“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 24 Dicembre 2014 00:00

Mite agnello, Redentor. A proposito della vigilia di Natale del duemilaquattordici

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Fu soltanto quando mi disse, avvicinandosi al mio orecchio e protendendo due umidicce labbra pallide, che visto che non siamo stati in grado di fare il socialismo allora è giusto che si compia la barbarie, che riconobbi che quello strano e goffo Babbo Natale era proprio il pallido (a causa del cerone) signor D. Io risi di gusto, lui guardò altrove maledicendo con gli occhi un bambino rubicondo e grassottello che assomigliava proprio a un roseo porcellino lattante. Se vuoi venire con me ti mostro alcune cose e capirai quello che dico, non si tratta di arrendersi ma di seguire e facilitare il flusso delle cose.

Io rimasi un po’ sulle mie, non che il pallido (a causa del cerone) signor D. fosse una persona sempre, come si suol dire, sui compos – anzi spesso aveva attirato su di sé le ire e le risate di chi non lo conosceva a fondo – ma quella serietà proprio il giorno della vigilia di Natale quando tutt’al più la gente può rabbuiarsi perché le vongole per il cenone sono piene di sabbia proprio non la capivo. Lo guardai attentamente e dissi di sì, va bene, andiamo a fare questi due passi insieme, del resto camminare con Babbo Natale non è cosa di tutti i giorni. Lui mi guardò appena un po’ torvo (ma, per chi lo conosceva, aveva sempre uno sguardo – come dire – severo) e si aggiustò la barba che andava staccandosi sul lato destro, mostrando una pelle spessa e ruvida con strani e lunghi segni violacei. Con un gesto della mano piuttosto eloquente mandò a quel paese un bambino che si stava avvicinando, la madre avrebbe voluto dirgliene quattro ma decidemmo di allungare il passo e di lasciarci la redenzione del Natale alle spalle.

Camminammo a lungo e attraversammo tutte le strade dello shopping. Devo dire che io non avevo nulla da fare ed ero tutto proteso al cenone, a quando mi sarei ingozzato di frutti di mare fino a sentirmi male (era una mia tradizione) e, nonostante la mia vita fosse mai come in quel periodo proprio una brutta bestia,1 ero disposto anche a godermi la serata in famiglia. Sì, ero invecchiato, questo pensavo mentre passeggiavo con Babbo Natale in attesa del mite agnello redentor, ma tant’è meglio vecchio e appaciato che giovane a tutti i costi e incancrenito. Il pallido (a causa del cerone) signor D. fissava le persone che facevano gli ultimi acquisti, alcune donne addirittura in pelliccia, la maggior parte nei loro abiti da giorno di festa. Voglio dirti comunque che si chiama risentimento invidiare le persone che possono spendere mentre tu vai in giro vestito da Babbo Natale a racimolare quattro soldi, eh! Mentre lo dicevo però mi accorsi che il tono della mia voce e la stessa struttura della frase non erano così ironiche come avrei voluto, il pallido (a causa del cerone) signor D. mi fissò nuovamente torvo, poi guardò altrove. Non so perché attraversammo prima tutta via Roma, poi ci incanalammo in un traffico pedonale insopportabile su via Chiaia, poi scendemmo sulla sinistra per piazza del Plebiscito, proseguimmo verso la Galleria Umberto e da lì tagliammo e ci trovammo alle spalle della Posta Centrale. In tutto questo tragitto, il pallido (a causa del cerone) signor D. non proferì verbo, io cercavo di spillargli qualche fonema, ma niente! quello strano Babbo Natale cominciava ad inquietare anche me. Mi passò al fianco anche Dieci Accendini N’Euro2 che, a causa della crisi economica, era diventato Due Accendini N’Euro ma non perdeva lo spirito che lo aveva sempre contraddistinto e indossava un cappello da Babbo Natale con alcune lucette che si accendevano a intermittenza.  

Comunque i tuoi racconti fanno schifo, sanno di uova marce o di carenza di calcio, che cazzo li scrivi a fare? questo mi chiedo, nel duemilaquattordici scrivere racconti è proprio una gran bella perdita di tempo, non trovi? Io mi voltai di scatto, non ero offeso, gli chiesi soltanto come facesse a sapere che scrivevo racconti dato che non lo dicevo a nessuno e mi firmavo con uno pseudonimo. Il pallido (a causa del cerone) signor D. accennò un sorriso e aggiunse qualcosa su quanto fosse idiota firmarsi con il nome di Fitzwilliam Darcy.3 Arrivammo a casa sua. Il pianerottolo del suo bilocale sulla Speranzella (avrei voluto fare una battuta sul nome della strada dove abitava, ma optai questa volta per il silenzio) era lercio e umido, una strana puzza di marcio veniva fuori da ovunque. Mentre il pallido (a causa del cerone) signor D. sbuffava perché cercava le chiavi e capiva che, per così dire, non mi trovavo a mio agio, io giochicchiavo con il mio cellulare quasi sperassi in una telefonata che mi salvasse. Non appena aprì la porta, sentii un tanfo tremendo, urina e feci mescolate, vomito incrostato forse, entrai e quasi caddi a terra inciampando in un grosso ramo al quale era stato attaccato con fascette da elettricista e chissà perché un grosso pupazzo di Paperon de’ Paperoni. Quello che vedrai forse non ti piacerà, ma è soltanto quello che ci attende da domani, né più né meno, il socialismo ha fallito, che la barbarie sia! Gli occhi del pallido (a causa del cerone) signor D. scintillavano magnificamente ma non diedi granché peso alle sue parole, neanche in quella circostanza, sentii soltanto una strana fitta in petto, qualcosa che assomiglia alla malinconia nei giorni di bruma autunnale o che ha a che vedere con un leggero alito di vento che fa risuonare vecchie lamiere d’amianto. Soltanto in un secondo momento mi accorsi che le mie scarpe affondavano in un pantano di acque luride.

Il pallido (a causa del cerone) signor D. si allontanò ed entrò in quello che un tempo doveva essere stato un soggiorno e che ora, da quello che riuscivo a vedere, sembrava soltanto l’incubo irrancidito di un vecchio scrittore di noir. Mentre rimanevo immobile e fissavo una strano tubo di ghisa incrostato e ammaccato che si trovava al di sotto di una montagna di cartoni di vino e altra immondizia, sentii un mugolio o un borbottio, qualcosa comunque che mi fece gelare il sangue nelle vene. Non sapevo cosa fare, l’idea che mi rimbalzava più frequentemente nella testa era quella di abbandonare la casa, aprire la porta e andarmene. In definitiva volevo fare una passeggiata nell’attesa dell’abboffata di Natale e ora mi trovo in questa sorta di letamaio. Poi, appoggiato su uno stipite della porta, apparve all’improvviso e senza fare rumore il non più pallido signor D. – aveva tolto il cerone e indossava soltanto una canottiera con enormi aloni giallastri e rossi – e mi disse di entrare e di non fare complimenti. Non era minaccioso il suo tono e non ebbi veramente paura, piuttosto mi annoiavo profondamente di seguire le vicende e le manie di una persona che non soltanto aveva incontrato una volta il male di vivere, ma che, negli ultimi tempi ed evidentemente, ne aveva abboccamenti continui.

Quando mi affacciai nella stanza, tutto era immerso nel buio. Soltanto un po’ di luce filtrava da una tapparella sbilenca e illuminava uno strano pezzo di qualcosa che giaceva a terra. Doveva essere carne o comunque cibo, residuo organico, c’erano dei puntiformi e minuscoli moscerini che ci giravano intorno. La puzza era tremenda, stavo per sentirmi male. La speranza era che, come spesso accade, l’olfatto si abituasse e quella che era una puzza insopportabile divenisse d’incanto e senza troppo rumore un basso continuo di sottofondo, poco fastidioso e quasi impercettibile. La storia dell’uomo sulla terra, mi venne da pensare, l’abitudine allo sporco della vita. Non fu così, comunque. Mentre meditavo attentamente sul da farsi o sul da dirsi in quella strana circostanza e mentre la mia testa cominciava a girare (non sono particolarmente sensibile alla mancanza di igiene, ma in quella circostanza veramente non resistevo), iniziò la più classica (e non so perché, almeno per me, pensosa) delle musiche di Natale:

 

    Astro del Ciel, pargol divin,

    Mite agnello, Redentor,

    Tu che i Vati da lungi sognâr,

    Tu che angeliche voci nunziâr,

    Luce dona alle menti,

    Pace infondi nei cuor.

 

In quel momento sentii sommessamente piangere e una greve risata provenire dal buio della stanza. Le luci si accesero e io potei finalmente osservare la stanza in tutta la sua oscena e laida maestosità: un ragazzino di circa quattordici anni giaceva immobile all’interno di una grossa teca di vetro, la sua bocca era come deformata e grumi di sangue si accumulavano sui lati delle labbra fino giù al mento e sul petto acerbo. Con lui, nella teca, sedeva un piccolo agnellino che, soltanto in un secondo momento, capii che era imbalsamato (e imbalsamato male, aggiungerei). Respiravo a fatica, non capivo quello che stava accadendo e sentivo di trovarmi altrove – altrove in senso assoluto, non qui tra voi esseri umani, ma in un altro posto. Forse una fantasia malata, forse dietro le quinte.

 

Astro del Ciel, pargol divin,

    Mite agnello, Redentor,

    Tu di stirpe regale decor,

    Tu virgineo, mistico fior,

    Luce dona alle menti,

    Pace infondi nei cuor.

 

Ecco quello che ti dicevo. Questo è l’indifeso signorino B., non lo ricordi questo virgineo fior? Io intanto rigurgitavo la pizza con le scarole di cui mi ero impinguato poche ore prima e i filamenti verdastri che mi uscivano dalla gola sembravano dare un tocco natalizio a quell’ambiente – avrei proprio avuto bisogno di un inibitore della pompa protonica dello stomaco. L’indifeso e virgineo signorino B.? Riuscii a dire, masticando suoni amari. No, non lo conosco e poi perché lo tieni qua dentro? Poi il mio sguardo si pose nuovamente su quel pezzo di carne o materiale organico che avevo notato in precedenza: era una lingua, era presumibilmente la lingua dell’indifeso e virgineo signorino B. Il non più pallido signor D. mi raccontò che si trattava di quel ragazzino che era stato rapito qualche settimana prima e di cui si era tanto parlato (fino a che non c’era stato qualcosa di più accattivante e comunque non c’è paragone: saranno anche un po’ scontate, ma le prostitute fatte a pezzi e disseminate in differenti luoghi hanno sempre il loro fascino mediatico e sono un vero e proprio must irrinunciabile e imperdibile). Il virgineo e indifeso signorino B. era proprio il figlio del luciferino e rampante imprenditore P. Perché gli hai tagliato la lingua? Chiesi e subito dopo mi accorsi di aver pestato un altro pezzo organico che, sotto la pressione del mio piede, si era spappolato fino a ricoprirmi l’unica scarpa decente che possedevo e con la quale dovevo farmi tutte le feste natalizie. Il non più pallido signor D. non sembrò interessato alla mia domanda e mi porse un bicchiere d’acqua. Rifiutai, ovviamente.

 

Astro del Ciel, pargol divin,

Mite agnello, Redentor,

Tu disceso a scontare l'error,

Tu sol nato a parlare d'amor,

Luce dona alle menti,

Pace infondi nei cuor;

Luce dona alle menti,

Pace infondi nei cuor.

 

Il non più pallido signor D. mi chiese come, a mio avviso e secondo la mia esperienza, potesse continuare a torturare quel ragazzino e si dilungò sulla descrizione di una serie di pratiche che non mi sembra il caso di riportare. Io gli chiesi, invece, cosa c’entravano il socialismo e la barbarie in quello che stava facendo e perché avesse smesso di amare. Il non più pallido signor D., mentre accarezzava un coltellaccio incrostato e il virgineo e indifeso signorino B. piagnucolava silenziosamente, mi espose la sua teoria: la classica cosa del “noi siamo il 99% e loro soltanto l’1%” e che, quindi, basta semplicemente che l’1% compreso nel 99% decida di accollarsi un ricco e torturarlo e/o massacrarlo direttamente (a seconda dei gusti e delle attitudini di ogni singolo rappresentante di quell’1%) che la situazione si risolve. Cioè, non è che si risolva però magari è già un passo in avanti. Sentivo le pulsazioni negli occhi e la luce bassa mi regalò anche un piccolo incubo/visione: ebbi l’impressione che l’agnellino accennasse a un movimento, il virgineo e indifeso signorino B. sembrava comunque sperarlo. Devo ammettere però che, dal punto di vista meramente statistico, il discorso del non più pallido signor D. non faceva una piega. Per il resto, era una grande idiozia.

 

Luce dona alle menti,

Pace infondi nei cuor;

Luce dona alle menti,

Pace infondi nei cuor.

 

Poi aggiunse qualche altro dato (il non più pallido signor D. era sempre stato uno studioso attento e un preciso analista del presente). Il capitale del rampante imprenditore P. ammonta a circa otto miliardi di euro, ti trovi? Bene, ora mettiamo che per vivere una vita dignitosa e senza eccessi una persona necessiti di circa duemila euro al mese, quanto fanno in un anno? Bravo: ventiquattromila euro. Moltiplica questa cifra per ottant’anni e vedrai che si arriva a stento a unmilionenovecentoventimila euro. Ora dividi otto miliardi per unmilionenovecentoventimila euro, sai quanto fa? No, ovviamente. Te lo dico io: quattromilacentosessantasei virgola sei periodico. Dunque, con il capitale di un solo uomo, capitale annuo ovviamente, più di quattromila persone camperebbero per ottant’anni con duemila euro al mese, non ti sembra incredibile? Se poi consideri che si potrebbe anche andare verso una contrazione dei consumi, si potrebbe ipotizzare – ma sto studiando ancora – che tutto il denaro circolante oggi nel mondo basterebbe a gran parte della popolazione mondiale per campare una vita dignitosa. Il non più pallido signor D. cominciò a tremare, lo presi sotto braccio e lo portai verso l’esterno dell’appartamento.     

 

Quando chiamai la polizia, il non più pallido signor D. era ancora al mio fianco. Era piombato in uno stato di prostrazione, piangeva stringendo la barba di Babbo Natale e cantava singhiozzando Astro del Ciel. Non si oppose per nulla, mentre il virgineo e indifeso signorino B. abbracciava l’agnellino dal quale colavano sozzi liquami. Mentre lo portavano via chiese di poter avere con sé il pupazzo di Paperon de’ Paperoni, ma il poliziotto gli diede un ruvido spintone stirandogli il trapezio della spalla. Io comunque mi riproposi di andare in carcere a trovarlo e di portargli quello che evidentemente era il suo pupazzo preferito. Quella notte, ricordo, le vongole avevano uno strano sapore, ma non era l’amarezza di quanto accaduto in quella strana vigilia di Natale del duemilaquattordici, era soltanto colpa di quella maledetta (e croccante – in bocca) sabbia che si annida sempre a inceppare i meccanismi delle nostre infinitesime felicità.    

 


1) Se volete un assaggio di quanto possa essere realmente una brutta bestia questa vita bestia che viviamo possiamo suggerirvi la lettura di un racconto in cui il protagonista è proprio un uomo bestia e il suo tranquillo e insensato destino partenopeo nel vuoto dei Quartieri Spagnoli, dove, tra i silenzi imposti e le grida di piacere e di ubriacatura vitalistica, la sofferenza raggiunge profondità delie. Cfr. Una brutta bestia.

2) Strano personaggio davvero questo Dieci Accendini N’Euro, bislacco sofferente come pochi, distrutto dalla vita bestia anche lui (ma diversamente dall’uomo bestia) eppure sempre pronto a vivere e ripetere il gesto dell’alzarsi tutte le mattine, a volte mi capita di pensare che un uomo del genere dovrebbe essere d’esempio per tutti – d’esempio per i nostro tempi, ovviamente, non esempio nel senso di un’universalità della condizione umana. Cfr. 10 accendini neuro

3) Non si tratta di quello strano e cupo personaggio che fece anche – mi sembra – una brutta fine ed era protagonista di un racconto che portava proprio questo strano titolo austiniano del XIX secolo, carrozze cavalli bianchi e matrimoni, guerre nei Balcani e robe di questo tipo – va da sé che il fatto è molto strano dal momento che non è un nome oltremodo usitato neanche in certi ambienti colti e raffinati. Cfr. Fitzwilliam Darcy

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