“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Venerdì, 12 Settembre 2014 00:00

Sono dietro di te (parte 1)

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Sino a un certo punto lottò e si coperse gli occhi,
ma poi vinto dal desiderio e sbarrati gli occhi,
corse a quei morti e:
“a voi” disse “sciagurati, saziatevi di questa bella vista!”.

(Platone, Repubblica, IV, 440a)

 


Nothing is real

(Strawberry Field Forever, John Lennon)

 

 

INTRODUZIONE


Per raccontare come si deve questa storia bisognerebbe partire dall’infanzia, o addirittura dalla nascita del protagonista: io. Forse sarebbe un’esagerazione, ma del resto come faccio a sapere da che punto partire per raccontare la storia della mia vita?

Non voglio certo annoiarvi con la descrizione dei miei genitori, dei miei parenti, eccetera, ma credo sia opportuno quantomeno fare una piccola premessa prima di andare al sodo. Sto divagando, per la miseria, è cosi difficile cominciare una storia che quasi quasi mando tutto a monte. Ok, mai farsi prendere dal panico, calma ragazzo respira… Dunque, dove eravamo rimasti? Facciamo così, tralasciamo tutti i particolari riguardo i miei natali, i miei dati anagrafici e il mio aspetto fisico, ci sarà eventualmente modo di approfondire qualcosa del genere in seguito (se il racconto lo richiederà), e concentriamoci momentaneamente sul carattere del personaggio, così da dare un senso più diretto a questa introduzione. Iniziare bene una storia non è cosa da poco del resto, anzi è la parte più difficile del racconto, soprattutto per quanto riguarda narrare una storia vissuta come quella che vi sto proponendo, e già, perché quando è iniziata non avevo idea che sarebbe stata una storia da raccontare, forse ero distratto, sovrappensiero, non mi ero reso conto della portata della cosa e quindi adesso mi tocca scavare nei meandri dei miei ricordi (purtroppo non ho una buonissima memoria) per dare un accenno di fedeltà alla genesi degli eventi. Del resto chi di voi ricorda con precisione cosa ha pensato quando è iniziata la sua storia? Intendo dire la sua storia su questa terra, chi di voi in parole povere ricorda l’attimo preciso di quando è nato? O di quando è andato per la prima volta in bagno a defecare? O la prima sigaretta fumata? Insomma, all’inizio siamo distratti, non diamo valore alla cosa. Certo, nel primo esempio fatto, quello della nascita, non abbiamo facoltà mnemoniche tali da poter ricordare il parto, ma in linea di massima il discorso coincide. Quindi, o per mancanze nostre o per altro, bisogna prendere atto che abbiamo un’enorme difficoltà ad essere mentalmente presenti quando sta per capitarci un evento a sorpresa. Ci sarebbe da aggiungere una piccola precisazione da amante della logica quale sono; ciò che inizia è in realtà quel che di volta in volta si sussegue. Mi spiego: se ho bisogno di fare cacca, ed è la prima volta che sto per compiere questo atto, ciò è dovuto al fatto che ho mangiato, e sarà molto probabilmente la prima volta che ho mangiato, ma se ho mangiato è perché evidentemente per la prima volta ho avuto fame e cosi via (non ci sarebbe molto da continuare; se si ha fame per la prima volta vuol dire che si è da poco venuti al mondo). Tutto questo mi fa giungere ad una riflessione; il problema dell’inizio forse non è tanto ricordare gli eventi che hanno dato il via alla storia, quanto capire quali siano tali eventi se, come abbiamo visto, una cosa che sta accadendo può aver iniziato il suo processo eziologico già da tempo ed essersi messa poi in atto per un semplice principio di causa-effetto.
Devo aver letto da qualche parte che ci sono momenti nella vita che fanno da linea di demarcazione tra quello che era successo fino a quel punto e quello che viene dopo. Sinceramente non credo che sia proprio così, mi sembra irragionevole pensarlo, il più delle volte le belle intuizioni dei romanzi sono più affascinanti per la loro raffinatezza poetica che per effettiva rappresentazione realistica del mondo. Voglio dire, se ad un certo punto della mia vita mi sposo è perché tempo prima ho incontrato la donna della mia vita, per esempio, e se l’ho incontrata è perchè quel giorno ho fatto una determinata azione piuttosto che un’altra, e così di fila andando a ritroso, oserei dire, fino alla nascita (unica cosa non decisa da me). Insomma, credo di aver reso grossomodo bene l’idea su come la vedo in merito ai fatti dell’esistenza e delle tante situazioni che si intrecciano sul nostro cammino influenzando la nostra storia. E la mia storia invece? Dunque, è andata via quasi una pagina e mezzo e la mia storia non è ancora iniziata. Le basi concettuali su cui poggiare il racconto credo siano però abbastanza solide e chiedo scusa se sono stato un tantino prolisso rischiando così di annoiarvi prima delle fatidiche cinque pagine, ma sono uno che dà molta importanza alle cosiddette ragioni per agire e quindi se non mi sembra di aver detto tutto secondo logica non vado avanti. Va bene, possiamo cominciare, dunque: mi chiamo Giovanni Reale e sono un assassino.                                                               

 

CAPITOLO 1

Il mio nome, come ho già detto, è Giovanni e faccio l’infermiere. Ebbi natali in quel di Nordavalle nel lontano 7 luglio 1980 (questo è quel che mi hanno detto). Ho avuto un’infanzia del tutto anonima. Da piccolo leggevo fumetti e guardavo film horror, i cartoni non li ho mai sopportati, mi piaceva ascoltarne solo le sigle poi cambiavo canale in cerca di qualche sit-com americana (visto che al mattino a quel tempo era più facile che trovare un film), in compenso giocavo spesso con le bambole. Ricordo che inventavo delle vere e proprie storie con quei pupazzi. Ce ne erano di ogni tipo, avevo le classiche Barbie, che fungevano da eroina del mio film, poi c’erano i pupazzi della TV, come ad esempio lottatori, soldati o veri e propri personaggi tipo Rambo e Indiana Jones, e poi c’erano loro… i mostri, da quelli classici tipo Dracula, Frankenstein e il lupo mannaro a quelli più sperimentali tipo l’uomo polipo e l’uomo scarafaggio. Le scene più belle erano sicuramente quelle di sangue dove la Barbie di turno finiva sotto le grinfie del killer o del mostro ricoperta di un bel rosso pennarello che poi, nonostante ore di lavaggi sotto il rubinetto, non veniva più del tutto via. Comunque non disdegnavo i lunghi dialoghi, ricordo, ad esempio, che Rambo aveva una certa padronanza nella recitazione. Scherzi a parte, era davvero un piacere maneggiare quei giocattoli, decidere le loro sorti nel bene e nel male. Rammento che provavo sempre un piccolo senso di rimorso quando decidevo di ucciderne uno, ma quella sensazione di potere mentre imitavo la loro voce morente e toccavo la loro carne di plastica inanimata mi ripagava di minuti e minuti di dialoghi pesanti che mostravano qua e là i buchi della sceneggiatura (del resto avevo solo 7/8 anni). Qualche storia la ricordo ancora, non perché abbia buona memoria (come già ho accennato), semplicemente perché in seguito l’ho scritta. Verso gli 11 anni pensai di immortalare su di un quaderno le storie che creavo con i miei giocattoli, visto che la passione di giocare con loro nonostante l’età non stava scemando. Raccolsi cosi una dozzina di racconti, per carità, brevissimi, in realtà erano solo dei soggetti che poi andavo ad ampliare una volta impugnati i miei attori che, in perfetto canovaccio, allungavano il brodo fino a far diventare un soggetto di 10 righi un film/gioco di 2 ore. Alcune di queste storie diventarono dei veri e propri classici che riproponevo ogni tanto cambiando qualche pupazzo per rendere il tutto ogni volta nuovo anche se identico nella sostanza. Film/gioco tipo: La locanda del sadico, Il mostro che mangiava le bambole, Frankenstein e Dracula amici di bagordi, Attimi di follia. Questi erano sicuramente i più riusciti, adesso ve ne racconto un paio, cosi senza impegni, non le ho mai fatte leggere a nessuno, ma vista la confidenza che ci lega (ma chi vi conosce?! Forse sto solo scrivendo per me stesso), dato che più tardi vi racconterò dei miei reali delitti di adulto, non vedo perché mantenere ancora il riserbo sui miei finti delitti di bambino.

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