“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 17 Maggio 2015 00:00

Una calma prostrazione inumidiva finanche le pareti scrostate della mia casaccia

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Era una di quelle serate che eravamo soliti trascorrere a sentire vecchia musica italiana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta e a ripetere quelle cose (oramai stantie) del tipo “che personalità Mina, vero?”, oppure “ma ti rendi conto? Nada aveva soltanto 15 anni” o addirittura “Enrico Ruggeri con I Decibel era proprio un’icona new wave”. Insomma, eravamo lì seduti tra il divano, alcune vecchie sedie da giardino che ho in casa per ogni evenienza e una sorta di poltrona che alcuni anni fa avevo ricavato ripiegando in due un vecchio materasso di una stravecchia zia di qualcuno, e giocavamo a sentirci più vecchi di quanto non fossimo e a riconoscere che pur volendo non ci sentivamo parte di nessuna tipologia di comunità umana e nazionale.

La famiglia, poi, era un ideale che non ci apparteneva e per famiglia si intende non quella da cui ognuno di noi proveniva ma quella che prima o poi ognuno di noi avrebbe dovuto costruire per permettere la sopravvivenza del genere umano. La corpulenta signorina L. gestiva la serata, mesceva vino in quantità (da bere avevo preso io e si trattava, manco a dirlo, della gnostra di Cammarota1) e si era arrogata il diritto di saltare da un video all’altro su youtube senza chiedere quali fossero le necessità del pubblico. Io ero già (e fortunatamente) mezzo ubriaco e chiacchieravo con il pensoso signor D. di cose serie, dell’impossibilità d’azione dell’uomo contemporaneo e della depressione e della dipendenza come vero e proprio status dell’umanità occidentale. L’austero signor F. e il balordo signor G. scherzavano sull’abbigliamento della graziosa signorina N. e sul fatto che a più di trent’anni e con evidenti segni del passare del tempo ben incanalati nel viso e in particolar modo intorno agli occhi avesse deciso di giocare sessualmente con un “ragazzetto” (così lo chiamava lei) di ventitré anni, dimostrando non soltanto che una donna se decide riesce a prendersi qualsiasi uomo di qualsiasi età, essendo l’uomo un essere palesemente inferiore, ma anche che per trovarne uno che scopa decentemente c’è bisogno di un bel po’ di tentativi. In un angolo sedevano, invece, il triste signor P. e l’evanescente signorina T., il primo raccontando come era finita la storia con quella che oramai si avviava a diventare la sua ex-moglie e l’altra sottolineando come la vita ci pone davanti a delle scelte che noi dobbiamo prendere e altre cose evanescenti e poco effervescenti del genere. Io, intanto, mi ero alzato per andare in bagno, per fissarmi poi nello specchio e per maledirmi di aver invitato tutta quella gente che ad andarsene non ci pensava proprio e a essere divertente nemmeno. Mentre ritornavo nel soggiorno (soggiorno, poi: diciamo una stanza adibita a starci con un vecchio tavolo Ikea – sì, era già vecchio pur essendo giovanilmente Ikea –, alcune sedie recuperate nella monnezza di via Montecalvario, un divano in quella di via Speranzella e un tavolinetto lucido, laccato e insulso – Ikea anche quello) e mentre, con un enorme fracasso, mi quasi spaccavo un ginocchio sulla sporgenza di una specie di comò che si trovava nell’ingresso della casa pochi centimetri davanti l'ingresso del soggiorno, il pensoso signor D. cercava di attirare l’attenzione di tutti perché aveva deciso di leggerci il suo ultimo racconto. Il terrore si dipinse contemporaneamente sul volto deforme del balordo signor G., su quello evanescente dell’evanescente signorina T. e su quello burroso della corpulenta signorina L., quando invece l’austero signor F. e la graziosa signorina N. fingevano di distrarsi ridendo fragorosamente (e l’austero signor F. che rideva era chiaramente già di per sé un'offesa) nel meschino tentativo di coprire la voce del pensoso signor D. Io, un po’ per vendicarmi della serata che mi stava annoiando e che non accennava a terminare nel giusto termine della notte, un po’ perché sono moralmente e freudianamente masochista e un po’ perché sono politicamente per il tanto peggio tanto meglio, accolsi la proposta con grande favore, imponendo alla corpulenta signorina L. se non proprio di spegnere la musica di youtube, perlomeno di abbassarne il volume.
Ed ecco che il pensoso signor D. tirò fuori una sorta di smartphone non ampio abbastanza per rientrare nelle definizione di tablet ma troppo grosso per essere semplicemente uno strumento per fare e ricevere telefonate e con voce sicura annunciò il titolo della sua ultima opera: Un colpo su e uno giù, un colpo su e uno giù accompagnato da uno strano e per l’evanescente signorina T. osceno movimento cadenzato della mano. Fu così che una calma prostrazione inumidiva finanche le pareti scrostate della mia casaccia.

La candida signora M. ogni mattina è solita spolverare tutte le foto del suo altarino personale, posizionate lì in ordine una dopo l’altra come un piccolo cinematografo della sua esistenza. Da quando è morto il bonario signor S. non è cambiato molto, soltanto che i sorrisi sono più rari e i capelli più spettinati. La stanza ha il sapore di legno caldo delle vecchie case e l’arte è veramente povera: il comò ha un piano molto largo e sopra porta uno specchio con una cornice in ottone scrostato, il letto invece è sempre eccessivamente ordinato e la struttura in legno pesante ha quattro zampe che vorrebbero essere di leone e che non lo sono. Lo straccio che tiene stretto tra le mani è il più bel pezzo di una vecchia e lunga gonna che le aveva regalato il bonario signor S. il primo anno che erano stati fidanzati, poco prima, insomma, che accadesse quello che il signore aveva deciso che dovesse accadere. Quella gonna la indossava sempre quando si vedeva con il suo fidanzato e non solo perché era bella ma anche perché era la più facile da sollevare. Quando la candida signora M. ogni mattina spolvera tutte le foto del suo altarino personale riesce ancora a commuoversi e capisce di essere ancora viva. E se ne rammarica.

ed era così bello trovarsi lì sul prato quando una giovane donna non era bene che si vedesse con un uomo in un posto isolato in quel bosco di Capodimonte dove le coppiette anche nei tempi in cui si era tutte gonne lunghe e misericordia di dio potevano sfiorarsi e i capezzoli si inturgidivano lo stesso anche quando si pensava di più alla madonna e si facevano le cose che nessuno doveva sapere che tutti facevano e si stava lì a sentire il profumo dell’erba bagnata e l’umidità scavava nei cuori e li rendeva porosi di sensazioni profumate e di piaceri dolciamari e poi non ci si pensava più perché per il resto era soltanto un piacere denso e caramellato di immersione profonda e quella foto la scattò una ragazza che incontrammo lì te lo ricordi bonario signor S.? ma perché te ne sei andato così presto? e noi eravamo così felici e la facemmo sviluppare due volte e io la tenevo nascosta da un bel po’ nel terzo cassetto del comò quando mia mamma ordinava tutta la casa e cercava prove e poi scoprì che ci vedevamo e mi chiese delle macchie di erba sulla gonna e io farfugliai qualcosa e lei disse che mi dovevo sposare e io non volevo lasciare ancora le mie sorelle

Mentre youtube selezionava youtubescamente da sé alcuni brani e ci toccava proprio Casatchok in una tanto misteriosamente patinata quanto incredibilmente ridicola performance di un’annoiata Dori Ghezzi del 1969 (e io mi tormentavo sentimentalmente intorno a un paio di versi della canzone: “Non avrai l'amore di nessuno/Se non sai ballare il casatchok”), il pensoso signor D. prese una strana pausa che mise fortemente in difficoltà la corpulenta signorina L. che intanto mostrava all’evanescente signorina T. e alla graziosa signorina N. alcune fotografie scattate pochi istanti prima. Nei momenti in cui si trovava in difficoltà, il pensoso signor D. muoveva sempre l’orecchio sinistro e noi ce ne accorgevamo perché la spessa montatura nera degli occhiali faceva uno strano movimento basculante sul naso. L’austero signor F., però, dotato di una sensibilità grande almeno quanto l’insipida serietà che esondava fuori da ogni poro del suo essere, accennò al fatto che, mentre ascoltava il racconto, gli era sembrato di cogliere l’odore caratteristico delle case dei nonni, un odore inconfondibile di legno massiccio e laccato misto a naftalina. Il pensoso signor D. accennò una specie di sorriso, fissò la corpulenta signorina L. che con gesto affettato appoggiò non senza fare un lungo e profondo sospiro lo smartphone sul tavolinetto nero, e riprese a leggere.

La candida signora M. compie tutte le mattine le medesime operazioni. In primo luogo, si alza a fatica dal letto, le ossa fanno male e i muscoli da tempo non sono più adatti a reggere il suo corpo. Poi va in bagno, fa pipì, toglie la vestaglia e osserva con cura e attenzione il ventre: ogni giorno è più gonfio e lucido perché la cirrosi epatica non è dio e non perdona. L’operazione successiva è la preparazione del caffè, cerca di farlo leggero, riempie il filtro appena a coprire il fondo ma non serve a nulla, né a svegliarla né a salvarla. Fa colazione, sì, mangia sforzandosi due fette biscottate per far contenta la memoria del marito e va di nuovo in bagno. Non ha mai avuto problemi ad andare di corpo e il bonario signor S. la invidiava molto per questo. Poi, arriva il momento di svegliare l’infantile signor A. che prova a raccontare un sogno che è ogni volta diverso e che ogni volta contiene una donna e dei fiori. Il piccolo cinematografo dell’esistenza della candida signora M. riprende a girare con il consueto e commovente fruscio.

e ricordo anche quando facemmo questa foto e tu guidavi la motocicletta e a me piaceva quando passavamo per il Borgo Orefici e tutti mi vedevano dietro a te sulla motocicletta perché non ho mai amato la macchina stare chiusa là dentro in quella scatoletta quando il vento può rinfrescarti la fronte e puoi stringerti al tuo uomo e quando facemmo questa foto tu mi avevi appena regalato l’anello di fidanzamento che poi dovemmo impacchettare di nuovo perché sennò tua mamma e tuo padre e mia mamma e mio papà ci rimanevano male se ci fidanzavamo senza invitarli a stare tutti insieme e a sperare tutti insieme che la vita ci avrebbe regalato tanti figli e tu in quella foto avevi i capelli un po’ più lunghi così come piaceva a me ma poi tuo padre diceva che non andava bene per chi lavorava al comune e io ti dissi che eri bello comunque e tu mi stringesti la mano e volevi dirmi qualcosa di bello ma non ci riuscivi perché eri fatto così e così eri fatto e te ne sei andato troppo presto troppo presto mentre io qui continuo a vivere e il signore non ha alcuna voglia di chiamarmi e non ha smesso ancora di punirmi per qualcosa che non ho mai commesso

Il pensoso signor D. alzò lo sguardo dallo smartphone che per un attimo gli sfuggì di mano per essere poi prontamente afferrato, prima che si schiantasse al suolo, dalla corpulenta signorina L. che sottolineò come ancora una volta fosse stata lei a salvare la situazione. Io chiesi se qualcuno avesse per caso bisogno di un po’ di vino e il balordo signor G. trangugiò rapidamente il contenuto del suo bicchiere. Intanto, youtube come animato da una sorta di munaciello 2.0 aveva deciso proprio di prenderci in giro e continuava a macinare canzoni su canzoni senza alcun rispetto per nessuno e tantomeno per il pensoso signor D. Riuscii comunque – e senza distrarmi troppo dal pathos crescente della situazione della candida signora M. (e mi chiedevo perché la gente continuasse a scrivere racconti che poi restano lì sospesi nell’aria per qualche minuto per svanire poco dopo in qualche recesso della memoria o tra i rifiuti del sogno) – ad ascoltare quale fosse la canzone, si trattava di Datemi un martello di Rita Pavone in una straordinaria e divertentissima performance che faceva muovere all’unisono le spalle ondeggianti della corpulenta signorina L. e della graziosa signorina N. in maniera youtubescamente ridicola. L’austero signor F., spalleggiato dall’evanescente signorina T. (che poi era chiaro che i due tentavano in ogni modo di piacersi, senza però riuscirci), chiese al pensoso signor D. di riprendere la lettura, ché il dolore del tramonto non può attendere la notte.

Quando la candida signora M. sveglia l’infantile signor A. sono prima strilli e soltanto poi c’è il racconto del sogno. L’infantile signor A. ha quarantanove anni, occhi da “cinesino”, un faccione tondo e simpatico, una straordinaria capacità di sentire le emozioni dell’altro e un’altrettanto straordinaria incapacità di comunicarle. Non esce più di casa da anni, più o meno da quando si era masturbato dal fruttivendolo mentre la candida signora M. si era distratta a vedere se le pere erano veramente mature. Tutti vogliono bene all’infantile signor A., la verace signora T., ad esempio, lo chiama il suo bambino e tutti dicono che è un meraviglioso dono di dio. La candida signora M. pensa spesso che non è così e poi si pente ma poi lo pensa di nuovo e poi si pente di nuovo. Intanto, il ventre cresce e sono poi le notti in cui non riesce a dormire e chiede scusa al bonario signor S. per aver pensato una cosa del genere. E comunque dio non sembra guardare dal suo lato da un bel po’ perché di notte il misero cinematografo riprende la scrematura dei ricordi.

l’abito da sposa lo ricordo ancora quando andai a comprarlo con mamma e non andava mai bene niente perché quello lì faceva vedere troppa gamba quell’altro troppo scollato e quell’altro ancora per l’amor di dio, sei troppo bassa per quello! ma poi scegliemmo questo e io il mese scorso l’ho portato a lavare e non ho manco una figlia per darglielo per sperare che possa sopravvivere a me che fra poco questo ventre finalmente scoppierà e dio mi libererà e anche tu eri bello elegante con quella faccia da bambinone che mai ti sei levato e ricordo anche che non fosti capace di impararti a memoria un paio di formule da dire davanti al prete e a volte penso che A. assomiglia proprio a te perché tu eri un po’ come è lui soltanto che lui è più vero e tu eri un po’ più uomo e poi la prima notte di nozze che eravamo stremati ma tu non mi facesti mancare nulla attenzioni piacere e dedizione e lì fu qualcosa di speciale anche se poi ho capito che siamo noi a inventare la nostra felicità e l’ho capito quando A. ha cominciato a crescere e dio mi perdoni non è morto subito quando ha aperto gli occhi sul misero mondo del nostro mondo

Ad accompagnare queste ultime parole, vi furono delle grida bestiali – ma, probabilmente, di gioia – che provenivano da un vicolo dei dintorni. All’epoca vivevo ancora ai Quartieri Spagnoli e non c’era modo che una serata trascorresse senza che l’esterno si facesse sentire all’interno. Mi affacciai e subito capii di cosa si trattava: era l’amore, semplicemente, altro che youtube. Una serenata con tanto di palco e cantante neomelodico per una ragazza del quartiere che si sarebbe sposata, con ogni probabilità, il giorno dopo. La corpulenta signorina L. proponeva di andare a vedere, perché poi è sempre divertente e interessante analizzare questo tipo di manifestazioni culturali – cercava né più né meno di attrarre il lato intellettuale della combriccola, l’austero signor F., il balordo signor G. e il triste signor P. che, però, sembrava avesse ben poca voglia di pensare a due innamorati dei Quartieri Spagnoli. Io, perseguitato dalle immagini di Marcella Bella che youtubescamente cantava Montagne verdi sullo schermo del portatile, proposi di terminare la lettura, perché è quasi finito vero il racconto? chiesi forse in maniera un po’ sgradevole al pensoso signor D., e poi possiamo scendere a vedere. Il mio piano era perfetto: grazie alla serenata, potevo in un batter d’occhio sloggiare tutti gli ospiti che sprofondavano sempre di più nelle sedie e nel divano. Il balordo signor G. (che già si stava addormentando perché era sì giovane ma quando beveva ritornava ad essere quello che sarebbe diventato in futuro, un vecchio del beneventano la domenica pomeriggio) propose un nuovo brindisi per accompagnare degnamente e all’insegna dell’allegria la seppur poco amena storia del pensoso signor D. Tutto si compì, le grida continuavano ad arrivare e il pensoso signor D. riprese a leggere mentre l’austero signor F. sottolineava quanto fossero tremendi e cupi i meandri della vecchiaia.

La candida signora M. aiuta l’infantile signor A. ad alzarsi dal letto, anche se i dolori a volte sono insopportabili, e lui comincia il suo racconto. Il sogno è più o meno sempre lo stesso e non succede mai nulla, c’è una donna, ci sono i fiori e lui che guarda la donna e i fiori e poi scoppia a ridere mentre lo racconta. La candida signora M. lo porta in bagno, gli lava la faccia e gli pulisce il naso incrostato di moccio. Poi è il momento della colazione: l’infantile signor A. non è molto alto ma è diventato decisamente grasso e mangia cinque fette di pane con il burro, anche se il burro gli fa male (lo ha detto il medico) e la madre lo sa e glielo dà lo stesso. Quando chiede la sesta è il secondo momento quotidiano degli strilli, la candida signora M. sa essere autoritaria e gli dice di no, lui urla, lei dice che gli fa male, lui urla, lei dice che non può dargliene più perché lui è il suo bambino dolce e lei deve proteggerlo. Lui scoppia a piangere e violenti sussulti gli gonfiano il petto: la candida signora M. lo abbraccia e lui si tranquillizza.

quanto eri bello con il piccolo A. in braccio appena nato e anche se non eri veramente bello e mia mamma diceva che però uno meglio me lo potevo trovare non fa niente perché per me sei sempre stato bello e sei sempre stato il solo e quando tu stringevi A. tra le tue braccia possenti e pelose io pensavo veramente che lui poteva guarire e poi all’epoca mica si sapevano tante cose e lui era così bellino sempre sorridente e allegro e a noi non faceva differenza perché la vita è questa cosa che si fa insieme ma poi tu te ne sei andato e allora io mi sono ammalata e il mio ventre è sempre più gonfio e tu dicevi che ero magrissima e che dovevo mangiare di più ma io ti rispondevo che sin da bambina non avevo mai voluto mangiare troppo e quando ero bambina mica c’era sempre da mangiare proprio per tutti e quando veniva a pranzo un’amica di una delle mie sorelle io ero sempre quella che fingeva di non avere fame perché sennò un piatto in più non ci usciva

E poi ci sono i giorni che l’infantile signor A. ha bisogno di particolari cure. La candida signora M. se ne accorge dal colorito del viso e da alcuni movimenti convulsi delle mani ed ha imparato da tempo cosa deve fare. Mentre il figlio è ancora seduto a tavola e asciuga le lacrime che ancora a fiotti gli scendono dal viso, la candida signora M. si alza e va a prendere un grosso tovagliolo di carta. L’infantile signor A. già capisce quello che sta per succedere e comincia ad ansimare e a ridere, ad ansimare e a ridere mentre la madre con lentezza gli abbassa i pantaloni della vecchia tuta, ad ansimare e a ridere mentre la madre con lentezza gli abbassa i grossi slip e il pannolone già gonfio di pipì. L’infantile signor A. ansima e ride mentre un colpo su e uno giù, poi un altro colpo su e uno giù ed è tutto brividi e la madre lo pulisce con attenzione e va a gettare nel water il tovagliolo pieno, pesante e caldo. Poi il figlio va a vedere la televisione e la candida signora M. si dedica ai servizi quotidiani, pulire il bagno, la cucina, rassettare la stanza dell’infantile signor A. Ed è più o meno così che la candida signora M. ogni mattina è solita spolverare tutte le foto del suo altarino personale, posizionate lì in ordine una dopo l’altra come un piccolo cinematografo della sua esistenza.

L’austero signor F. fece un sospiro malinconico e disse soltanto “bello” mentre arrotolava una sigaretta. L’evanescente signorina T. chiese alla graziosa signorina N. e al balordo signor. G (che, intanto, si scolava gli ultimi sorsi di vino direttamente dalla bottiglia) quali erano state le ultime frasi perché si era distratta a guardare il (youtubesco) video dei Camaleonti che cantavano Applausi. Il balordo signor G., per spiegare con precisione quanto narrato nelle ultime dolenti espressioni dell’arte del pensoso signor D., fece dei gestacci decisamente eloquenti (e quasi quasi si sbracava sul serio) che fecero rifugiare l’evanescente signorina T. tra le braccia consolatorie dell’austero signor F. mentre la corpulenta signorina L. sembrava colpita e con nessuna voglia più di scherzare e dominare la serata con la sua esondante empatia. Io (a dire il vero senza troppa convinzione) cercavo di rilanciare la cosa della serenata, sia sul versante intellettuale dell’analisi antropo-sociologica delle masse napoletane sia dal punto di vista sentimentale di questa verità profonda di passioni primitive, ma l’euforia era già passata. Rimanemmo ancora a lungo a casa a parlottare con in sottofondo Mr. Youtbe e io decisi per il silenzio, restando immobile a pensare al passato e al futuro e perdendo ancora una volta di vista il presente.

 

1) Si tratta del solito Cammarota di cui mi trovo a parlare spesso perché è stato l’immancabile complemento di una fetta particolare della mia vita, quella che va dalla giovinezza inconsapevole alla giovinezza consapevole e che comincia a macchiarsi di nere chiazze di umido e antico.
Cfr. "Cammarota è un fulmine a ciel sereno"

 

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