luce eterna, quieto come mai, immerso nel più tenero calore e nel più divino amore. Eccomi qui, in paradiso. Un angelo si avvicina e mi accarezza, sorridente: qui tutti sorridono e si accarezzano, sempre. Anche io sorrido. Bambini ed angeli cantano e danzano attorno a me. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia che strozzo, picchio, sgozzo e impicco ai rami del maestoso albero dell’eden come frutti proibiti. Non reagiscono nemmeno, perché la felicità non porta che indifferenza, verso gli altri e persino verso se stessi.

Cammino per strada, preoccupato, le strade non sono sicure.
Cammino per strada, preoccupato, più che mai insicuro.
Queste strade non sono mie, sono straniero, straniero sempre senza mai potermi affezionare ad alcuna terra ed alcuna gente perché il mio presente mi insegue senza pietà come il tafano di Era cacciava la giovenca ninfa. Il mio futuro lui si trova in una terra che sembra essere sempre più lontana e cupa, e davvero non riesco a desiderarlo. Di un solo luogo sono certo, quello della mia felicità: utopia, il non luogo.
Questo sono io, amico mio Prometeo, un uomo che teme il presente e il futuro, un uomo perfino troppo orgoglioso e stolto per rifugiarsi nell’oblio e nel passato.

VI

   buongiorno, signor D.

 

   (la sua voce è ancora più dura, sembra una strana mescolanza tra un’eco di vallata e il gorgogliare delle tortore, devo stare calmo e rispondere, e soprattutto non devo piangere, perché la morfina mi fa diventare così debole spiritualmente?)

   b-buongiorno

   (la mia voce trema, penserà che io abbia paura, devo fissare l’attenzione e parlare bene, in maniera sicura, addirittura spavalda, almeno questo, almeno questo)

Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma era fortunato il condannato a morte del libro di Hugo.
Io sono qui, come lui, in questa cella, ma a differenza sua il mio ultimo giorno è ogni giorno.
Ogni giorno la mia perpetua pena, il mio inferno dantesco in Terra, è il mio ultimo giorno.

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