“Il desiderio del tuo fragile corpo d'attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie”

Leo de Berardinis, in una lettera indirizzata a Enzo Moscato

La fucina delle scritture

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

Sagarmatha, 8844 metri di altitudine, la cima più alta del mondo in Nepal. Un solo uomo, interamente ricoperto di neve, un cappuccio impedisce di vederne il volto, è silenzioso e osserva la volta celeste. È quasi notte ed il  mondo sta per cambiare.
Nella sua mano sinistra impugna una spada orientale, una katana dalla lama fra il rosso e l’arancione. Nella sua mano destra invece impugna una spada medievale dal manico dorato e dalla lama argentata. Yohake Nyusu e Warheit, Nuova alba e Verità, questi i nomi di queste leggendarie armi.
Sulla cima Vinson in Antartide, come sulla cima Ismail Samani in Tadjikistan, come anche sul Monte Fuji in Giappone, come ancora sul Picco di Adamo in Sri Lanka. Ma anche sul Monte Olimpo in Grecia, sul Teide nelle Isole Canarie e sull’Etna in Sicilia. In ogni parte del mondo sulle cime dei vulcani e delle montagne più vicine alla luna si sono raggruppati i fedeli del futuro vestiti con impermeabili neri e cappucci rossi. In gruppi di cinquanta hanno condotto su ognuna di queste cime un enorme cannone di cinquecento chili.

Mi sento in dovere di parlare a nome mio, Delio Salottolo, e a nome di Daniele Magliuolo. Noi non conosciamo assolutamente chi siano questi "autori" dai nomi palesemente inventati ("Magliottolo&Sagliuolo", cognomi che, a mio avviso, motteggiano palesemente il mio e quello del dott. Magliuolo) che hanno inviato in Redazione scritti che hanno la bella pretesa di prendere in giro tutto e tutti (neanche la stessa Redazione ne sarà esente) e che soprattutto hanno (spesso) come protagonisti due entità reali (più o meno) cioè il sottoscritto e Daniele Magliuolo. Noi siamo persone estremamente serie, grigi intellettuali intrappolati nelle grigie trame della propria intellettualità, e non amiamo questo tipo di scherzi e giochi. Soprattutto non amiamo ridere. Perché del resto: risus abundat in ore stultorum - e chiedo venia ma non potevo non citare qualcosa in latino prima di congedarmi. Ma siamo anche persone che si adattano a vivere in questo mondo e così, da sinceri democratici progressisti e liberi pensatori, abbiamo accettato che si faccia pubblico ludibrio di noi stessi. Chiediamo soltanto ai lettori un po' di pazienza, almeno quanta ne abbiamo avuta noi nel dovere accettare questa mistificazione, perché i veri liberi pensatori, i veri lettori de Il Pickwick devono essere in grado di leggere qualsiasi cosa, anche quelli che sono palesemente giochi finto-intelletualoidi malriusciti. Mi permetto di criticarli solamente perché sono racconti che chiamano in causa la mia persona e quella del dott. Magliuolo, ma sarò brevissimo: i racconti sono sfilacciati, dal punto di vista narratologico assolutamente insulsi, stupidi nelle premesse e (se è possibile) ancora più stupidi nelle conclusioni, a tratti sessisti (seppur con autoironico garbo), più spesso volgarmente ridanciani, ma hanno qualcosa che in un modo o nell'altro potrebbe attirare qualche lettore. Perché - e chiudo su questa dotto spunto di riflessione che dottamente impegnerà i miei numerosissimi (nonché dottissimi) prossimi pomeriggi - c'è qualcosa in questa comicità surreale (e già esagero nei complimenti) che fa sfrigolare per qualche attimo la mente, permettendo un pausa rilassante dai grigi impegni della grigia esistenza normata e normalizzata fin nei dettagli più infinitesimali, l'importante sarà accoglierli sine ira et studio.
Chiediamo infine scusa ovviamente ai Monty Python. E capirete presto perché.

Diamo la parola a questi due squilibrati (ammesso che siano due) di Magliottolo&Sagliuolo.

Giovedì, 23 Maggio 2013 19:58

Ti piace fare cacca?

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Devo dirlo subito onde evitare inutili fraintendimenti, io sono paranoico.

Immerso nello splendore della luce eterna, quieto come mai, immerso nel più tenero calore e nel più divino amore. Eccomi qui, in paradiso. Un angelo si avvicina e mi accarezza, sorridente: qui tutti sorridono e si accarezzano, sempre. Anche io sorrido. Bambini ed angeli cantano e danzano attorno a me. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia. Sono decine, sono centinaia, sono migliaia che strozzo, picchio, sgozzo e impicco ai rami del maestoso albero dell’eden come frutti proibiti. Non reagiscono nemmeno, perché la felicità non porta che indifferenza, verso gli altri e persino verso se stessi.

Cammino per strada, preoccupato, le strade non sono sicure.
Cammino per strada, preoccupato, più che mai insicuro.
Queste strade non sono mie, sono straniero, straniero sempre senza mai potermi affezionare ad alcuna terra ed alcuna gente perché il mio presente mi insegue senza pietà come il tafano di Era cacciava la giovenca ninfa. Il mio futuro lui si trova in una terra che sembra essere sempre più lontana e cupa, e davvero non riesco a desiderarlo. Di un solo luogo sono certo, quello della mia felicità: utopia, il non luogo.
Questo sono io, amico mio Prometeo, un uomo che teme il presente e il futuro, un uomo perfino troppo orgoglioso e stolto per rifugiarsi nell’oblio e nel passato.

VI

   buongiorno, signor D.

 

   (la sua voce è ancora più dura, sembra una strana mescolanza tra un’eco di vallata e il gorgogliare delle tortore, devo stare calmo e rispondere, e soprattutto non devo piangere, perché la morfina mi fa diventare così debole spiritualmente?)

   b-buongiorno

   (la mia voce trema, penserà che io abbia paura, devo fissare l’attenzione e parlare bene, in maniera sicura, addirittura spavalda, almeno questo, almeno questo)

Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma era fortunato il condannato a morte del libro di Hugo.
Io sono qui, come lui, in questa cella, ma a differenza sua il mio ultimo giorno è ogni giorno.
Ogni giorno la mia perpetua pena, il mio inferno dantesco in Terra, è il mio ultimo giorno.

Giovedì, 02 Maggio 2013 22:00

La solitude et la folie

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Goran truffa il tempo e la follia in Place du Tertre. È lì da quindici anni. Tutte le mattine parte, con fogli e matite, da Place Saint Augustin; solleva il panama davanti al portale dell’omonima chiesa, e affronta la salita che lo conduce a Montmartre. Testa bassa, passo lungo e veloce, è su in trenta minuti. Non si ferma con nessuno ma, fa tappa in tutti i bar. Due chilometri e mezzo di bar. Butta giù caffè con avidità, li succhia, poi batte la lingua due volte contro il palato alla ricerca di un qualche vago sapore ma, nulla; sa di berli, però, e così, appaga le sue compulsioni. Rolla la sua sigaretta e via, verso la prossima sosta.

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