“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Domenica, 15 Febbraio 2015 00:00

Sono dietro di te (parte 10)

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CAPITOLO 9


Circa una settimana più tardi arrivò anche a lavoro la notizia della morte di Margherita. I giornali nazionali non ne avevano parlato, né ovviamente le televisioni. Certo, i telegiornali locali, così come i quotidiani, avrebbero sicuramente dettagliato i fatti di sangue avvenuti in paese, sia della vecchietta che della bella donna collegando quasi sicuramente i i due delitti, ma stranamente, come dicevo, per almeno una settimana non ne sentii parlare, poi, in qualche modo, ne vennero tutti a conoscenza. Ne parlai con Barbara, era sconvolta. Non riusciva a crederci. “Era una vecchietta così buona, dolce. Che razza di bastardo, malato mentale, può averle fatto questo!”.

Continuava a ripetere la stessa frase. Passai la notte da lei. A letto vedemmo un vecchio noir in bianco e nero, ma il suo pensiero tornava ripetutamente a Margherita e alla morte orribile che aveva fatto. Poi ad un certo punto mi disse: “La cosa che mi manda ancora più in bestia è il tuo comportamento. Non mi sei per niente di conforto, mi sembri indifferente, menefreghista. Anche a lavoro, oggi, sei stato sempre in silenzio, eppure non si è parlato d’altro con i colleghi, ma tu niente. Sempre zitto, ti limitavi ad un “che crudeltà, povera donna” e basta. Le solite frasi di circostanza!” – “Cosa volevi che dicessi?” feci io, e lei, alzando ancora il tono della voce: “Guarda, lo stai facendo anche adesso. La conoscevi Giovanni, e ti voleva bene, come ad un figlio. Era nostra amica, ed è morta uccisa in un modo orribile. Il tuo sembra l’atteggiamento di chi ha avuto notizia di un cane investito in autostrada. Continuavi a ripetere “che crudeltà, che peccato”. Ma che cazzo Giovanni, hai l’atteggiamento di una persona insensibile”. La lasciai sfogare per bene, si era messa seduta sul letto per urlarmi meglio il suo dolore. Poi finalmente pianse e riuscii a dire una parola. “Ognuno reagisce a suo modo”, questo le dissi. Non bastò. Ricominciò la tiritera sull’insensibilità, sul fatto che la vecchietta ci voleva bene, aggiunse anche che se stavamo insieme lo dovevamo in parte a lei, eccetera. In effetti potevo capire la sua amarezza e meraviglia per non essermi strappato i capelli. D’altronde però non potevo inventarmi un’interpretazione da oscar anche in camera da letto con la mia ragazza, circostanza dove solitamente ci si rilassa. Ad ogni modo cercai di consolarla e di farle capire anche il mio punto di vista. Non il punto di vista dell’assassino, ovviamente, ma almeno quello di chi non si impressiona più tanto facilmente ai fatti della vita (e della morte). “Sono dispiaciuto più di quanto credi per quello che è successo a Margherita ma, ti ripeto, ognuno reagisce in modo diverso” – “A me sembra che a te non interessi minimamente invece” – “Ti sbagli” la interruppi, e aggiunsi: “A dire il vero, non dico che la tua reazione mi sembra eccessiva, ma se devo essere sincero non credevo che saresti stata così male. Sai, ci sono fatti nella storia della vita che, oltre a segnarne il percorso, si imprimono anche nei sensi. Una ragazza col tuo vissuto, con l’esperienza orribile che ti sei messa, per fortuna, alle spalle, pensavo prendesse la cosa in maniera più fredda” – “Giovanni, ti posso dire che stai dicendo un mare di cazzate? Il mio passato è buio e terribile, e non voglio più ricordarlo, ma aver vissuto una tale atrocità non significa ch’io non soffra più per quelle patite dagli altri” – “Hai ragione, ma non volevo intendere questo. Volevo dire che un essere umano, ad un certo punto, dopo determinate ingiustizie, perde un po’ il senso dell’Idea morale” – “Bah, ti arrampichi sugli specchi e non ne capisco il motivo” – “Magari è un discorso che interesserebbe di più i tuoi amici intellettuali” dissi io cercando di assumere un tono meno pesante, ma lei mi interruppe subito chiedendomi: “E quale sarebbe questa esperienza da te vissuta che ha fatto, diciamo così, vacillare la tua giustizia Ideale?” Le raccontai un episodio capitatomi da bambino, in classe. Non credo si possa definirlo un trauma a tutti gli effetti, ma a modo suo è un evento che ha segnato la mia infanzia e che, credo, sia stato uno dei fatti che hanno caratterizzato la mia visione del mondo.
Avevo circa 8, forse 9 anni, se non sbaglio ero in quarta elementare. Ero sempre stato il primo della classe. La mia maestra si chiamava Giuliana, ed io per lei ero lo scolaretto modello, un esempio da imitare. Elogiava i miei temi davanti a tutta la classe, esaltava la mia educazione mista a timidezza con attenzioni sempre affettuose e parole di incoraggiamento quando arrossivo davanti ad un voto alto, e mi incaricava di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi in sua assenza. Sentivo le sue attenzioni e la sua stima come la giusta ricompensa per essere stato sempre impeccabile. Al quarto anno, poi, ci fu quel cambio di ordinamento nella riforma scolastica. Lo chiamavano “il modulo” se non rammento male. Consisteva nel dare ad ognuna delle materie principali una maestra. Quindi non più una sola insegnante, ma quattro, o cinque, adesso non ricordo. Una delle nuove però la ricordo bene. Si chiamava Annamaria. Aveva, nella mia percezione di bambino, l’aspetto delle streghe cattive delle fiabe, in più era grassa, lardosa e schifosa, e mi odiava. Non so perché, ma da subito non le piacqui. Forse le dava fastidio che io fossi il preferito di Giuliana. Fatto sta che non perdeva occasione per mettermi in difficoltà. Non ci riusciva del tutto perché io, nonostante lei non mi piacesse minimamente, continuavo a studiare anche la sua materia che era Storia. Tra l’altro poi la maestra Giuliana mi aveva avvisato; “mi raccomando, non fare che adesso non studi le altre materie solo perché non ci sono più io ad insegnartele”. Insomma, anche se qualche volta la Annamaria riusciva a farmi arrossire, specie quando diceva in classe che io ero sopravvalutato e che ero un lungo bacchettone addormentato, tutto sommato mi sentivo comunque protetto dalla stima immensa della mia maestrina Giuliana. Un mattino, mentre eravamo nell’ora di lezione della Giuliana arrivò Annamaria. La mia maestra mi chiamò subito alla lavagna chiedendomi di controllare i compagni con il solito “buoni e cattivi” cosi che lei potesse chiacchierare tranquillamente con la collega. Ero li che mi dirigevo tra i primi banchi a scovare i ribelli che non leggevano il compito assegnato che mi arriva un buffetto alla testa. Mi volto stupito e vedo Annamaria che, ridendo cattiva, mi dice “bacchettone, ti vai a sedere invece di fare l’imbecille?”. Guardai la mia maestra convinto di un suo immediato intervento o almeno uno sguardo di conforto. Niente. Rideva divertita. Arrossii, abbassai la testa e me ne tornai a posto. Ricordo che non ebbi nemmeno la forza, o meglio il coraggio, di rialzarmi per posare il gessetto che avevo ancora in mano. La maestra Giuliana mi aveva tradito. A casa piansi come mai prima. Continuavo a vedere il volto sghignazzante dei compagni di classe e quello di Lei, Giuliana.
A Barbara scappò un tenero sorriso. Aveva ascoltato tutto senza mai interrompermi. “Beh, se non altro questa storia ti ha strappato un sorrisino, eppure a me ha fatto tanto piangere” dissi io ridendo, e con il volto finalmente disteso rispose: “Ognuno prende le cose a modo suo”.
Qualche giorno dopo andai a prenderla all’uscita dell’ospedale. Io ero di riposo e passai tutta la mattinata in giro. Avevo voglia di passeggiare e poi volevo fare un gesto carino, accompagnarla a casa dopo il lavoro e passare il pomeriggio con lei come una canonica coppia di fidanzatini. “Com’è andata oggi? “ le chiesi, e lei: “Al solito, il vecchietto della 23 è una rottura allucinante, spero lo dimettano presto, non lo sopporto più” – “Perché che ha fatto?” – “E me lo chiedi? Tutto il giorno a tirarsi via il catetere. Alzheimer maledetto”. Mangiammo una pizza insieme e ci avviammo verso casa sua. “Aspetta, che ore sono?” mi chiese, “Sono le quattro e un quarto” (del pomeriggio) dissi io. “Uffi, devo fare la spesa, me n’ero dimenticata. Non ho assolutamente nulla in frigo” rispose. Andammo al supermercato più vicino, io guidavo il carrello e lei, tutta contenta, si divertiva a riempirlo. Ho sempre una strana sensazione nei supermarket, come fosse un atto importante, vitale. In effetti lo è; si va a scegliere l’occorrente per la sopravvivenza, si va a caccia di cibo come fanno i predatori. Solo che qui i prodotti sono già impacchettati o inscatolati. Si sceglie il più buono, il più adatto, poi si paga e si ringrazia. Chissà se il ruggito bestiale del leone, in lingua animalesca, vuol essere un ringraziamento per la nutriente gazzella, dopo che l’ha divorata lasciandone solo gli ossicini spolpati. Barbara era li che faceva i suoi calcoli con lo scontrino mentre io mi avviavo alla fila di carrelli per attaccarci il mio ed avere restituita la monetina che avevo inserito nella scatoletta sul manico. Nel mentre un bambino destò la mia attenzione. Se ne stava in mezzo alla strada, col musino imbronciato e gli occhietti tristi. ‘Avrà fatto storie con la mamma perché non gli ha comprato la bella cosa’ pensai. Mi tornarono brevemente alla memoria un susseguirsi di immagini di me che sbattevo i piedi per terra per quella volta che mia mamma m’aveva negato il nuovo giocattolo mostruoso che avevo visto in tv o quell’altra dove si rifiutava di accompagnarmi in edicola a comprare le figurine dei dinosauri. I rettili giganti della preistoria erano la mia passione da piccolo. È inutile dire che avevo anche una bella collezione di pupazzetti del giurassico da utilizzare nelle mie storie/gioco. I miei preferiti erano gli allosauri e i ceratosauri, antenati del più famoso t-rex. Lo scontro tra carnivori ed erbivori, rispettivamente predatori e prede, riempiva i miei paleontologici pomeriggi di settenne a suon di AAAARRRGHHH e ROOOAAAARRRR. I predatori dominavano le scene nella mia cameretta, branchi di velociraptor che facevano strage di tenontosauri, ferocissimi majungatoli che massacravano cuccioli di sauroposeidon. Ogni tanto però qualche erbivoro, stile triceratopo, riusciva a suonarle al tirannosauro di turno. A 11 anni i miei mi regalarono un vero dinosauro, una iguana verde. Benché abbia poi saputo in seguito che i rettili attuali, specie le iguane, abbiano poco o niente da spartire con i dinosauri, all’epoca erano per me quasi la stessa cosa. Era quindi un sogno che si avverava, avere un giocattolo vivo, in carne e ossa che si muoveva autonomamente e sprigionava violentissime frustate con la coda contro i pupazzetti di Dracula e l’uomo lupo. Fu protagonista di alcuni tra i più bei documentari da me inscenati in cameretta. Fantastico ad esempio quello dove mostrava la difesa del territorio, il suo habitat, inserendo nel terrario un intruso, il solito pupazzo di Dracula. Addirittura commovente l’ultimo al quale Johnny (così avevo chiamato la mia iguana) prese parte, si chiamava “L’estinzione dei giganti del Cretaceo”. Consisteva nel simulare la caduta di un grosso meteorite (una palla di carta colorata) sulla Terra (il terrario nel quale viveva). Prima venivano spazzati via i vari pupazzetti di dinosauri colpiti dalla palla, poi si assisteva alla disperata agonia di Johnny per il surriscaldamento climatico simulato aumentando al massimo la serpentina sotto il tappetino di erbetta sintetica del suo habitat e azionando sempre ad altissima temperatura le varie lampade riscaldanti interne al terrario. Johnny morì in poche ore. Mamma e papà mi consolarono per giorni ignari del fatto che fossi stato io l’artefice della sua dipartita. Ricordo che si chiesero a vicenda per qualche tempo il perché di quello strano aumento dell’elettricità in bolletta, litigarono addirittura e io in cameretta me la ridevo sotto i baffi.  Tutti questi ricordi si accumulavano nella mia testa quando, ritornandomene verso Barbara ancora alle prese con lo scontrino, lanciai una nuova occhiata al bambino triste impalato nel mezzo della carreggiata. Mi chiesi come fosse possibile che un bambino così piccolo (gli avrei dato al massimo 4 anni) se ne stesse li da solo, diciamo “incustodito”. Mi guardai intorno per cercare di individuare una possibile madre distratta o qualcosa del genere. Nel farlo notai invece una macchina dalla parte opposta del parcheggio del minimarket che sfrecciava a tutta velocità. Nel giro di pochi secondi la macchina era giunta nella nostra zona. Fu una questione di un attimo, guardai il bambino, poi diressi nuovamente lo sguardo verso la macchina per capire a che distanza fosse. Ero a poco più di una dozzina di metri dal piccolo e la macchina ad una trentina da lui. Riattraversai la strada istintivamente dirigendomi verso il bambino, poi sentii la voce di Barbara fare il mio nome: “Giovanni”, mi voltai a guardarla senza arrestare la mia corsa. Forse anche lei, come me, aveva realizzato quanto stesse per accadere o forse si stava semplicemente chiedendo perché diavolo stessi correndo. Aveva gli occhi spalancati e la bocca aperta come per lanciare un urlo disperato, lo trattenne. Capii quindi che anche lei aveva visto il bambino. Fu un attimo, ripresi a fissare il piccoletto come per calcolare bene la dinamica della mia azione. Il bambino se ne stava ancora immobile, incurante del pericolo che stava per travolgerlo. La macchina ormai era vicinissima, fu un attimo, ma riuscii a vederne il conducente. Un uomo, giovane, tutto preso dal suo cellulare a ridere e scherzare con un suo simile. Fu un attimo, mi lanciai disperatamente al centro della strada, afferrai il bambino per il braccio con una sola mano, era incredibilmente leggero, almeno così mi sembrò nella foga dell’azione. Fu un attimo e ci ritrovammo io ed il piccolo sani e salvi dall’altra parte della strada, vicini alla fila di carrelli che pochi secondi prima avevo lasciato tra le fauci dei dinosauri e del mio Johnny abbrustolito. La macchina sfrecciò via come se niente fosse. Riguardai Barbara che mi sorrise e finalmente scatenò quell’urlo che aveva bloccato in gola. Adesso però era un urlo di gioia: “SIIIIIIIIIIIII!!! IL MIO EROEEEEEEE”. Il tempo di raggiungerla e la sua gioia si trasformò in rabbia: “Quel grandissimo bastardo, figlio di puttana, pirata della strada maledetto che non è altro”, poi guardando in direzione della macchina, che ormai era invisibile, urlò: “PEZZO DI MERDAAAAAAAA” Il bambino la fissava stupito tenendomi la mano. Non disse una parola, per quanto ne sappia poteva anche essere muto o semplicemente ancora incapace di parlare.  Se ne stava li, silente e ancora un po’ imbronciato a cercare di capire cosa fosse successo. Pensai che fosse strano non avesse nemmeno accennato il minimo pianto, cioè voglio dire; in effetti la mia presa era stata violenta, subito dopo averlo agguantato pensai di avergli fatto male, ma niente. Mi osservò di nuovo, ci guardammo, mi sorrise e per un attimo pensai che forse aveva compreso che gli avevo appena salvato la vita. “Mi dispiace, ma non sono riuscita a prendere il numero della targa” disse Barbara e aggiunse: “Come state, tutto bene?” – “Io sto bene, e anche lui a quanto pare”.  Il bambino prese a ridere. Gli sorrisi anch’io, poi Barbara interruppe quello strano idillio dicendo: “Adesso andiamo a cercare quella stronza della mamma”. La trovammo rientrando nel minimarket. La signora era andata a pisciare. Aveva detto al suo piccolino di aspettarla fuori col suo cuginetto, solo che quest’ultimo si era dileguato perché aveva rubato in precedenza delle caramelle, o roba del genere, un commesso se n’era accorto ed aveva preso a rincorrerlo. Il ragazzo era riuscito a farla franca squagliandosela e lasciando il piccolo da solo in mezzo alla strada. Il commesso, che insieme alla mamma, aveva ricostruito gli eventi, non si era accorto di questo “piccolo” particolare e i fatti sono poi andati come già detto. La mamma uscita dal bagno aveva trovato Barbara incazzata come una bestia che le sbraitava contro e il commesso che cercava di giustificarsi. Era successo tutto così in fretta e una serie di coincidenze, in un attimo, mi avevano trasformato in “eroe per un giorno”.

 

(continua...)

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