“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 20 Novembre 2014 00:00

Sono dietro di te (parte 5)

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CAPITOLO 4

Ero ormai a lavoro da 3 mesi, ben voluto da colleghi e pazienti. Sempre gentile e disponibile con tutti. Pronto anche a rinunciare ai meritati riposi dopo una lunga settimana di lavoro, infatti più volte avevo chiesto un turno extra per migliorarmi il prima possibile e soprattutto per avere più contatto con gli ammalati. Il mio era un classico reparto di degenza. I pazienti venivano a recuperare la forma ed a seguire la terapia dopo un intervento fatto al piano di sopra dove c’era l’appariscente sala operatoria. Una mega stanza, ramificata in varie piccole altre stanze adibite per diversi utilizzi, con le più sofisticate attrezzature in campo medico e chirurgico. Ci passavo ogni giorno per accompagnare o riprendere i pazienti. Una volta poi dovetti sostituire una collega addetta alla pulizia e sterilizzazione degli strumenti operatori. Niente di straordinario, si trattava di togliere i pezzi di ossa che gli erano rimasti appiccicati, misti a sangue, carne e cianfrusaglie varie. Niente che non avessi già fatto per conto mio nel tempo libero, diciamo cosi. Insomma, tutto stava andando nel migliore dei modi fino a che non arrivò la nuova collega. Si chiamava, come detto, Barbara, 26 anni, strana. La sua stranezza era data dal fatto che sembrava nascondere qualcosa.

Dolce e gentile come me, a differenza mia già esperta del lavoro, si inserì subito. Eppure non mi convinceva. Quel suo faccino da bambina non me la raccontava tutta. Il caso volle che fossimo abbinati insieme ai turni di notte, quindi presto entrammo in confidenza. La notte è, come potrete intuire, il turno più noioso, essenzialmente c’è solo da sorvegliare e fare il giro di terapie e posture in determinate ore. Poi per il resto, la nottata, passa abbastanza lentamente e per ammazzare il tempo è inevitabile fare due chiacchiere a parlare del più e del meno col collega di turno. Già dalla prima notte infatti Barbara mi raccontò la sua vita. Era venuta a studiare psicologia a 18 anni dal sud, per poi cambiare indirizzo e buttarsi sull’infermieristica perché aveva capito che era quello il suo sogno fin da bambina. Leggeva Platone e amava il cinema di Bergman e voleva a tutti i costi rimanere single perché diceva che le sue storie erano state solo delusioni. Insomma, fin qui niente di straordinario, la classica ragazza medio colta che può interessare un certo canone di uomini. Tuttavia io non ero convinto della sua sincerità, c’era una strana espressione nei suoi occhi, aveva un modo di raccontarsi che sembrava di chi vuol far colpo sul suo interlocutore. Come se stesse affermando delle cose che pensava potessero piacermi o almeno incuriosirmi. Ad ogni modo, fu solo una mia sensazione e, lì per lì, non ci diedi peso più di tanto. La cosa cambiò quando ci trovammo a fare un nuovo turno di notte insieme. Avevo notato in precedenza che con gli altri colleghi, pur rimanendo gentile e simpatica, era piuttosto riservata. Rispondeva col sorriso sulle labbra, ma non si dilungava più di tanto nella risposta e soprattutto non era mai la prima ad iniziare un dialogo. Con me invece era molto più spigliata ed a suo agio, nonostante  io in realtà fossi invece quasi un po’ freddo verso di lei, a differenza che con gli altri. Non che con il resto dei colleghi fossi un simpaticone, ma cercavo comunque di fare il classico ragazzo per bene che sta a sentire tutti i consigli dei veterani e che è pronto a fare due chiacchiere sulla partita della domenica. Cercavo insomma di non farmi prendere in antipatia. Al nuovo turno di notte, dicevo, Barbara mi raccontò della sua infanzia e dei giocattoli. Mi disse che amava riprodurre le storie dei cartoni che vedeva in TV con le bambole che aveva in cameretta e che era solita concludere i suoi giochi con un macabro finale. In poche parole il cattivo dei suoi giochi vinceva sempre, mentre al buono era destinata una terribile fine. Mi incuriosì. Le chiesi perché una bambina che giocava con i suoi balocchi preferiva costruirsi una storia “horror” ad una sentimentale e sdolcinata. Mi rispose: “Forse la spiegazione è semplice, ma molto, troppo intima. Non vorrei scioccarti“ – “È difficile scioccarmi” dissi io. “Da piccola fui violentata. Da mio padre”. Fece silenzio guardando il pavimento per qualche secondo, allora le dissi: “Mi dispiace… ma che cosa significa questo?”. Fu molto banale, mi disse che credeva che quell’evento traumatico della sua infanzia avesse distorto la sua percezione del concetto di divertimento e bla, bla, bla. In più aggiunse che un giorno, verso i quindici anni, mentre stava facendo da babysitter alla sua cuginetta, le balenò l’idea di strangolarla. Le poggiò le mani intorno al collo, ma quando vide che la piccolina iniziò a piangere non strinse e la lasciò. Non mi piacque per niente questa confidenza. Barbara mi stava infastidendo. Non mi faceva certo piacere avere una potenziale concorrenza nel mio territorio di caccia. Questa persona doveva essere eliminata ad ogni costo. Ma prima dovevo capire! Innanzitutto stava dicendo cose grosse, estremamente intime, a me che la conoscevo solo da un paio di settimane. E se era un detective che stava indagando su di me? Poteva essere una tattica la sua, forse la polizia aveva qualche sospetto sul mio conto e deciso, in mancanza di prove, di escogitare questo piano per carpire i miei segreti. Ero bloccato. Se questa maledetta mi stava col fiato sul collo, come temevo, non potevo più muovermi liberamente. Decisi allora di assecondarla in tutto. Ascoltavo ogni suo pensiero mostrandole sempre interesse (è facile fingersi interessati ai discorsi degli altri, basta fare sì con la testa e soprattutto interromperli ogni tanto con qualche domanda in tema). Seguivo i suoi movimenti durante il lavoro, quando ad esempio si allontanava per andare in bagno o fumarsi una sigaretta. Niente. Una volta arrivai anche a spiarla dal buco della serratura mentre era seduta sulla tazza del cesso. Tutto normale, stava solo pisciando. Avevo sperato che prima o poi si tradisse, che so, una telefonata al reparto, una pistola nella borsetta. Un giorno riuscii con una scusa a rovistare nel suo armadietto. Le chiesi una sigaretta sapendo appunto che le aveva nello spogliatoio, visto che era vietato lasciare il pacchetto di sigarette nella tasca della divisa. Lei non fece una piega, mi consegnò la chiave del suo armadietto e mi disse che le avrei viste non appena aperto. Ovviamente ne approfittai per dare un’occhiata nella sua borsetta, ma del resto era palese che non aveva niente da nascondere avendomi dato subito la chiave. Ad ogni modo diedi uno sguardo attento. La carta d’identità confermava quanto mi aveva raccontato (so che alla polizia non è difficile procurarsi documenti falsi, comunque quella mi sembrava vera ed esasperarmi ad immaginare complotti troppo forzati mi sembrava un po’ paranoico). Nel suo portafogli, oltre a qualche soldo, c’era una vecchia foto raffigurante una bambina ed un uomo mano nella mano e sorridenti. Nella borsa trovai anche una piccola agendina, diciamo un diario dei segreti, di quelli che le ragazze conservano gelosamente per scriverci banali fatti e conseguenti riflessioni ancor più banali. Gli diedi un’occhiata veloce, le solite cose, qualche disegno e qualche poesia malinconica riempivano un terzo del diario che era occupato nei restanti due terzi da episodi vissuti e pensieri scaturiti. In fondo alle pagine, piegata e sgualcita, era conservata una lettera:
“Dolce e triste Barbara, le parole che provo a scriverti oggi vorrei che valessero per tutte quelle che non sono riuscita ad urlare ieri. Non tornare mai più, promettimi che non lo farai. Abbandona il passato, dimenticalo, sei forte e puoi farlo. La vita è bella comunque, qualsiasi cosa accada, basta riconoscerne i momenti felici, vivi solo per quelli e dimenticaci tutti. L’ieri è ormai andato da tanti anni. Sei una donna adesso e dovrai affrontare tante sfide, ma la battaglia più grande tu l’hai vinta a 8 anni. Sappi che hai già affrontato il tuo mostro, l’uomo nero. Hai vinto tu. Ce ne sono tanti di mostri là fuori e non sono come quelli con cui giocavi quando eri piccolina, ma tu sei fortissima, ne hai già sconfitto uno a soli 8 anni. Lo hai sconfitto nel modo più semplice possibile, crescendo e continuando a vivere, ma soprattutto amando. E’ vero, non ci vediamo da anni ormai, ma so che sei buona, il tuo cuore è colmo d’amore verso il prossimo, ne è prova il lavoro che, ho saputo, hai scelto di fare. Sii felice dolce Barbara e, ripeto, dimenticaci. Tutti. Me per prima. Non hai più padre né madre né tutti gli altri che ti erano intorno quando avevi 8 anni. Sei bellissima e fortissima dolce Barbara e sono sicura che presto non sarai più triste, amore mio dolcissimo, non voltarti indietro a cercarci, per favore, non sono mai stata chi dovevo essere, dammi la forza adesso, tu che sei forte, di dirti da madre: ti voglio bene. Perché faccia a faccia non avrò mai il coraggio, ne il diritto, di dirtelo”.
Nessuna firma, ma se ne intuiva l’autore. La madre aveva taciuto sugli abusi del padre e Barbara, una volta maggiorenne, se n’era andata per la sua strada lasciando tutto e tutti come mi aveva raccontato, almeno questa era l’interpretazione che ne avevo dato collegandola ai racconti che mi aveva confidato. Riposi la lettera dopo averla accuratamente ripiegata facendo attenzione alla pagina del diario che la conservava per non essere scoperto. Poi accesi velocemente la sigaretta, ne feci un paio di tiri senza dilungarmi oltre, giusto per lasciarmi addosso l’odore del fumo, e tornai a lavoro. Erano passati meno di cinque minuti, il tempo giusto per fumare una sigaretta.

 

Ero abbastanza convinto adesso che Barbara non fosse un’infiltrata venuta a scovarmi. Certo ero sempre sul chi va là, pronto ad ogni eventuale sorpresa, ma diciamo che per il momento mi ero alquanto tranquillizzato sul suo conto. La lettera che avevo letto aveva in parte eliminato anche l’altra pista che mi preoccupava, e cioè che Barbara potesse essere una potenziale concorrenza. Adesso mi appariva più come una ragazza dal duro passato che si era tirata su da sola facendo forza sul suo carattere e sul suo buon cuore. Una ragazza certamente confusa, ne è prova il tentativo di strangolamento della cuginetta, ma che essenzialmente non avrebbe più fatto del male ad una mosca. Troppo animata dalle virtù socratico – platoniche, che aveva letto nei libri e che le facevano vedere una morale in ogni dove, per mettere in atto quelle che sono le fantasie che un po’ tutti abbiamo provato nella vita, ma che pochi poi hanno la razionalità edonistica di portare a compimento. La spiegazione più probabile al fatto che Barbara mi prestasse cosi tanti sorrisi e confidenze era dunque più banale; le piacevo. Non riuscivo a darmi un’altra spiegazione del perché questa donna volesse compiacermi con sguardi dolci e racconti intimi. Evidentemente avevo fatto colpo. Non ho intenzione di farvi un quadro del mio aspetto fisico, diciamo che non mi vedo bellissimo, ma neanche un cesso. Come si usa dire; un tipo. Vi serve sapere però che sono alto 1 metro e 95, o giù di li e sono abbastanza robusto, circa 100 kili. Questo lo dico più che altro per far comprendere la mia facilità nello strangolare le vittime. Si usa dire che l’altezza è già mezza bellezza, ma io non me ne sono mai fatto un vanto, anzi, ricordo che da piccolo, alle medie, dove avevo già superato l’1 e 70, mi sentivo a disagio e crescendo questo mio imbarazzo si è solo leggermente affievolito. Ancora oggi infatti quando cammino per strada mi sembra di essere osservato per la mia alta statura e schernito da qualche sguardo sghignazzante che vede in me un ingombrante fenomeno da circo. Non vi dico poi l’odio provato verso quelle persone, il più delle volte sconosciute, tipo il fruttivendolo o il garzone del macellaio che, nell’atto di pagar loro la spesa appena fatta, se ne uscivano con quelle battutine tipo: “che tempo fa lassù?” o “da piccolo ti annaffiavano, vero?”. Comunque, qualche ragazza era stata attirata invece da questa mia stazza, più di una delle mie conquiste amorose mi aveva infatti confessato che la mia altezza era stata il motivo principale di attrazione fisica e quindi tutto sommato col tempo, come dicevo, il mio disagio si è placato grazie, appunto, a questo bilanciamento con l’altro sesso. Non ho avuto storie importanti, sia chiaro. La mia scontrosità e timidezza mi hanno portato a vivere per i primi vent’anni abbastanza isolato, a crearmi un mondo solo mio, emarginando parenti e conoscenti.  Avevo qualche amico a scuola, questo sì, ma niente di importante,  nessuno che abbia mai portato a casa a giocare o fare i compiti. Il mio relazionarmi era, come adesso a lavoro, sempre professionale e distaccato, ma gentile. Me ne stavo per conto mio, ma non facevo l’orso. Forse anche per questo avevo lasciato un discreto ricordo ad una come Martina (la ragazza che decapitai) che, nonostante non ci vedessimo da anni e non ci fossimo mai frequentati fuori dai banchi di scuola, mostrò lo stesso una certa simpatia ed un piacere nel conversare con me quella famosa notte. La mia vita amorosa dunque era scivolata cosi, nessuna amicizia, nessun legame sentimentale, qualche incontro fortuito in bar e piazze, e diverse puttane. Tutto sommato quindi non dovevo meravigliarmi troppo se questa Barbara aveva mostrato interesse verso di me, mi era già successo appunto in alcuni pub del centro essere rimorchiato davanti ad una birra da qualche fanciulla bisognosa di compagnia. La mia preoccupazione, quindi, mi dissi, era dovuta alla classica “coda di paglia”, iniziavo insomma ad aver paura di essere scoperto ed alcune coincidenze nei suoi racconti, tipo il fatto che da piccola facesse grosso modo gli stessi miei giochi, avevano rafforzato la mia agitazione. Ad ogni modo, questa preoccupazione era passata. Mi sentivo di nuovo padrone del reparto, pronto per la caccia. Iniziai cosi di nuovo a guardarmi intorno, del resto ormai erano passati dei mesi ed avevo adocchiato già un paio di giocattoli. C’era un certo Girolamo Renzi, 46 anni, aveva fatto un intervento ortopedico in settimana per un incidente in moto, Sarebbe uscito di li a pochi giorni. Ci facevamo lunghe chiacchierate e la sera, dopo cena, gli ripulivo la medicazione. Poi, poco prima di andar via per fine turno, ripassavo per una partita veloce a scopetta. Avevo avuto poco tempo per studiare un piano a causa dell’incontro con Barbara, non mi era quindi più possibile concentrarmi su Girolamo. La faccenda richiedeva attento studio e quindi dovetti mollare il simpatico signor Renzi che dopo pochi giorni andò via lasciandomi con un pugno di mosche. Il suo letto fu occupato da una graziosa vecchietta diabetica, in cura da uno specialista suo parente che l’aveva fortemente voluta a ricovero nella struttura. Quando arrivò ero in turno ancora una volta con Barbara, le preparammo la camera e la accogliemmo. “Buongiorno signora, io sono Barbara e questo è il mio collega Giovanni, oh, ma vi vedo in forma, pimpante come una giovinetta, che ci fate qui?”, e la vecchietta sorridendo rispose: “Eh figlia mia, vuoi scherzare!” – “Ma no signora” feci io “la collega ha ragione, ne abbiamo vista di gente malata noi, e voi siete un fiore”, anch’io col sorriso sulle labbra. “Eh, beata gioventù, questo è il mio letto?” – “Non le piace?” disse Barbara, con il musino arrotondato come quando si parla scherzosamente con un bambino. “Si, si, va benissimo. Grazie. Siete fidanzati?”. Io e Barbara ci guardammo, poi lei ridendo disse: “Eh, no. Siamo solo colleghi… purtroppo!”. Allora la vecchietta compiaciuta incalzò: “Ah, purtroppo? E sbrigati figliolo, che la bella collega ci sta!”. Imbarazzato, simulando vistosamente un sorriso dissi: “He he, e voi come vi chiamate?” – “Eeeee, il ragazzo è timido, cambia discorso. Io mi chiamo Margherita, ed ho già 78 anni ragazzo mio” – “Perfetto signora Margherita” dissi io e aggiunsi: “allora noi andiamo, qualsiasi cosa non esiti a suonare il campanello, siamo qui per lei”. Uscimmo dalla camera e ci dirigemmo al carrello per preparare il giro delle terapie. “Sono stata troppo sfacciata?” disse Barbara, riferendosi ovviamente alla sua allusione di poco prima. Non mi andava di fare il finto tonto, cosi decisi di sorprenderla: “Stasera ti va di uscire?” – “Mmmm… ci devo pensare” rispose lei, e poi con un sorriso a 160 denti disse: “Sì!”.

 

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