“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Quando si cerca di vedere dentro al paesaggio, di scorgervi le cose più remote, insieme a quelle più evidenti che si raggruppano nei primi piani del panorama, si estende sempre la vista come un morbido manto coprente, che elargisce delle sensazioni quasi tattili, concrete, al nostro occhio. In quel velocissimo momento in cui si tenta di abbracciare tutto insieme, senza, al tempo stesso, perderne in dettagli, l’organo della vista è sensibile alla materia come e più della nostra mano. Scorre sul terreno, sulla strada, scavalca ostacoli, s’impantana nei fossi e nelle depressioni per risalire come una lenta alluvione fin sul ciglio dei promontori e delle colline, o per impennarsi sui ripidi spigoli di un alto edificio.
Esso si svolge in un moto continuo, s’immerge ed ondeggia nei fluidi, si sofferma solo un istante su ogni forma per poi scorrere, avanzando fino al margine estremo dell’orizzonte, fin dove è lo stesso occhio a trovarsi di fronte al limite di ciò dietro cui non si può più guardare, quell’estrema lontananza che le immagini del nostro spirito riformulano in una favola, in un mito d’immaginazione che percepisce più di quanto il nostro sguardo riesca a possedere tutto in una volta.
Può accadere lo stesso quando il paesaggio è raccolto e restituito dalla patina della pellicola fotografica?

Psichedelico, dilatato, sinfonico, barocco, esoterico: l’uomo schizoide si reincarna dopo anni di confinamento silente nei meandri più bui della sua stessa lucida pazzia. E torna a vivere grazie alle prodezze di tre gruppi che hanno fatto, ognuno a proprio modo, la storia del rock progressivo italiano. E non solo.
Sì perché, quando si parla di “Prog”, si pensa immediatamente alle icone del genere, che, erroneamente, vengono identificate sempre e solamente in band straniere.

Mercoledì, 27 Marzo 2013 13:26

Movimenti

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Voce.

Tocca l’Africa per la prima volta il mio piede. Brucia la terra sotto la pianta del piede che, come un ferro rovente, cancella le mie impronte. Non mi muovo – immobile non per scelta, ma come necessità esistenziale, poco importa se logica o meno.

 

Posso muovermi! Posso muovermi, incontro la terra d’Africa: è come ubriacarmi. Tutte le mie percezioni sono alterate, non m’inganno, è come se sentissi di più. Il mio corpo è in ascolto completo, ma è difficile muoversi in questo stato, barcollo, cado spesso spaventato da qualche ombra. La gioia sembra andare al pari col dolore, entrambe aumentano. Il fuoco si è impossessato di me, tutto il torace è fiamma e non posso muovermi molto perché affanno. Non sono sicuro d’essere adatto per questa terra che pare respingermi. A passi lenti riesco a camminare tra la natura, alla quale resto indifferente. Sono sconvolto per tale potenza. In una radura colgo gli elefanti che si abbeverano e si abbandonano in giochi; l’immagine mi dà un dolore dilaniante alla testa, una pressione spaventosa alle tempie. Sudo. Mi muovo lento lento, quasi sembro stare; cado come un sasso.

C’è qualcosa nella quotidianità che non riesce proprio a essere “quotidiano” nel senso di una medietà assoluta, c’è qualcosa che rimane sempre in un doppio fondo, in una stramba piega della mente, come il senso di una immersione nella profondità, o di una malinconia della profondità, in poche parole: una piccola e delicata ossessione. Ed allora il nostro rapporto quotidiano con gli oggetti si macchia sempre di qualcosa di “altro” e, del resto, questa è la maledizione nostra propria, nostra nel senso “umana”, quella di vivere in un mondo di oggetti che ci circondano, ci danno una mano, più spesso ci dominano, sempre si posizionano lì muti ad osservarci, contenti del loro dominio assoluto su di noi.

Mercoledì, 27 Marzo 2013 02:53

Conversazione con Aldo Rapè

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Mutu è la storia di due fratelli che crescono nel silenzio e nell’incomprensione reciproca. È la messa in scena di quel sonno della ragione e del coraggio di vivere, che è l’humus di ogni sistema di vita mafioso. Il Silenzio che ha spento, nella sua forza vitale, un’intera società s’insinua ora nelle tragiche esistenze dei due protagonisti, che intrapresi due percorsi esistenziali diversi, si ritrovano insieme e intraprendono un serrato ed emozionante dialogo che riallaccia i fili della memoria contro il potere dell’oblio che invano aveva tentato di scioglierli e in cui sembra essersi smarrito il fratello mafioso (Saro).

Mercoledì, 27 Marzo 2013 02:12

"Non ero io"

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Un divano coperto da un lenzuolo bianco e una radio di legno sono gli unici arredi di scena. Il resto c’è già, il teatro ha trovato una casa ospitale, un luogo che trasuda teatro, che concentra e diffonde energie dionisiache.
Una donna (Imma Villa) entra dalla porta di casa. Indossa un cappotto nero lungo, un foulard sulla testa, scarpe grigie dalla punta tonda e il tacco pesante. In mano ha due valigie, sta entrando o rientrando a casa, è nervosa, agitata. Toglie il cappotto e spia nervosamente dalle tende. Accende la radio e le note di Maramao perché sei morto? ci trasportano subito negli anni ’40, fissando, insieme agli abiti, le coordinate di spazio e tempo della narrazione.

Martedì, 26 Marzo 2013 22:56

Evoluzione ed evoluzioni di un clown

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La città è un’isola del tesoro. Sepolti sotto i piani dei palazzi, dietro una scalinata esterna o all’incrocio di due vie, ci sono inestimabili ricchezze. Sono i luoghi senza tempo del teatro, posti dove si scatenano incantesimi capaci di trasformare le persone, mondi capaci di farti dimenticare il mondo dal quale sei venuto. Di tanto in tanto capita di fare una scoperta, di trovare dietro un cancello o accanto ad un negozio di animali uno di questi luoghi del tesoro.

Martedì, 26 Marzo 2013 19:29

Nel fondo del baule

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Esiste, in quel di Torre Annunziata, uno spazio che da sei lustri ripete come fosse un mantra la propria missione teatrale; questo spazio si chiama diffusioneteatro (scritto tutt’attaccato), la sua anima vivificante è Eduardo Zampella, sotto la cui guida l’istituzione (ché ormai d’istituzione bisogna parlare) festeggia quest’anno un trentennio d’attività; se ne effettua celebrazione approntando un cartellone che prevede un anno pieno pieno di teatro – di ottimo teatro – che dichiara già nel titolo della rassegna l’intento celebrativo del rito teatrale: Sarà festa tutto l’anno. Prendiamo anche noi parte a questa festa e ci accomodiamo da spettatori nello spazio di cui diffusioneteatro dispone all’interno della Chiesa Evangelica Luterana di Torre Annunziata, uno spazio che riscopriamo denominato Sala Nevia.

Martedì, 26 Marzo 2013 16:32

Tragedie della nostra umanità

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And if only fools are kind, Alfie, then I guess it's wise to be cruel.
La scena è già doppia, come riflessa allo specchio. Due sedie due attaccapanni, due bicchieri identici. Il tavolino è un cubo nero messo proprio al centro, a separare le due scene uguali. Da una parte c’è un uomo, dall’altra una donna. Indossano biancheria intima e si guardano allo specchio. Lo specchio siamo noi pubblico, è ognuno dei nostri occhi. Identici. Uno per l’uno l’altro per l’altra. E le nostre orecchie prestano ascolto alle confessioni di quei due esseri umani che partono già nudi. Sono orecchie di ascoltatori disinteressati e orecchie di giudici. Sono orecchie che ricordano una canzone della quale non conosciamo bene le parole.

Martedì, 26 Marzo 2013 11:31

Hannah Arendt

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"La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto"

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