”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Lunedì, 02 Marzo 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 11)

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CAPITOLO 10

Erano trascorsi ormai alcuni mesi da quando io e Barbara ci eravamo messi insieme. In tutto questo tempo era stata a casa mia al massimo una decina di volte e mai per un’intera notte. Preferivo dormire da lei, non avevo niente da nascondere tra le mie mura, ma sinceramente non mi sentivo a mio agio con lei nei miei spazi intimi. Alla fine però me lo chiese. Era un mattino di pioggia e vento, eravamo entrambi di riposo.

Io stavo cercando su internet notizie relative ai miei delitti. Sorseggiavo tè e mi trastullavo del fatto che, come sempre, non c’era uno straccio di pista da percorrere per gli investigatori, quando squillò il cellulare, era lei: “Che schifo di giornata” disse e poi, senza mezze misure, aggiunse: “Ho deciso, vengo da te. Voglio stare li, dormire abbracciata con te stanotte, e svegliarmi con te domani, e domani l’altro e l’altro ancora!” – “Quindi, fammi capire” dissi io, “quanti giorni hai intenzione di stare da me?” e tutta contenta mi rispose: “Finché non mi cacci!”. Arrivò dopo qualche ora, il tempo di preparare le sue cose. Il mattino seguente le preparai la colazione ed uscii. Ero di turno, lei era invece ancora di riposo per dei turni extra che aveva fatto e che doveva smaltire. Quando tornai a casa la trovai a leggere il mio quaderno di storie. “Ti sei messa a rovistare nelle mie cose private?” le chiesi imitando un tono severo. “Sono belle, le hai scritte tu?” – “Si. Quando ero piccolo” – “Anche io lo facevo. Credo di avertelo detto”. Annuii. “Peccato non averle conservate” disse e, sfogliando i fogli, aggiunse: “Sono molto fantasiose e dettagliate, delle vere e proprie storie. Io per lo più scrivevo solo dialoghi che poi immaginavo ripetessero i miei giocattoli” – “ È quello che facevo anch’io” risposi. “Ma come facevi poi a riprodurre la pozza di sangue, la luce accesa in cantina e il resto?” chiese, “Con la fantasia. Lo immaginavo. Mi bastava pensarlo e vedevo tutto questo sul tavolo. La scenografia la riproducevo nella mia mente e si trasformava in realtà, così come tutti gli oggetti con cui i miei pupazzi interagivano. Da bambino mi bastava immaginare per renderlo reale” – “Ora ti è necessario agire” aggiunse lei sorridendo. La sua era solo una battuta, ma aveva colto nel segno. Era proprio quello che stavo pensando anch’io, mi aveva tolto le parole di bocca. Rimasi stupito della sua osservazione ed incominciai a chiedermi per quanto tempo potevo rimanere così vicino ad una persona senza pregiudicare la mia attività segreta. In parole povere iniziai a capire che mi trovavo ad una sorta di bivio; rimanere con Barbara ed abbandonare definitivamente il mio hobby, oppure continuare ad uccidere e troncare con lei. “Potrei far fuori anche lei”, pensai. “Troppo rischioso” mi dissi, “non riuscirei a farla franca. Ormai troppe cose ci legano e arriverebbero a me facilmente”.
In quei giorni di assidua frequentazione Barbara mi propose di rivederci con Laura e Marco. Accettai volentieri. Tutto sommato la chiacchierata fatta in precedenza con i suoi amici mi aveva stimolato e poi, nonostante gli evidenti momenti di imbarazzo che avevo provato, mi era parso che con Marco ci fosse una certa complicità di vedute. Ci incontrammo in una piacevole serata di dicembre. La meta la decise Marco. È un appassionato di boxe e ci propose di andare a vedere l’incontro per il titolo nazionale dei mediomassimi che si teneva al palasport della Cittadella, la provincia più chic di Torretta. Andammo con la mia auto, avevo voglia di guidare quella sera come quando vado a caccia. Stavolta ero in veste borghese, l’incontro di pugilato però era una cosa che mi incuriosiva. Non ne avevo mai visto uno da vicino, si trattava pur sempre di veder scorrere il sangue, pensai. Passammo a prendere la coppia di amici sotto casa, li caricammo in macchina pronunciando i soliti convenevoli e ci dirigemmo verso la Cittadella. Laura ci parlò di alcune sue ricerche per l’università, qualcosa che avesse a che fare con l’esegesi biblica, credo. Marco invece stava lavorando ad un trattato per una rivista letteraria sulla differenza ontologica tra la narrazione in prima e in terza persona. “In effetti, mi sono sempre chiesta chi è che sta raccontando la storia quando è scritta in terza persona” disse Barbara. “Brava, esatto” rispose Marco, e aggiunse: “è proprio questo lo scopo del mio trattato. Trovare un corrispettivo sia fisico che metafisico alla figura dell’autore. È palese che, indipendentemente dal fatto che l’opera sia scritta in prima o in terza persona, l’identificazione primaria che il lettore compie è verso l’autore, il narratore. Il fatto è che nel momento in cui il linguaggio è in terza persona la narrazione assume una valenza metastorica”. Soliti discorsi intellettuali che piacevano tanto a Barbara e ai suoi amici. Devo ammettere però che, da amante della logica quale mi sono dichiarato fin dall’inizio di questo racconto, il discorso non mi era del tutto indifferente. Diciamo che l’argomento in sé mi annoiava parecchio, ma il ragionamento che lo accompagnava era comunque affascinante. Marco poi aveva una qualità diversa dagli altri personaggi, definiamoli intellettuali, che avevo incrociato sul mio cammino finora. Sembrava meno saccente ed arrogante degli altri, non so perché, ma mi dava questa sensazione. Si concedeva delle pause tra una frase e l’altra, e questo faceva sembrare, o forse lo era per davvero, che stesse formulando in quell’istante il suo pensiero adattandolo alla comprensione del suo interlocutore, che fosse quindi sincero e spontaneo, e non una macchina che ha imparato a memoria la storiella e adesso dall’alto della sua cultura te la spara in faccia a mitraglia senza fregarsene minimamente se tu lo stia seguendo o meno. Dopo pochi secondi di pausa riflessiva infatti riprese a parlare: “Faccio un esempio riallacciandomi al lavoro che Laura ci accennava prima. Avete mia pensato chi è che assiste all’annunciazione di Maria nei vangeli sinottici? In quel luogo, in quell’istante erano presenti unicamente la Vergine e l’angelo, giusto? Di conseguenza, come può uno scritto che ha pretese di essere un resoconto storico dei fatti riguardanti Gesù compiere un salto ontologico del genere? Lo compie solo se l’autore, in questo caso il narratore del vangelo, si identifica con colui che tutto sa e tutto vede, cioè con Dio”. A questo punto Laura intervenne dicendo: “Ti faccio notare, Marco, che però i vangeli, come tutti gli scritti riguardanti la rivelazione, appartengono al ‘kerigma’ della fede, sono cioè resoconti diciamo pseudostorici che hanno di base un assioma imprescindibile, e cioè che ogni singola parola di quei testi ha un senso comune riguardante l’intero messaggio apostolico della comunità di appartenenza. L’evangelista compie quindi semplicemente un lavoro di trascrizione del messaggio a cui fa riferimento l’intera comunione dei fedeli” – “Esatto” intervenne Marco compiaciuto, e proseguì: “È proprio questo il punto, senza questa fede, che tu chiamavi ‘kerigma’, non ha luogo nessun messaggio, in generale nessuna narrazione. Ciò che voglio dire, quindi, mettendo adesso da parte l’esempio dei vangeli, è che senza la naturale predisposizione da parte dell’autore ad essere onnipresente ed onnipotente, non può avvenire nessuna narrazione in terza persona. Ma questa simbiosi tra autore e Dio è possibile soltanto nel momento in cui il narratore ha una fede sincera nell’esistenza di Dio, fede intesa come la certezza che ciò che è trascendente possa diventare, attraverso un foglio scritto, immanente, e vado oltre; tale simbiosi è attuabile solo se il lettore ne riconosce il valore, solo cioè se fa dell’autore l’essere supremo, il deus ex machina di ogni singolo pelo narrato nelle pagine, perennemente presente e costantemente attivo nella costruzione dei fili che va intessendo e sciogliendo a suo gusto e piacere”. Barbara, sempre a suo agio in questi discorsi, mi chiese divertita: “Giovanni, e tu che ne pensi di tutto questo?”. Come durante quella cena, anche stavolta ero stato messo in mezzo. Non avevo voglia di inserirmi in un altro discorso lungo e cervellotico come nella precedente occasione. L’argomento in fin dei conti mi stimolava poco. Così, senza distogliere lo sguardo dalla strada e con un accennato sorriso le risposi: “Non so, ma se un giorno scriverò una storia, la racconterò sicuramente in prima persona”. Cambiai marcia e accelerai nella notte, dritto verso l’incontro di boxe.
Arrivammo al palasport in largo anticipo, diciamo verso le 20:30, un paio d’ore prima del clou della serata. Facemmo i biglietti e ci mettemmo comodi sulle tribune numerate della struttura. Non c’era molta gente, ad occhio e croce direi che il palazzetto fosse al 50% della sua capienza effettiva. Le tribune in particolare erano mezze vuote, il più degli spettatori si era infatti accalcato nei posti più economici, su gradinate o posti a sedere enormemente distanti dal ring. A bordo delle sedici corde invece c’era il vuoto più totale. Gli spettatori di quella zona sarebbero arrivati giusto un quarto d’ora prima del main event. Per ora si potevano contare giusto i tre giudici di gara degli incontri dei vari sotto clou che stavano andando in scena e qualche addetto ai lavori per un totale di una dozzina di persone a contornare il palcoscenico. Laura e Barbara si accomodarono l’una di fianco all’altra ed iniziarono a fare qualche allusione spicciola sui bicipiti dei due pugili in quel momento all’opera. “Sono due pesi mosca”, disse Marco, “non sapevo che le mosche fossero così ben piazzate viste da vicino” rispose Barbara ridacchiando con Laura. “Vedrete che quando saliranno Catalano e Crasti vi stropiccerete gli occhi” ribatté Marco sfregandosi le mani. “Sono forti?” gli chiesi. “Di buon livello. Diciamo che non sono certo dei campionissimi, stiamo solo per assistere ad un incontro per il titolo nazionale, non certo una finale mondiale, ma credo che ci faranno divertire”. Avevo visto in tv anni addietro qualche incontro importante, di quelli che credo abbiano fatto la storia di questo sport, ma non ne sapevo assolutamente nulla di più e a dire il vero mi ero anche annoiato abbastanza. Marco invece sembrava uno abbastanza informato anche sui pugili più sconosciuti e soprattutto molto eccitato. Mi sono sempre chiesto però in che modo la gente potesse accettare uno sport tanto violento. Voglio dire, magari in altre discipline sportive è possibile assistere a momenti ancora più estremi, ad esempio una gamba spezzata durante una partita di calcio, un volto sanguinante durante una di rugby o un terribile incidente mortale in una corsa automobilistica. Il fatto però è che tutti questi eventi sono catalogabili sotto la sfera degli incidenti, sono cioè delle eventualità che prescindono dal gioco in sé. Non si gioca a calcio per spezzare le gambe degli avversari (almeno in teoria), così come non si corre su una pista di formula 1 per morire. La boxe invece è stata concepita proprio con lo scopo di colpire l’avversario, è questa la sua essenza e non c’è bisogno di esserne un esperto per coglierla. Lo scopo del boxeur è quello di mandare al tappeto l’altro pugile facendogli del male, colpendolo ripetutamente al volto e al corpo senza pietà. Non importa poi se ci riesca o meno, ci saranno dei giudici che stabiliranno chi ha fatto più male all’altro per decretare un vincitore. In quel momento c’erano due ragazzi sul ring che se le stavano dando di santa ragione e mentre ci riflettevo pensai che non c’era espressione più calzante di questa. Darsele di “santa ragione” esprimeva perfettamente il concetto; far valere le proprie ragioni, che sono “sante” in quanto proprie, con i pugni. Probabilmente un modo arcaico che usavano i primitivi per imporre le proprie idee o volontà. Uno strumento utile quando le ragioni sostenute con un confronto verbale non sono sufficienti ad avere la meglio sull’altro. Queste riflessioni avevano ottenuto il solito risultato di farmi assentare per qualche minuto dal resto del gruppo di mia compagnia e accorgendomene lanciai un sorriso a Marco che mi era seduto di fianco dicendogli: “Mi fa piacere che ci siamo rivisti.” e lui, convenevole: “Già, anche a me” aggiungendo in oltre: “Sai, in questi giorni mi è capitato di pensare a quello che ci siamo detti durante la cena a casa di Barbara”. Ero contento che avesse tirato fuori lui questo discorso. Sapevo, o meglio, speravo che lui avesse colto meglio degli altri la mia posizione e volevo parlarne, ma non sapevo in che modo tirare in ballo la questione. In maniera molto franca gli risposi: “Colgo ancora l’occasione, se me lo permetti, di scusarmi per l’altra volta. Come avevo già detto, non sono un buon bevitore e l’alcool mi ha fatto dimenticare come si sta con gli amici”. “Non c’è da scusarsi” rispose prontamente lui, “la conversazione stava prendendo dei toni un po’ accesi per tutti, ma francamente non mi pare che si sia detto nulla di incivile, tu hai solo difeso con qualche parolaccia di troppo le tue idee”. Concluse con un sorriso e con una pacca sulle spalle che mi infastidì non poco, a dire il vero. Al che, per non farlo notare, prontamente risposi con una mezza battuta: “Già, ho avvalorato le mie idee un po’ come stanno facendo adesso i pugili sul ring”, e lui: “Si, ma l’importante è che non passi alle mani, hahahaha”. Ridendo trovai il modo di piazzargli la mia domanda come fosse un montante al corpo: “In effetti volevo chiederti che idea ti eri fatto su quanto detto”. La assorbì bene e mi rispose senza indietreggiare: “È appunto proprio a questo che accennavo prima quando dicevo che ho ripensato a quanto detto”. Lanciai un’occhiata veloce sul ring, l’incontro dei pesi mosca era appena finito, verdetto unanime, non ho idea dei loro nomi, lo speaker li pronunciò a bassa voce e i due scomparvero malconci nel nulla. Intanto Barbara e Laura continuavano a ridacchiare e a sgranocchiare patatine, noi invece continuammo la conversazione appena avviata. “Tralasciando adesso la questione sul Piacere con la ‘P’ maiuscola, mi è parso che tu sostenessi un’idea molto ardua e cioè la difesa ad oltranza dell’atto violento” – “Da quanto ricordo di aver detto l'altra volta, riconosco che possa apparire così., ma non lo è del tutto”dissi io. “Beh, spiegati meglio allora, vorrei capire bene” rispose. Intanto sul ring erano apparsi altri due contendenti pronti a darsi battaglia per l’ultimo sottoclou della serata prima del big match. Non curante dell’incontro che stava avendo luogo sul quadrato, tra l’altro molto noioso, rilanciai la sfida con il mio avversario: “Perché ti piace la boxe?”. Ebbe un attimo di esitazione, guardò in giro un po’ confuso, da un lato per capire cosa c’entrasse la mia domanda con quanto stavamo dicendo, dall’altro per formulare una risposta coerente con la mia frecciatina che a quel punto sembrava aver colto. “Guardo la boxe perché è uno sport, a differenza degli altri più popolari, molto più sincero ed onesto. Con onesto non intendo senza interessi economici, lo so che in passato la mafia ci ha rimarcato sopra come in nessun altro sport e che adesso le federazioni pugilistiche hanno una procedura tutt’altro che immacolata, ma i loro interpreti sono ragazzi puri, genuini, che lo fanno per semplice passione, spirito di sacrificio e agonismo sano” – “Non credi sia lo stesso anche nel calcio, diciamo così, parrocchiale?” chiesi io provocatoriamente. “Assolutamente si” mi rispose, aggiungendo: “Non dico certo il contrario, semplicemente non mi piace quel tipo di sport in generale per gusto del tutto personale. Preferisco gli sport individuali come boxe e tennis a quelli di gruppo”. Nel frattempo il palazzetto cominciava a riempirsi, me ne accorsi dal boato del pubblico quando uno dei due pugili con un gancio destro mandò l’altro al tappeto. Anche Marco prese a seguire la conta dell’arbitro, ma non ci fu ko, il ragazzo si rialzò all’otto e l’incontro riprese a tornare nella sua noia mortale stavolta senza più sussulti fino alla fine. “Finalmente ci siamo” disse Marco alle ragazze; “adesso arrivano Crasti e Catalano”. Lo speaker gli fece eco: “Signore e signori, eccoci giunti al main event della serata, l’incontro valido per il titolo nazionale nella categoria dei mediomassimi. Accogliamo sul ring con un caloroso applauso i due guerrieri della serata: Crastiiiiii e  Catalanooooo!!!”. Crasti, in pantaloncini rossi, era un pugile non più giovanissimo, direi sotto i 40 (39 anni mi disse poi Marco). Era grosso e tarchiato, altezza sul metro e 80, aveva provato senza successo a farsi largo tra i pesi massimi, ma ingrassando aveva perso smalto e velocità. Decise quindi di tornare al suo peso naturale tra i mediomassimi, qui aveva vinto 2 volte il titolo regionale e quello nazionale una decina di anni fa. Aveva all’attivo un curriculum da mestierante, 39 vittorie di cui 16 per ko, 15 sconfitte e 3 pareggi. Quella sera, vista ormai la non più tenera età, sarebbe stata l’ultima sua occasione per ritornare al titolo nazionale. Catalano, in pantaloncini bianchi, era invece il campione in carica. Più giovane di una quindicina d’anni, era stato anche lui già campione regionale, poi aveva vinto il titolo nazionale nei medi a 22 anni e a 23 nei mediomassimi, lo aveva poi difeso con successo in 2 occasioni, entrambe per ko all’ottavo round, e stava cercando, si vociferava, un buon contratto per i palcoscenici esteri. Sostanzialmente anche lui sul metro e 80 (forse un paio di centimetri in più del suo anziano avversario) ben piazzato, e con un allungo migliore, 76 cm contro i 70 dello sfidante. All’attivo un record da giovane promessa: 27 vittorie, delle quali 22 per ko, un pareggio e nessuna sconfitta.

 

(continua...)

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