“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Giovedì, 09 Aprile 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 13 – finale)

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Le giornate a casa con lei passarono piacevoli, ma io non riuscivo a smettere di pensare alla scelta che dovevo fare. Me l’ero messo in testa. Era passata qualche settimana dal mio ultimo delitto e iniziavo a desiderarne un altro. A lavoro ripresi a guardarmi un po’ intorno, ma pensai che sarebbe stato estremamente stupido uccidere un altro paziente della stessa struttura. A quel punto tanto valeva ammazzare direttamente Barbara.

In qualsiasi modo la pensassi non riuscivo a trovare una soluzione. Mi ero infilato in quello che si può definire un “cul de sac”. Non mi restava che immaginare un finale alternativo. Ma quale? La morte del protagonista? Potrebbe essere un’idea. Il padrone indiscusso e indefesso, autore in tutto e per tutto del proprio destino, dà il “coup de theatre”. Il suicidio! Ricordai di aver letto una frase a tal proposito: “Quando il dolore è insopportabile, il suicidio è l’ultimo atto d’amore che l’uomo compie verso se stesso”. “Ma quale dolore!?” pensai. Non ero così afflitto da ammazzarmi. Dovevo negarmi l’esistenza solo perché non ero in grado di fare una scelta? Alla fine una parziale soluzione la trovai in una fredda notte di febbraio. Barbara era ancora da me, oramai stavamo convivendo da due settimane ed ogni giorno portava qualcosa dalla sua casa alla mia. Quella notte però era di turno. Avevo tutto il tempo per sfogare la mia fantasia. “Perché no?!” pensai. “Vediamo se riesco ancora a placare il mio desiderio di morte all’antico modo”. Presi il mio vecchio quaderno dei racconti d’infanzia e scrissi.

LEI È MORTA

Era troppo tempo che non ammazzava. Giovanni non riusciva più a pensare, a rimanere lucido, razionale. Da quando aveva conosciuto lei non riusciva a muoversi più liberamente. Una vita di sotterfugi non era in grado di sostenerla. Solo pochi delitti dopo la convivenza, solo pochi attimi di gioia, ma soprattutto la paura che di lì a poco i suoi omicidi sarebbero dovuti cessare definitivamente. Giovanni doveva scegliere; o lei o il delitto! Una notte, approfittando della sua assenza per lavoro, prese una decisione. Raccontò su di un diario tutta la sua storia, soffermandosi sui delitti più raccapriccianti, le connessioni con i suoi ricordi da bambino, l’incontro con la donna che lo stava affliggendo, ma che gli faceva anche vivere momenti ed esperienze piacevoli o quantomeno nuove, l’amore che non riusciva a ricambiarle, il desiderio ancora inarrestabile di sangue e l’epilogo a cui stava andando incontro. Insomma, il suo testamento. Giovanni sapeva che quello sarebbe stato il suo ultimo delitto. Ammazzarla avrebbe significato galera sicura. E, una volta arrestato per quel delitto, non avrebbero avuto difficoltà a collegare tutti gli altri. Avrebbero buttato via la chiave e lui sarebbe rimasto un leone in gabbia, affamato di morte fino alla fine dei suoi giorni. Non poteva accettare una fine così orribile. Il suicidio era quindi una scelta inevitabile. Giovanni si fermò un attimo per pensare. Aveva stranamente voglia di una sigaretta.  Non fumava ma ne aveva voglia. Lei era solita lasciare un pacchetto di scorta nel cassetto, così ne prese una e la accese. Fece due passi intorno al diario poggiato sul tavolino, come se stesse aspettando che le lettere, e con esse il suo destino, si scrivessero da sole. Mise su un po’ di musica. Qualcosa di rassicurante e romantico che lo aiutasse a trovare il giusto finale. Scelse una vecchia canzone, Dream a little dream of me, nella prima storica versione registrata, quella di Ozzie Nelson del 1931. Programmò la traccia all’infinito, così che, una volta terminata, ricominciasse.


Le stelle brillano chiare sopra di te
La brezza notturna sembra sussurrare "ti amo"
Gli uccelli cantano sul sicomoro
Sognami un po’.

Dì "buona notte" e baciami
Stringimi forte e dimmi che ti mancherò
Ora che sono solo e molto triste
Sognami un po’.

Le stelle svaniscono ma aspetto, cara
Desidero ardentemente un tuo bacio
Ho una gran voglia di aspettare fino all'alba, mia cara
Dicendo questo...

Sogni d'oro finchè i raggi del sole ti trovino
Sogni d'oro che ti fanno lasciare alle spalle le preoccupazioni
Ma nei tuoi sogni, qualsiasi essi siano
Sognami un po’.*

Giovanni riprese a scrivere. “Aspetterò anch’io l’alba” si ripeteva. E intanto scriveva la fine della sua storia. La musica scorreva su quelle parole di vita e di morte. Quale donna lo avrebbe sognato di lì all’eternità? La dolce fanciulla o la nera signora? Che poi forse sono la stessa identica persona, o almeno questo balenò per la testa di Giovanni un attimo prima di alzarsi in piedi e guardarsi fisso nello specchio. Era fatta, la decisione era stata presa. Lei doveva morire. L’avrebbe aspettata nel buio dello sgabuzzino, pronto per piombarle alle spalle coltello alla mano. Poi si sarebbe tolto la vita con la stessa arma. “Ancora una sigaretta, tanto a lei non serviranno più”. Intanto fuori albeggiava. Giovanni si diresse in cucina. Cercò il coltello con molta attenzione, e la gioia negli occhi, la stessa gioia di un bambino che sceglie il suo nuovo giocattolo. Poi, ballicchiando al suono della musica in sottofondo, si nascose in attesa di lei. Non tardò ad arrivare. La sua compagna entrò in casa, poggiò la borsa sul divano ed esclamò divertita: “Cos’è questa musica?” Non ebbe risposte, abbassò il volume e cercò il suo uomo. La sua espressione cambiò repentinamente umore. Il letto era vuoto, il posacenere era pieno di cicche, e poi quella musica a quell’ora del mattino...  Non c’era niente di rilassante e romantico in quelle note, le armonie esprimevano alle sue orecchie una bizzarra sensazione di angoscia. Era tutto così strano e inquietante. Lo cercò in bagno, ma niente, neanche in cucina. “Giovanni, dove sei?!” esclamò impaurita, ed una voce alle sue spalle le sussurrò: “Sono dietro di te”. Non ebbe il tempo di voltarsi. Giovanni la infilzò alla schiena, poi infierì sul suo corpo con un’altra dozzina di coltellate. “È morta” disse, e poi più volte ripeté urlando “Lei è morta, lei è morta” Non ebbe molto tempo per gioire. Il coltello che ancora impugnava reclamava altro sangue. “Inutile aspettare oltre” pensò. Sollevò il braccio che reggeva il coltello e se lo portò alla gola. Un colpo netto e deciso. Il pomo d’Adamo gli si rovesciò all’esterno, il coltello rimase così incastrato nella trachea che non riuscì più a tirarlo fuori, o semplicemente non aveva più la forza per farlo. Giovanni si accasciò al pavimento. Il sangue che gli sgorgava dalla bocca e dal collo gli copriva ormai quasi interamente il volto, e gli occhi che a fatica riuscivano a rimanere ancora aperti gli permettevano di fissare solo l’inutile visione del soffitto. Nel rosso del sangue che lo abbagliava gli sembrò di vedere Susy, Samantha, Mark, Margareth, e chissà quanti altri, ed infine Lei, la sua ultima vittima. La vita lasciava il corpo, Giovanni lo sentiva sempre più, “è finita” pensava “e non ho nulla da dire!”.

EPILOGO

Era davvero l’alba intanto. Ci avevo messo tutta la notte per scrivere quest’ultima storia insieme al diario/confessione che presumo stiate leggendo. Iniziai a scrivere questa sorta di memorandum dopo quell’episodio del supermercato. Era già da un po’ che ci pensavo, già dalla cena con gli amici di Barbara, ma fu l’evento del parcheggio a farmi decidere definitivamente. Che strano, sembra quasi ch’io abbia trovato quella linea di demarcazione, quello spartiacque che provavo a confutare all’inizio di questo racconto. Ad ogni modo, se così anche fosse, ho preferito narrare tutti i contorni di quell’evento partendo dall’inizio dei miei ricordi fino ad arrivare a questo squinternato finale per dare un senso cronologico dei fatti che ritengo ancora concatenati dall’eterno e immutabile principio di causa-effetto. Lasciai il quaderno con su scritta l’ultima storia sul tavolo e accesi lo stereo per mettere su la canzone citata nel racconto. Ripensai al personaggio di Giovanni, non ero riuscito a fargli dire niente in punto di morte, come se d’un tratto questa mia fantasia sulle “ultime parole famose” fosse diventata superflua. Mi sentivo bene, ed avevo un gran sonno. Poi ripresi il diario che ho adesso tra le mani e scrissi queste ultime pagine. Avevo una bella sensazione, mi sentivo appagato. Il bivio, la scelta... d’un tratto mi sembrarono esasperazioni e mi venne un sorriso. Intanto l’ora era ormai tarda, e Barbara sarebbe arrivata da un momento all’altro. Ma adesso è inutile parlare al passato, sono qui, in questo momento, nel presente che scrivo queste ultime righe, ma devo fare in fretta, scrivere un degno finale prima che rientri. Lascerò l’ultimo racconto qui dov’è in bella mostra. Voglio che lo legga, così come voglio che al suo arrivo ascolti questa splendida musica. Io aspetterò in silenzio, al buio in un angolino, e lascerò che la mia immaginazione colori e riempia di oggetti la scenografia. Non c’è davvero più tempo, sento il rumore del motore della sua auto. Un ultimo sforzo per il finale. Dai Giovanni, ancora una frase. Niente. È grottesco scoprire che trovare un finale a questa storia è difficile quanto lo è stato darle un inizio. Stavolta però non la tirerò tanto per le lunghe con discorsi strampalati come ho fatto all’alba di questo racconto. Preferisco lasciarlo all’immaginazione del lettore (se davvero un giorno ce ne sarà uno). Il finale lo lascio a voi o, se preferite, appeso ai fili del destino che deciderà, nel bene e nel male, le sorti dei suoi inanimati balocchi di carne plastificata.

*Dream a little dream of me (Gus Hahn) [TdA]

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