“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 10 Maggio 2014 00:00

Nero

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Ho letto da qualche parte che gli scrittori scrivono sempre la stessa storia. Forse anche i pittori, mi sono detta, dipingono sempre la stessa tela. Forse anche io, dipingo sempre la stessa tela. Camminavo stamane, andavo verso lo studio. Era mattina presto, e mi ero alzata con così tanta voglia di dipingere, così tanta voglia, che tutto mi pareva un inciampo, un accidente. Così andavo rasente ai muri, guardando a terra, per non rischiare di incrociare nessuno, per tenere tutto dentro. Dovevo solo dipingerla, dovevo buttarla dentro, tutta quella voglia, così appena arrivata mi sono messa al lavoro, e ho dipinto, sempre, senza fermarmi. Il mio assistente mi guardava senza capire, ma io non c’ho badato. Ho fatto finta di niente, ho continuato. Niente, nulla doveva toccare questo mio cuore stamane, null’altro dovevano guardare i miei occhi, se non il fondo trasparente dell’Arno, e la mia tela.

Gli scrittori scrivono sempre la stessa storia. I pittori dipingono sempre la stessa tela. Sì, forse si potrebbe dire lo stesso anche di me. Di certo lo pensano in tanti. Come quel mercante d’arte che è venuto la settimana scorsa: voleva qualche lavoro per il suo atelier, a Napoli. Mi ha chiesto anche informazioni per un ritratto, per una signora di Napoli sua cliente affezionata. È rimasto nel mio studio per un po’, tutta la mattina, fino al pomeriggio tardi, e ha guardato con attenzione tutte i lavori che ho in corso. Abbiamo chiacchierato, parlato di numero di pose, di dimensioni del dipinto, di trasferte, di tempi di realizzazione. Di costi, abbiamo parlato anche di costi.
Ne ho parlato io, a dire il vero, perché a lui non sembrava il caso. Signora, mi ha detto, non sporchiamoci le mani e i pensieri con questi discorsi. Maestro, ho replicato. Mi chiami maestro. Le vede queste mani?, gli ho detto. Mi ha fatto segno di sì con la testa, lui, il mercante d’arte. Ecco, sono sporche di nero, di giallo e di blu. Di acqua ragia e di calce. Lo vede questo callo? Questo qui, sulla mano destra? Lo ha scavato il pennello, anno dopo anno. E guardi, guardi pure qua sotto, sotto la casacca. Su, non si vergogni: guardi il mio petto. Ecco, quei colori costano, questo callo costa, questo cuore sventrato costa. Con questo dipingo, insieme a questa testa che ci sta sopra. Tutto questo ha un costo. Non ha replicato, il mercante, ha solo annuito. Solo dopo, solo alla fine, solo prima di uscire, dalla porta mi ha detto “Bello, potente”, indicando la tela poggiata al muro, quella su cui sto lavorando adesso. “Bello, potente, anche se, certo, non tutte le donne sono uguali”. Io allora l’ho guardato, l’ho guardato fisso negli occhi. L’ho guardato e ho capito che aveva paura. Paura che la signora, la sua cliente di Napoli tutta calze di seta e collana di perle, venisse fuori uguale a Giuditta, nel suo ritratto.
Meglio Giuditta che la fantesca, questo avrei risposto volentieri al giovane mercante, scarpe a punta e pantaloni a sigaretta. Meglio Giuditta che la fantesca, caro il mio Oloferne. Ognuno di noi, poi, è l’Oloferne di qualcuno, questo avrei voluto dirgli, ma non dissi niente.
Uno scrittore scrive sempre la stessa storia, un pittore dipinge sempre la stessa tela, questo dicono. Ma non è vero, non per me. Voi vedete Giuditta che decapita Oloferne, e basta. Giuditta, Oloferne, la fantesca, la spada, il lenzuolo bianco, i rivoli di sangue che colano a terra. Sempre. Ma non è questo, quel dipinto non è questo. Quella tela è tutto quel nero, quel nero fondo che sta alle spalle, dietro. È quello il dipinto, è quello il mio romanzo sempre riscritto.
Dentro quel nero denso e appiccicoso c’è tutto, c’è tutto il resto. C’è il fiume fermo fra gli argini, stamattina mentre attraversavo il ponte, ci sono i miei incubi sudati e pesti di stanotte. C’è la mia vita di adesso, e tutte le altre vite che avrei potuto fare se non fossi qui, ora. C’è il cielo di Firenze, e le donne del carnevale di Brasilia, culi sodi e piume in testa. C’è l’arte di ieri e quella di domani. C’è la Fontana di Duchamp, c’è la nuca della Venere degli stracci di Pistoletto, c’è il puzzo incandescente della plastica bruciata di Burri. C’è tutto il mondo, in quel nero fondo là dietro. Per questo lo dipingo e lo ridipingo, ogni mattina, buttandoci dentro sempre cose nuove, tutta la mia vita, e anche di più.
Il mio assistente non lo sa, non lo capisce, e anche se glielo spiegassi non lo capirebbe uguale. Ma voi, voi che siete dall’altra parte, voi potete capirlo, e allora guardate, guardate questo nero fondo e trasparente e pensate a me. Artemisia Gentileschi, sono io, qui e ora.

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