“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Martedì, 23 Settembre 2014 00:00

Stillicidio di una drupa

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L’ampolla, contenente un liquido di un verde torbido, ondeggia di fronte a me; il suo colore cupo sembra pulsare dinnanzi alle fiamme del fuoco che, alle mie spalle, si sta mangiando allegramente un paio di ceppi secchi.

La cupa e ingannevole immobilità del liquido, sembra contrastare con l’agitazione che regnava nella grande lavatrice, dove l’acqua ribolliva e le piccole, ovoidali, drupe saltellavano impazzite. Un bagno come palliativo per essere state strattonate, separate dalle foglie e poi sparate come proiettili da un macchinario infernale simile a uno di quelli che lanciano palline da tennis a ripetizione.
Quante drupe ci sono in questo modesto contenitore di vetro? Quante piccole lacrime di liquido oleoso? Se penso a quanto sia minuscolo quell’ovetto nero e verde, a quanto hanno dovuto sfregare, quegli aguzzi pezzi di nocciolo, per riuscire ad estrarre una goccia dalle polpe, la mia mente non riesce a tenere il conto. Si perde, accecata dal lavorio di una violenza perpetrata dall’interno della drupa stessa e moltiplicatasi innumerevoli volte.
Un filo di liquido verde erutta dal piccolo becco proteso e civettuolo della bottiglia, e sembra quasi cadere a rallentatore. Lo osservo impregnare il pane fragrante, leggermente brunito, lo guardo riempirne le bianche cavità porose. Una pozza vischiosa si allarga lentamente sotto quella massiccia fetta bianca, andando a confondere i coloratissimi arzigogoli della ceramica tradizionale del piatto su cui poggia.
C’è poi la chimica: è necessario rompere un legame, separare acqua e olio. Tuttavia la linearità di questo processo porta con sé un’impurità, una piccola patina che permane e che porta un nome da megera: morchia. Un nome da massaia porta invece la sansa, la parte solida: una volta che i noccioli e le bucce hanno fatto il loro lavoro, vengono eliminati per lasciare spazio al verde liquido denso che ora mi unge la punta delle dita.
"Pulisciti la bocca con una fetta di mela". Così mi incalza qualcuno porgendomi una scodellina con dei sottili spicchi biancastri che rilucono succosi alla luce del fuoco.
Non sono abituata a certe accortezze, sono sempre stata così sensibile al sapore dell’olio d’oliva che non ne ho bisogno.
Addento la fetta di pane ancora calda: la vischiosità del liquido sembra aderire alle pareti interne della mia bocca, vellutandole, e immancabilmente quel sapore asprigno che sono abituata a conoscere mi scivola in gola lasciando una scia di fuoco.
Avviene qualcosa di straordinario, una fusione tra l’olfatto e il gusto: o meglio, il gusto conferma le sensazioni olfattive provate in precedenza dall’odorato, come una sorta di anteprima.
Nella commistione di sensazioni che la mia bocca sperimenta, percepisco il sapore piccante del frantoio, quel leggero gusto di erbe aromatiche del leccino, l’amarognolo retrogusto del moraiolo e quello di muffa del pendolino.
Sento l’odore dei sacchi contenenti le reti, stese come enormi ragnatele tra un albero e l’altro; sento la puzza dei guanti da lavoro, che sembrano aver catturato tutta l’umidità novembrina e il sudore freddo di chissà quante mani. Assaporo la pesantezza della terra bagnata, di grosse zolle scure, della mentuccia calpestata e della nebbia mattutina, che avvolge le colline come una mano fantasma. Sento il freddo delle estremità e dei nasi che colano, la sensazione del sole che si alza e ti scalda la schiena.
Ricordo mattinate della mia adolescenza, in cui una famiglia intirizzita si infangava gli scarponi e si avviava lungo il crinale di una collina armata di cassette rosse che sembravano contrastare così tanto con quel paesaggio insonnolito. Il muschio verde che ricopriva i tronchi di quei vecchi olivi ritorti e spaccati era di un verde talmente brillante che spiccava esageratamente sui tronchi quasi grigi, suggerendo un rapporto parassitario ormai giunto al punto estremo. L’aspetto scaglioso dei vecchi vegliardi non sembrava essere un impedimento neanche per noi ragazzi che, impavidi, ci arrampicavano lungo di essi e ci accomodavamo nell’alcova di un ramo per raccogliere le drupe più irraggiungibili.
L’arcigno rastrello di metallo pettinava quei rametti sottili, scatenando una pioggia di olive che, rotolando e saltellando, andavano ad accumularsi nelle depressioni del terreno: il telo, una volta finito, sembrava increspato di onde nere.
Ora sono qui, reduce delle fatiche della raccolta, al caldo, insieme a persone, ad amici che parlano. Sono lontana anni luce dal silenzio che ovattava la raccolta, dal freddo della collina bagnata e dalla pesantezza degli strumenti di lavoro. Eppure non sono mai stata così vicina alla vera essenza del lavoro umano, condotto per trarre succhi dalla terra, ma al tempo stesso per goderne in compagnia.

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