“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Mercoledì, 29 Ottobre 2014 00:00

Sono dietro di te (parte 4)

Scritto da 

Ho iniziato questo processo di interpretazione dei miei raccontini adolescenziali qualche anno fa quando mi decisi, dopo diverse riflessioni, a incontrare una psicologa. Era una dottoressa di circa una quarantina d’anni, belle gambe, acconciatura e vestiario sempre curati e un viso accademico, con quegli occhialini classici che ti permettono di guardare l’oggetto d’indagine (in questo caso io) in modo asettico ed austero. Com’è ovvio che sia non le raccontai mai nulla delle mie reali azioni, mi limitai a farle presente alcune mie fantasie innocue e qualche sogno ricorrente.

All’epoca sognavo spesso di trovarmi a conversare con persone di mia conoscenza, parenti, vecchi amici di scuola o concittadini che nel dialogo sostenevano affermazioni assurde, tanto assurde da risultare stonate anche all’interno della ragione onirica di un sogno che ha già di suo un salto enorme con il reale. Ricordo un sogno dell’epoca; sognai che ero alla veglia funebre di mia nonna da parte di madre (nella realtà già morta da anni). In salotto c’erano tutti i miei parenti a commemorarla ed accompagnarla nell’ultimo passo. Ad un certo punto della serata mi diressi nella camera da letto dove giaceva mia nonna. Era immobile come si conviene ad un cadavere, la osservavo indifferente e notavo il pallore della pelle e l’immobilità del corpo, poi d’un tratto si mosse. Fece un gesto semplice e fulmineo, spostò il braccio sinistro, che precedentemente era posato sul petto insieme all’altro, portandoselo dietro la nuca, come per assumere una posizione più comoda e rilassata. Nel farlo emise un flebile gemito. Non un vero e proprio lamento, sicuramente non di dolore, quanto più un sospiro, di quelli che emetti nel sonno quando per un attimo ti desti dal torpore e ti aggrappi in un sussulto di un secondo alla fase di veglia che contraddistingue la vita reale. In tutto questo io rimasi immobile, aspettai per qualche secondo un altro suo movimento e dopo poco la mia nonnina mi accontentò spostandosi sul fianco. A quel punto non attesi oltre, mi recai nuovamente nel salotto dove c’erano tutti i miei parenti e raccontai con stupore quanto appena visto esortandoli a seguirmi nuovamente nella camera di quella strana morta irrequieta. Ma a quel punto inizia una strana conversazione con zii e cugini i quali mi fanno presente che non c’è niente di strano e anomalo. “È morta” mi ripetono più volte, ma io insisto – “zio, si è mossa” – “non preoccuparti” fa lui, “è normale. Si muove, lo sappiamo, ma sostanzialmente è morta”. “Diciamo che al 70% è morta”, fa mio cugino di rincalzo e poi in coro tutti i parenti “è morta, è morta”. Rimango in silenzio ad osservarli poi un lamento tuona dall’altra parte della casa, stavolta pregno di dolore, come se la defunta stesse ascoltando quegli strani discorsi e volesse esprimere ancora tutto il suo disperato attaccamento al mondo dei vivi. Vorrei correre verso quel suono terribile, ma una zia mi appoggia la mano sulla spalla e con un sorriso flebile mi arresta. La guardo stupito, vorrei chiederle cosa significhi tutto questo e lei, senza cambiare espressione, prima che io parli mi dice: “Stai tranquillo, è tutto a posto. Io direi anche 80%, fidati. È comunque morta”. Non riuscivo a credere a tutto questo, non riuscivo a darmi una spiegazione. L’assurdo di quel comportamento da parte dei miei familiari mi era anomalo e trasformava il tutto in un incubo asfissiante e grottesco. Mi misi seduto ad osservarli. Sembravano un unico corpo che si muove in sincronia, una massa di volti che esprime un solo individuo. Tra la folla però incrociai il viso di mio padre, mi fissava malinconico, aveva un’espressione sconfitta e avvilita, ma sembrava accennare un leggerissimo sorriso di accondiscendenza nei miei confronti. Si avvicinò lentamente e mi prese la mano. Per un attimo mi parve di sentirlo parlare, ebbi la netta sensazione che mi dicesse qualcosa, ma continuando a fissarlo notavo che le sue labbra erano immobili. Mi accarezzò il viso ed io gli sorrisi. Andammo via insieme pochi istanti dopo.

Raccontai questo ed altri sogni del genere alla mia psicologa. Mi disse che erano tutti strutturalmente uguali e li riassunse con questo schema: c’è un evento che il soggetto somatizza come importante ed un susseguente rifiuto da parte del mondo circostante a riconoscerlo nella stessa misura del soggetto. A detta sua questo genere di sogni era normale, andava semplicemente controllato poiché se questo tipo di immaginazione persisteva faceva sì che il soggetto in questione col tempo perdesse valore nel senso comune rischiando di isolarsi dal resto del mondo. Andavo quindi indirizzato verso una corretta visione dei rapporti interpersonali e stimolato a relazionarmi con più persone possibili, soprattutto quelle con un’evidente diversità di carattere rispetto al mio. Aggiunse che avevo una spiccata indole alla razionalizzazione, a parere suo anche eccessiva. In poche parole, disse, avevo un comportamento che rischiava di incepparsi per eccessivo ragionamento. Mi descrisse come insicuro e timido aggiungendo che il binomio “insicurezza-alienazione” era la radice di un’esistenza infelice e problematica. Non ho mai raccontato alla dottoressa che la notte stessa in cui delineò questo mio profilo psicologico la sognai. Era in camice bianco (nonostante lei non avesse mai il camice bianco durante le nostre sedute) dal quale spuntavano delle eccitanti gambe nude, lisce e ben proporzionate con ai piedi scarpe con tacco 12. Nel sogno non proferiva verbo, in realtà mi pare non ci fosse il minimo rumore, era come se si stesse tutti e due in una stanza sperduta nello spazio profondo dove, in assenza di atmosfera, il suono è inesistente. Mi fissava e giocava con gli occhiali passandoseli sulle labbra come fanno le famose pornostar quando interpretano il ruolo della dottoressa o della prof. Io me ne stavo seduto su di una comoda poltrona in pelle nera a farmi psicanalizzare tutto, un grosso coltello poggiato per terra distoglieva di tanto in tanto il mio sguardo da lei. A quel punto la strizzacervelli iniziava ad assumere pose più sexy e conturbanti in modo da destare di nuovo la mia attenzione. Si toglieva il camice e sfoderava un corpo da quarantenne niente male, si piegava sul tavolo, ondeggiava il sedere ottenendo in tal modo l’ovvio risultato di farmi toccare nelle parti intime, ma nel farlo mi ferivo pesantemente alla mano, come se qualcosa di appuntito fosse lì nelle mie mutande e alla visione del sangue mi svegliai. Ricordo con precisione che provai tutta la mattinata a fare un’interpretazione il più razionale possibile del sogno appena fatto, sicuro com’ero di non raccontarlo all’altra protagonista. I suoi discorsi mi avevano influenzato, pensai. Era sicuramente una donna piacente e non era la prima volta che fantasticavo su di lei, ma stavolta il discorso che aveva fatto nell’ultima seduta, dove diceva, facendo un mio quadro psicologico, che dovevo essere invogliato a relazionarmi con il mondo, aveva scatenato questa visione onirica di lei che rappresentava la realtà circostante intrigante e seducente che cerca di distogliermi dalle mie pulsioni violente, rappresentate dal coltello per terra. Non seppi però dare una spiegazione all’altro coltello, quello che avevo tra le gambe, invisibile perché coperto dalle mutande, ma tangibile eccome, visto che mi aveva aperto di netto la mano facendo fuoriuscire una gran quantità di sangue. Forse se glielo avessi raccontato mi avrebbe detto che quella ferita così stranamente provocata da un’arma a dir poco non convenzionale simboleggiava il fatto che ormai, qualunque cosa io facessi, il risultato era inevitabile e cioè la sete di sangue da appagare. Probabilmente ero in una situazione irreversibile, non ci sarebbero più state teorie psichiche valide a riportarmi sulla retta via. O forse significava altro, magari poteva simboleggiare il fatto che se avessi spostato la mia attenzione dalle pulsioni omicide a quelle del vivere civile come può essere il sesso (un sesso regolamentato, s’intende), avrei semplicemente amputato una parte di me rimettendoci quindi io. Ad ogni modo, è da quella volta che ho iniziato a razionalizzare ancora di più i miei pensieri e il mio comportamento andando a rileggere con nuovi occhi anche queste stupide storie adolescenziali che sto trascrivendo in questa sorta di intimo e confessionale diario segreto. Tutto sommato quindi il lavoro che si prefiggeva la mia terapeuta e cioè staccarmi da questa razionalizzazione che a detta sua era eccessiva per riscoprire l’immediatezza e i pregi dell’istinto eliminando quei caratteri di timidezza ed insicurezza, ha ottenuto l’esatto contrario, ossia rendermi ancora più ancorato a quelle connessioni logiche menzionate all’inizio di questa storia per le quali senza di esse mi pare impossibile tracciare un percorso esistenziale ragionevole che sia pure una semplice passeggiata in città, figuriamoci quindi un atto rivoluzionario come l’omicidio gratuito. Sempre di più, a questo punto, riaffiorava in me il desiderio di comprendere i motivi delle mie azioni, convinto com’ero (e come sono tutt’oggi) del fatto che non ero né pazzo, né stupido e che l’azione delittuosa veniva quindi fatta per ragioni, adesso ne ero certo, assolutamente razionali e, se non condivisibili, quantomeno ragionevoli e quindi non del tutto biasimabili. Tornai altre volte dalla dottoressa, ma alla lunga mi stancai delle sue diagnosi, e non ci furono più né ulteriori sviluppi sulla faccenda alienazione/insicurezza, né nuovi miei caratteri psicologici rilevati o rilevanti. Non le dissi che non ci saremmo mai più rivisti, semplicemente un giorno, mentre ero seduto sulla sua poltrona decisi, in quello stesso istante, che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. La salutai come al solito con un arrivederci, senza mai più vederci.

Ma veniamo a noi. Ho detto che la rilettura di Attimi di follia mi sorprese e, se ricordate, ho anche affermato che i miei precedenti delitti erano stati del tutto arbitrari, ebbene, adesso mi spiego. Nel 2001 avevo ucciso Martina, poi Fanny e Jessica. I loro omicidi nacquero semplicemente dal gusto di uccidere. Attenzione, non per quel sapore di farla franca e nemmeno per il piacere di trasgredire fine a se stesso, ma semplicemente per un senso di giustizia. Una giustizia tutta mia, infatti pensavo: poiché ho queste tendenze a tal punto che sin da bambino fantastico su di esse (avevo appena riletto Il mostro che mangiava le bambole) è giusto, e ripeto “giusto”, assecondarle mettendole in pratica. Quando vidi che dopo il primo omicidio (quello di Martina) non provavo alcun rimorso, ma anzi un certo godimento decisi di continuare e ne uccisi appunto altre due. Poi mi capitò tra le mani Attimi di follia e pensai: perché traspare questa disperazione nel personaggio di Sam? Io non sono disperato. Perché Dick è cosi indifferente nell’atto di ammazzare, tanto che l’omicidio sembra non appartenere ad una sua azione? Io non sono indifferente quando uccido, anzi cerco una logica di base per ogni mia azione. Perché Margaret ha un’aria cosi indifesa e inutile, tanto da estraniarsi dall’idea comune che ho di vittima? Io non cerco e non voglio vedere questo nelle mie vittime, al contrario, desidero che siano terrorizzate al pensiero di abbandonare la vita. Ma soprattutto, perché questo titolo? “Attimi di follia”. Come se tutto in fondo non fosse stato altro che un momento irrazionale che ha accompagnato tre personaggi verso il loro destino involontariamente. Ma io non uccido perché sono pazzo, irrazionale. Io uccido in piene facoltà mentali, uccido perché è giusto! Dovevo capire, sforzarmi di ricordare cosa diavolo mi passava per la testa a 11 anni o giù di li. Ricordo la gioia che provavo in quelle illusioni che mi inventavo, con quei pupazzi monoespressivi che mi apparivano come i migliori interpreti hollywoodiani. L’immedesimazione nei personaggi creati poi era totale. Ho pianto per ore alla morte di Samantha, una tristezza accompagnata però sempre da una grande soddisfazione. Del resto IO ero il demiurgo, l’artefice unico dei loro destini. E se avevo deciso di far morire Samantha, perché ribellarmi al destino che avevo creato per lei con una lacrima? “Va bene” pensai, “diamo spazio alla lacrima” del resto se vuole farsi largo sul mio volto per commemorare una bambola trucidata è perché è naturale che succeda, voglio dire, nessuno mi obbliga a piangere per lei. È come per Sam, anche lui prova un certo dolore dopo la morte della sorella, ciò non toglie che quel delitto fosse per lui ancora un atto dovuto. Nessuna contraddizione quindi, una lacrima non cancella una decisione e soprattutto un’azione già compiuta. Il giocattolo di Samantha era morto perché doveva morire, perché cosi avevo deciso e quindi era giusto. Martina la decapitai allo stesso modo, lo avevo semplicemente pensato, di più, lo avevo desiderato, anelato, Martina DOVEVA morire. Era stata con me quella notte, aveva bisogno di aiuto, di sfogarsi, l’avevo aiutata ad alleviare le sue pene d’amore, avevo tutto il diritto di chiedere qualcosa in cambio. Ecco. Questa è la conclusione alla quale giunsi. Chiedere qualcosa in cambio. Questa è la cosa fondamentale che capii quando mi fermai a riflettere sul racconto Attimi di follia comparato ai miei tre delitti. Martina, Fanny e Jessica erano troppo lontane dai miei giocattoli. Ero stato padrone solo della loro morte, non della loro vita. Ero diventato come Dick, indifferente e ubriaco di irrazionalità. Mi ero solo illuso quindi di emulare John (ad onor del vero John in realtà non è mai stato comunque un modello a cui ispirarmi, era più che altro un personaggio poco sviluppato con pulsioni erotico matricide probabilmente represse). Dovevo riacquistare i miei giocattoli. Stavolta non di plastica, ma di carne vera. E questa fu la svolta. Decisi cosi di iscrivermi ad infermieristica, studiai tre anni e poi finalmente al lavoro. Potevo cosi permettermi di seguire, coccolare e guarire la mia preda. Una volta guarita avrei sentito quel soggetto finalmente mio. Finalmente un oggetto in mio possesso, un giocattolo nuovo e bellissimo. Sarei tornato bambino con gli ormoni a mille e lì, in fine, avrei potuto decidere in giustizia e razionalità come finire il mio gioco. Ero entusiasta di ciò che per ora avevo solamente ideato, e mi sentivo anche un po’ esaltato, lo ammetto, ma capii subito che non sarebbe stato facile. Il primo giorno di lavoro, ovviamente, dovevo soltanto fare esperienza. Non potevo certo mettermi a caccia del pupazzo così, senza un minimo di cognizione e, oserei dire anche, di ritegno. C’era da stare calmi e rilassati, dovevo studiare tutto nei minimi dettagli, capire come muovermi nell’intera struttura e soprattutto avere padronanza del mio ruolo. Non dimentichiamo che dovevo avere la capacità di curare un paziente, legarlo a me, farlo affezionare come un cane al suo padrone e per ottenere questo dovevo capirlo in ogni suo minimo gesto ed espressione, insomma, amarlo davvero. Decisi quindi di starmene buono per un tempo che andasse dai 6 ai 10 mesi. Mi prefissai insomma che prima di un anno di lavoro avrei raccolto i miei frutti. Le prime settimane passarono abbastanza velocemente, arrivai a due mesi di lavoro e mi bastarono per avere una certa padronanza del campo. Certo, di tanto in tanto dovevo chiedere il parere o l’aiuto di un collega, ma tutto sommato me la stavo cavando egregiamente, e le mie richieste di aiuto diminuivano ogni giorno di più fino a che, dopo tre mesi effettivi di lavoro, incominciai finalmente a guardarmi intorno per cercare il mio giocattolo. Una cosa non l’avevo messa in conto però, quella che da un momento all’altro potesse arrivare qualcuno a rovinare i piani, diciamo una vera e propria sorpresa, un imprevisto. L’imprevisto arrivò, si chiamava  Barbara!

 

(continua...)

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook