"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 19 Settembre 2014 00:00

Io seguivo con attenzione il gocciolare straordinariamente regolare e cadenzato

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“Sì!”. Il nodo dell’impiccato è anche detto nodo del boia, proprio perché veniva utilizzato durante le impiccagioni. L’efficacia di questo nodo è data dal fatto che la sua forza di chiusura è molto meglio regolabile rispetto a quella del nodo a forca e, dal momento che ha il collo più ampio, si è sempre ritenuto che potesse rompere le vertebre superiori della spina dorsale in maniera più rapida e facile, dunque indolore. Si tratta di un metodo sicuramente più compassionevole della classica forca, perché in quelle esecuzioni le persone assaporavano la morte per un periodo più lungo attraverso la lenta stretta dello strangolamento. Può essere utile ricordare in via preliminare che il nodo dell'impiccato viene usato anche per scopi differenti, come ad esempio assicurare gli ami al filo da pesca.


Io seguivo con attenzione il gocciolare straordinariamente regolare e cadenzato che sudava via dal rivestimento isolante di un tubo di un vecchio condizionatore, quando l’accorato signor D. mi disse che soltanto due cose valevano la pena di essere raccontate (parlava del suo viaggio a Berlino dal quale era ritornato esattamente la sera prima quando a mezzanotte era venuto a bussarmi e io, assonnato e annoiato, l’avevo mandato via adducendo mendaci motivi di presenze femminili) ma che anche in questo fatto c’era qualcosa che non andava. Che c’è sempre qualcosa che non funziona quando si prova a raccontare prima a se stessi e poi ad altri il senso di un’esperienza. Due cose però gli si erano fissate nella testa, due scene intense e significative, due quadri li si sarebbe potuti definire, due quadri che, però, a pensarci bene, sembravano soltanto dei sogni da sognatore, dei residui tardo adolescenziali di cui non riusciva a liberarsi e che provava quasi vergogna (un’intima vergogna) a raccontare. Ma poi, in definitiva, io ero la persona giusta anche se non riusciva più a trovare alcun senso all’atto stesso di raccontare un’esperienza profonda a qualcun altro.
Mentre l’accorato signor D., fissando inspiegabilmente una crepa giallastra della parete in tufo e sorseggiando il suo solito amaro, rimuginava e montava attentamente le connessioni induttive e deduttive dei suoi ragionamenti, io mi trovavo lì, da Cammarota ai Quartieri Spagnoli, semplicemente

1) per prendere due cicchetti di whisky,

2) per ammazzare il tempo ferragostano,

3) per sudare quel tanto che basta per sentirsi spossati,

4) per sperare in qualche leggero giramento di testa,

5) per tornare a casa abbastanza affranti per incontrare un letto (o divano) e cercare di prendere sonno,

ma di certo non lo avevo fatto per sentire lunghe disquisizioni che potevano diventare in ogni momento

1) sociologiche,

2) antropologiche,

3) filosofiche,

4) politiche,

5) (addirittura) etiche.

“Molto bene!”. Come prima cosa, occorre prendere una delle cime, caratterizzata da un diametro abbastanza ampio, quindi costruire due cappi opposti, che devono essere situati in corrispondenza delle due estremità. A questo punto, il prossimo passaggio da compiere è prendere il corrente da uno dei due cappi e farlo passare dietro ad entrambi i dormienti, prima di poter procedere senza alcun problema conducendo il corrente verso l'altro. Ora, occorre prendere la parte della cima dormiente.

Quando si viaggia si ha sempre l’impressione di inseguire un qualche fantasma, lasciò gocciolare via dai tubi spanati della sua riflessione intellettuale l’accorato signor D., ed io questo fantasma a Berlino credevo di incontrarlo in ogni angolo di strada, lì pronto per la mia riflessione e appena sfornato per consolidarsi in ricordo che plasma la vita del presente e conferma l’immaginazione produttiva del passato. L’accorato signor D. mi fissava attento come alla ricerca di conferme e un leggero (quasi inavvertito) mormorio (o borbottio – ora non ricordo bene) mi uscì dalle labbra, una sorta di gorgoglio pre-umano e pre-verbale o più semplicemente un significante di approvazione. Proprio così, disse lui deciso, e ora ti racconto quali sono state queste due esperienze, queste due presenze fantasmatiche che da un lato mi hanno fatto pensare a quello che io pensavo (attraverso complesse stratificazioni concettuali, immaginifiche, letterarie) di Berlino e dall’altro mi hanno fatto riflettere su quanto mondo ci manca per sentirci vivi. Anzi, sulla mancanza di mondo come caratteristica non-vitale della vita umana. Non è così?
Il whisky intanto tardava a fare effetto e già immaginavo di doverne prendere magari un terzo o un quarto, anche perché le complesse e articolate riflessioni dell’accorato signor D. riuscivano a farmi passare la voglia di avere voglia di mettermi sereno e tranquillo a dormire nella mia casaccia del centro di Napoli e in più non avrei mai potuto andarmene finché non mi avesse raccontato queste due maledette esperienze berlinesi.
Se ci pensi bene, noi viviamo nutriti di mediazioni simboliche e di immagini costruite negli interstizi tra percezione e realtà a tal punto che poi a volte la realtà stessa sembra non rispondere alle richieste neuronali della nostra immaginazione. Dov’è che manca il mondo? mi chiese e io guardai altrove, non avevo intenzione neanche di fingere una risposta a una domanda che era straordinariamente noiosa, retorica, senza risposta. Spanata. Le connessioni sinaptiche si attivano soltanto a posteriori e io le ho cercate in ogni angolo delle strade di Berlino, nell’abito stracciato di qualche residuo punk, nel sorriso sommesso di una donna turca che cammina nei mercati. Insomma, quando viaggi (ma perché poi viaggiare? per ripetere inconsapevolmente il gesto dell’estroversione occidentale e della curiosità per qualsiasi forma di esotismo o stranezza che una realtà soffocante ci richiede per riprodurre le nostre vitalità? o per rincorrere serenamente il gesto imperialista di dominio delle cose del mondo – dominio concettuale e/o materiale – travestendoci da inveterati curiosi e indominabili analisti del reale?), insomma quando viaggi porti con te un insieme di immagini (che non hai quasi mai visto in presa diretta, chiariamo bene, e che pretendi di vedere per poter dire “ho visto questo e quello!” senza sapere che rappresenta il gesto più meschino dell’intera tradizione metafisica occidentale, quello di pretendere di trovare il vero e l’essenza proprio dove si costruisce il cammino per trovarlo – un po’ come quando da bambini si gioca a nascondino e si sa già dove quell’idiota di Peppe si andrà a nascondere) e di quell’insieme di immagini (mi stai seguendo?) tu cerchi soltanto la verifica, più vaste sono le connessioni che tu costruisci nell’immaginario più facilmente troverai le tue risposte nella realtà. È così che funziona nei viaggi, te lo posso assicurare. Senza poi affrontare la questione del funzionamento dell’immaginazione produttiva e del ruolo dei media nella formazione del pregiudizio immaginifico.
Non ne potevo più. Due bambine correvano di qua e di là e in lontananza un piccione aveva deciso di appollaiarsi su una piscina gonfiabile pensata per i bambini dei Quartieri perché hanno pure loro il diritto a farsi due bagni. Se avessi ancora vent’anni, venticinque anni, vent’otto anni, ma anche trenta, avrei potuto forse appassionarmi a questa vicenda di pensiero, e riflettere sul fatto che…, ma ora sono invecchiato improvvisamente (e non ricordo più quando) e riesco soltanto a guardare la realtà, un guardare arido e aspro, con poco succo, come un limone rinsecchito, e a guardare senza immagini – senza vedere – in un deserto emotivo e relazionale battuto da venti di uno strano maestrale agostano.

“Perfetto!” Una volta compiute tutte le operazioni precedenti, bisogna avvolgere tutte le parti dormienti, prima di fare lo stesso passaggio con i correnti che devono essere avvolti intorno agli stessi dormienti. Per eseguire questa procedura, dovete andare avanti dirigendo il vostro corrente verso l'alto rispetto al senso del cappio. Vi sarà adesso possibile annodare l'oggetto con l'opportunità di effettuare una buona quantità di giri, ma vi consiglierei di evitare di superare i nove o i dieci giri. Tutto questo perché con un numero eccessivo di giri, lo scorrimento potrebbe essere limitato e quindi l'efficienza effettiva del nodo dell'impiccato che state realizzando potrebbe sostanzialmente diminuire, rompendosi alla prima sollecitazione. “Attenzione!”

E così, come ti ho già detto, sono stato a Berlino e soltanto quando mi intrattenevo (tutte le sere e sottolineo tutte le sere) ad Alexanderplatz (quanti – troppi – miti l'avvolgono) mi sono reso conto che l'uomo non conosce il mondo ma lo costruisce come se fosse un effondersi da un lato di determinate caratteristiche del funzionamento del cervello umano dall’altro di ciò che precedentemente la sua immaginazione ha costruito, in poche parole qualcosa che ha a che vedere con l'Idealismo tedesco o Philip K. Dick. Eppure (ma perché accade proprio a me che ne sono consapevole?) gli occhi si gonfiavano di stupore e il cuore sembrava pompare, mescolate ai fluidi plasmatici, straordinarie possibilità di fusione (effusione? infusione?) con il reale senza contare poi il fatto che il reale si ritrovava conficcato/registrato in una sorta di nastro all'interno del mio fluire cosciente, come a dire posto dall'Io universale. Un contatto con il mondo che poi è già sempre e soltanto un contatto con se stessi. Non è in fondo sempre così?
Io feci sì con la testa mentre notavo che era arrivato il tipo con il suo carrettino arrugginito e che già si sentiva il profumo unto e fragrante dei taralli sugna e pepe e ne volevo uno. Ma non c’era niente da fare, l’accorato signor D. era ancora più accorato del solito. Impossibile muoversi o parlare d’altro.
E il mondo (inteso come un sostrato uguale per tutti) non esiste e l’ho capito perché ero l'unico a sentire quelle cose lì. Alcuni turisti seduti sui gradini accanto a me, durante una di quelle due scene, erano impegnati a comunicare non tra di loro (per così dire) verbalmente ma ognuno con qualcuno che si trovava al di là dello smartphone, lontano forse oceani o anche soltanto qualche centinaio di metri, senza comprendere che così il loro mondo non è altro che un elastico che allontana quello che è vicino e avvicina quello che è lontano.
Poi, l’accorato signor D. tacque di nuovo, aggrottando così ridicolmente la fronte che non riuscii a trattenere un equilibrato sorriso, mentre il gocciolare straordinariamente regolare e cadenzato che sudava via dal rivestimento del tubo del condizionatore si era interrotto. L'accorato signor D. sembrava proprio accigliato o forse, più semplicemente, cercava nel declivio scosceso e sdrucciolevole della sua riflessione qualcosa che fosse impermeabile al dubbio o abbastanza concreto da presentarsi come reale appiglio. Qualcosa che dovesse essere comunque asettico, un linoleum dove passeggiare senza fare troppo rumore. Un pensiero attutito e intimo/borghese mentre un gatto poco più in là leccava una zampa come attendendo che il mondo (ma per lui esiste o in che misura esiste, senza Io universale o nastri dickiani? – maledetto accorato signor D.!) gli desse qualcosa da fare.
Fu proprio quando il mio amico mi regalava una porzione di silenzio e il whisky iniziava timido a fare il suo effetto (ma soltanto nei tremolanti muscoli delle gambe aggranchite – e io già sapevo che si delineava uno stato di spossatezza puramente fisico e che la mente o cervello o Io universale o nastro o come diavolo lo chiamava l'accorato signor D. sarebbe restato armonicamente ancorato alle basse maree del pensiero tardo agostano), fu proprio in quel momento di sospensione che sentimmo un urlo saltare fuori alle nostre spalle, probabilmente da un appartamento nei dintorni, diffondendosi e inquietando gli animi stanchi e accaldati di tutti i viventi che circolavano per quelle zone.

“È fatta!”. Dopo tutto questo, potete finalmente iniziare a procedere passando il corrente all'interno del cappio piccolo, che è situato nella parte alta del nodo, lungo la fune. In conclusione, dovete tirare il cappio principale, facendo in modo che il dormiente venga trattenuto. Approfondimento su come fare il nodo Hunter (clicca qui). Il cappio piccolo in alto viene stretto, serrando il terminale della cima. A questo punto il vostro nodo è stato completato. Tra le varie modalità di utilizzo di questo nodo, si può utilizzare nella nautica per avvolgere un oggetto lontano, grazie anche alla pesantezza che rende più semplice il lancio a lunga distanza. “Eh! Sono felice!”

In breve venimmo a sapere che il giovane R. – un ragazzo tutto capelli lunghi, progetti musicali, silenzi esistenziali e casolari in campagna in via di ristrutturazione – si era impiccato inspiegabilmente. E, mentre qualcuno già raccontava che la sera precedente il povero giovane R. (povero? perché?) era stato assolutamente normale (ma i parametri?) o addirittura allegro come se avesse dentro di sé un amore per la vita raro (in che senso?), e mentre poi tutti i ragazzi dei Quartieri Spagnoli si chiedevano il motivo che possa spingere qualcuno a farla finita (e le congetture e gli approfondimenti erano talmente ben strutturati da ricoprire il contrappunto del dolore senza senso) e i vecchi del quartiere erano annichiliti da una possibilità troppo moderna per un atavismo vitalista (e stavano lì senza argomenti ma invocando di tanto in tanto quasi in colloquio interiore madonne, padri pii, gesùcristi e svariati santi), in quel momento l'accorato signor D., la cui fronte era attraversata da profondi solchi di sofferenza intellettuale e da vene pulsanti sangue letterario misto a vero terrore, mi disse rapidamente che la prima scena berlinese era quella di una piccola band che suonava (stonando incredibilmente) pezzi della storia del rock ad Alexanderplatz mentre un barbone ballava e lasciava loro qualche spicciolo, la seconda era l'immagine di una punk eroinomane terminale, col volto che mostrava la verità del teschio a venire, che cavalcava un cavalluccio da giostra in compagnia di altri bambini proprio lì a pochi passi dalla stazione di Zoologischer Garten (che te ne fai degli stereotipi?). Parlò in grande fretta, tutto d’un fiato, mentre un pianto rituale ma non meno straziante proveniva da qualche vicolo più in basso. Rimanemmo poi seduti per interminabili minuti mentre il quartiere si animava e le sirene giungevano e le donne (alcune) piangevano e gli uomini (alcuni) facevano a gara a mostrare come la vita sia proprio una brutta bestia ma che i giovani d’oggi sono troppo viziati. Infine, qualcuno sosteneva che i piercing, la barba incolta e i capelli lunghi non potevano essere che segnali dell’imminente tragedia.
Mentre ci allontanavamo da quel luogo, i nostri silenzi si appollaiarono poco in alto su un vecchio cornicione e concordarono su un dato di fatto. Eravamo soli.

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