“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 24 Dicembre 2013 00:00

Tu scendi dalle stelle o del pranzo di Natale

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Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,

e vieni in una grotta al freddo e al gelo. (2 v.)

O Bambino mio divino,

io ti vedo qui a tremar;

o Dio beato!

Ah, quanto ti costò l'avermi amato! (2 v.)

 

Non so perché, ma quella sera ero voluto uscire. Erano anni che non scendevo dopo la mezzanotte della notte di natale, quella in cui rinasce gesù cristo, per poi affrontare dopo solo tre mesi la passione, la crocefissione e la rinascita come corpo celestiale seduto alla destra del padre, tutto in tre mesi insomma, o poco più, come i famosi 100 giorni di napoleone bonaparte o quelli della repubblica di salò o quelli che segnano il tempo della mia disoccupazione. Eppure ero tormentato da una di quelle canzoncine di natale, quella che dice tu scendi dalle stelle, ed ero veramente tormentato non tanto dal fatto che mi si era impressa nei neuroni evidentemente vestiti a festa, ma perché ogni volta che tornava alla mente gli occhi mi si gonfiano di dolce stupore e di melanconica attesa di salvezza. Cosa che non potevo sopportare soprattutto quando accarezzavo il dorso ricurvo dei miei pensieri.

 

A te, che sei del mondo il Creatore,

mancano panni e fuoco, o mio Signore. (2 v.)

Caro eletto pargoletto,

quanto questa povertà

più m'innamora,

giacché ti fece amor povero ancora. (2 v.)

 

Poi prima che la disperazione mi prendesse e mi deformasse come una vecchia impastatrice meccanica e arrugginita, mentre camminavo tra luci colorate e gente (più o meno) festante e mi sentivo un sonnambulo in una foresta di bambù, incontrai il giovane signor D. che stava in piedi e scavava qualcosa che si trovava sotto le sue unghie. Mi corse incontro, mi abbracciò e nella sua stretta sentii un insolito profumo acre di carne cruda e sangue stantio, mentre una madre prendeva in braccio una bambina occhialuta raccontandole qualcosa di babbo natale e il barone aveva tirato fuori l’uccello (come al solito) e pisciava un fiume di urina di cui mi sembrava di percepire il calore umano e che rovesciandosi santamente e luminosamente ricordava i fili d’angelo dorati del vecchio albero dei nonni. Ma nella mia testa come un scroscio di pioggia in un auditorium rimbombava ancora quella canzoncina e soprattutto quella frase commovente e dolorosa, ah, quanto ti costò l’avermi amato.

 

Tu lasci il bel gioir del divin seno,

per giunger a penar su questo fieno. (2 v.)

Dolce amore del mio core,

dove amore ti trasportò?

O Gesù mio,

per ché tanto patir? per amor mio! (2 v.)

 

Tu vieni qui a miracol mostrare, mi disse il giovane signor D., dove cazzo sei stato negli ultimi mesi? Sempre il solito, pensavo, sempre il solito. Il classico intellettuale, che poi di volta in volta prima vuole fare il filosofo anti-accademico, che poi se esce un contratto all’università lui corre fino a farsi scoppiare il cuore, poi vuole fare lo scrittore, ma non di quelli che fanno soldi, perché i migliori scrittori non fanno soldi, scrivono e si ammazzano di lavoro per campare, etc. etc., che poi se dovesse succedere di pubblicare e campare pubblicando, ben venga e così via. Insomma, lui mi guardava allegro con i suoi occhi illuminati di soffusa luce da club intimo e a me stava simpatico e per questo gli chiesi subito cos’era quell’odore di carne cruda e sangue stantio e soprattutto quelle dita incrostate, sembrava, di mercurio.

 

Ma se fu tuo voler il tuo patire,

perché vuoi pianger poi, perché vagire? (2 v.)

mio Gesù, t'intendo sì!

Ah, mio Signore!

Tu piangi non per duol, ma per amore. (2 v.)

 

Devi sapere che ho cucinato tutto il giorno e non è stato facile, disse il giovane signor D., e ora voglio bere qualcosa in tua compagnia. E poi, aggiunse, non ne posso più, nella testa mi rimbomba la canzoncina di natale, quella tu scendi dalle stelle, la conosci, no?, beh non ne posso più soprattutto del fatto che mi fa sprofondare in un liquido denso dove il mio pensiero si bagna di morbida malinconia e la mia volontà si ottunde all’interno di un triangolo scaleno di dolore. Capito? No. Non ne avevo dubbi. Comunque non è stato mica facile cucinare fitzwilliam darcy. fitzwilliam darcy?, chiesi sbigottito mentre un cane odorava il piscio del barone e qualcuno più in là gridava parole incomprensibili e stappava bottiglie e sembrava veramente felice. Sì, proprio lui. Mi ha parlato anche di te e del vostro incontro qui a Napoli, seduti in una specie di cantina lercia di cui tu parli sempre bene e che, a suo dire, piace soltanto a te, dove per poco non ti rompeva, sempre a suo dire giustamente, le ossa per il tuo solito atteggiamento del cazzo che stai avendo un po’ anche ora, sempre silenzioso, come se il tuo silenzio avesse un valore maggiore e indicasse la via della saggezza. Tu saggio? Boh, non lo so. Per me le persone sagge sono soltanto quelle che mangiano fitzwilliam darcy e scoppiò a ridere. E poi lo cacciano fuori per pisciare senza alcuna vergogna come fa il barone e come faceva diogene il cinico e scoppiò di nuovo a ridere, cercando la comicità in ogni angolo dei suoi bronchi e della sua laringe. Poi il suo sopracciglio cominciò a tremolare e un bicchiere cadde da un tavolino poco più in là. Io non potevo che tacere un silenzio febbrile e doloroso, pensando a quel cane che ora si rotolava nel piscio del barone mentre gesù cristo soffriva per colpa mia. Ah, quanto ti costò l’avermi amato.

 

Tu piangi per vederti da me ingrato

dopo sì grande amor, sì poco amato!

O diletto – del mio petto,

Se già un tempo fu così, or te sol bramo

Caro non pianger più, ch'io t'amo e t'amo (2 v.)

 

Insomma, io ero a roma per incontrare un accademico. Quando poi esco dalla sapienza, vedo fitzwilliam darcy, irriconoscibile, era vestito di rosso e aveva la barba lunga e uno strano cappello, faceva babbo natale per un negozio di giocattoli lì nei dintorni. Lui mi riconobbe subito, parlammo giusto qualche minuto, gli chiesi a che ora smontava, gli dissi che sarei passato a prenderlo e che ce ne saremmo andati a bere insieme. Era contento di questo progetto, ma nei suoi occhi c’era un profondo imbarazzo e mi sembrava dire con quegli occhi appuntiti come spuntoni di rocce metamorfiche, cos’è meglio la divisa militare o la divisa da babbo natale? Io gli avrei detto, meglio girare nudi alla ricerca dell’uomo (e ogni tanto, va da sé, di una donna), ma lui aveva già preso in braccio una bambina e stava subendo l’ennesima fotografia. Poi passai a prenderlo, lo feci salire in macchina, lui mi disse che doveva cambiarsi e io gli dissi che non c’era bisogno, la nera signora, almeno lei, non fa alcuna distinzione a partire dall’abbigliamento, del resto anche il suo è sempre lo stesso da sempre e sai come puzzerà di rancido? Aveva ancora la faccia sorridente per il mio mot d’esprit quando gli piantai un grosso coltello nella gola, gli dissi che avrebbe sofferto un po’, ma era necessario come quando si scanna il porco, il sangue deve scorrere, la carne così diventa più tenera e gustosa. Lui gorgogliò soltanto un “capisco”, o almeno così mi sembrò. Io ero assolutamente esterrefatto, il barone giochicchiava con il suo uccello floscio e attorno a lui si era fatto un capannello e qualcuno raccoglieva soldi. Poi un grosso ratto nero sgusciò via tra i nostri piedi e il giovane signor D. mi chiese se volevo sapere cosa aveva cucinato.

 

Tu dormi, Ninno mio, ma intanto il core

non dorme, no ma veglia a tutte l'ore

Deh, mio bello e puro Agnello

a che pensi? dimmi tu. O amore immenso,

un dì morir per te, rispondi, io penso. (2 v.)

 

Certo, risposi, mentre quella canzoncina tu scendi dalle stelle mi tormentava e mi sconquassava il petto di neri sussulti, ah quanto ti costò l’avermi amato. Almeno tu, pensai. Allora non ti racconto tutti i particolari che riguardano la durezza della carne umana, dei tendini che non si sfilacciano e delle cartilagini che danno proprio un cattivo sapore al brodo. Insomma, ho preparato il brodo con spezzatino di muscolo della coscia sinistra e dell’anca destra, secondo me sono i pezzi migliori. Poi, seppur con grande fatica, ho ricavato delle fettine di carne abbastanza sottili perché volevo fare un po’ di ragù con le braciole, passi, pinoli, aglio e prezzemolo, il meglio. Le frattaglie poi: ho fatto il fegato a pezzetti e l’ho indorato con abbondante cipolla, ricorda soprattutto che fitzwilliam darcy beveva poco, un fegato come pochi, il polmone da non fumatore poi insieme al cuore da sportivo l’ho cotto in abbondante sugo e peperoncino, questa specie di zuppa forte è sempre stato il mio forte, scusa lo stupido gioco di parole, e poi ho preparato anche delle fritture, di cosa non te lo dico, ci sono troppi pregiudizi su certe parti del corpo maschile. Che ne pensi, perché domani non pranziamo insieme?

 

Dunque a morire per me, tu pensi, o Dio
ed altro, fuor di te, amar poss'io?
O Maria. speranza mia,
se poc'amo il tuo Gesù, non ti sdegnare
amalo tu per me, s'io non so amare! (2 v)

 

Non potevo accettarlo. Non potevo accettarlo in alcun modo. Una cosa assurda, proprio mentre quella canzoncina (amalo tu per me, s’io non so amare ripetuta due volte) mi faceva proprio perdere i sensi e lacrime asciutte e poco salate, come quelle dei neonati, inondavano il mio volto barbuto come un vento d’estate, il giovane signor D. mi invitava a sedermi. Non posso accettarlo, gli dissi. Non posso proprio accettarlo. Cosa, caro mio? Che la vita è come il barone che piscia davanti a tutti, litri e litri di urina di cui ora mi sembra di sentire il calore ora il sapore, e che poi un cane si avvicina e l’annusa e poi addirittura gode nel girarsi dentro a quel putridume. L’uomo, tu e io, giovane signor D., siamo quel cane. Non provi un dolore insopportabile quando pensi a tutta questa miseria umana? Meglio quando stai zitto, comunque. Meglio quando ti nascondi dietro quel silenzio di saggezza. Comunque (e l’aria intorno si era fatta di nuovo trasparente) domani, cioè oggi, insomma più tardi, non so se posso venire a pranzo da te, sai com’è la mia famiglia ci tiene tanto al pranzo di natale e poi non so ancora chi mangeremo noi domani, spero non il solito vecchio zio che si offre ogni anno e che noi abbiamo già deciso che faremo campare cent’anni, comunque nel pomeriggio passo sicuramente e vorrei assaggiare soprattutto la frittura. Perfetto, disse il giovane signor D., e su con la vita, ché oggi è natale! Bevemmo giusto qualcosina d’altro senza esagerare per non rovinarci lo stomaco per il giorno successivo e infine ce ne tornammo a casa.

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