“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Mercoledì, 27 Marzo 2013 11:35

Genesi e struttura di una sedia. Sedia sediola di Di Silvestre

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C’è qualcosa nella quotidianità che non riesce proprio a essere “quotidiano” nel senso di una medietà assoluta, c’è qualcosa che rimane sempre in un doppio fondo, in una stramba piega della mente, come il senso di una immersione nella profondità, o di una malinconia della profondità, in poche parole: una piccola e delicata ossessione. Ed allora il nostro rapporto quotidiano con gli oggetti si macchia sempre di qualcosa di “altro” e, del resto, questa è la maledizione nostra propria, nostra nel senso “umana”, quella di vivere in un mondo di oggetti che ci circondano, ci danno una mano, più spesso ci dominano, sempre si posizionano lì muti ad osservarci, contenti del loro dominio assoluto su di noi.

E allora, quella strana bestia mal evoluta che è l’uomo si trova ad accarezzare oggetti e a lavorare su di essi a partire da una memoria che è già sempre la costruzione di un ricordo adatto per il presente e se poi quella bestia è anche artista allora sa giocare con questi ricordi affioranti e buttarli giù, schiettamente e sinceramente, senza troppo pensarci. Senza eccedere in intellettualismi di sorta.

Ed è così che giungiamo all’interno di una mostra che sin dal titolo (anch’esso importante, eh!) mostra il gioco evanescente di una filastrocca che si impone a noi come esigenza di configurazione di un’infanzia già sempre perduta ma già sempre presente come costruzione materiale del ricordo. Il titolo della mostra è Sedia sediola e così già divertiti ci immergiamo e scopriamo questo strano mondo fatto di tele che rappresentano sedie. Sì! avete capito bene: tele che rappresentano sedie, sedie sulle quali compaiono trasparenti figure infantili.

Non ricordo chi, un po’ provocatoriamente e un po’ prendendo in giro certe forme dell’arte contemporanea, diceva che all’interno di una mostra lui non sapeva distinguere se quella sedia o quell’estintore fossero un’opera d’arte o normali oggetti di uso quotidiano. Questo mattacchione aveva indubbiamente ragione, se un orinatoio può essere opera d’arte attraverso la de-contestualizzazione, allora anche questa tastiera che sto pigiando con veemenza (perché alcuni tasti faticano a dare risposta – e già soltanto la veemenza che debbo impiegare per scrivere, impone una veemenza anche al pensiero e così via – giusto per continuare la riflessione sul dominio degli artefatti su di noi) potrebbe esserla se inserita all’interno di un proprio discorso creativo. L’arte insomma ha sempre più a che fare con gli oggetti di uso comune, quotidiani, medi, ma non li domina e li plasma, cede ad essi come (forse) è giusto che sia.

Ma Mauro Di Silvestre è paradossalmente un artista ben più classico di quanto questo articolo sembri mostrare. In effetti c’è qualcosa che permette di valutare “classico” il suo lavoro, sicuramente per la tecnica utilizzata e il figurativo preciso e ordinato, ma ancor di più per il modo con cui attiva una relazione di dialogo con l’oggetto e ne fa uno strumento allegorico di scavo nella propria memoria e nella memoria altrui. L’oggetto non è de-contestualizzato né imposto nella sua quotidianità, non è semplicemente questo oggetto qui, la sedia sulla quale in questo momento sono seduto a scrivere, bensì è veicolo di rappresentazione allegorica di stati d’animo. Cosa c’è di più “classico” di questo?

Si tratta allora di sedie che sembrano a tratti sospese, in alcune tele c’è proprio come un accento metafisico, più spesso i riferimenti concreti servono a produrre ambienti mentali, come nel caso di una sedia newyorkese, che sta come de-realizzata su un sfondo rappresentato da un palazzo che il nostro artista vede quotidianamente di fronte a sé, e il pavimento è quello della casa dei genitori. Più spesso sulle tele compaiono figure evanescenti, spesso sono bambini, ombre di un ricordo, il fratellino quando era piccolo, o altri familiari, che appaiono e subito scompaiono per poi riaffiorare dalla tela a ricordare la necessità del ricordo. Certo, si potrebbe tacciare di autoreferenzialità il suo lavoro, uno scavo nella propria psiche e una ricerca di rapprendere in un gesto artistico una serie di esperienze collegabili soltanto per analogia da chi le ha vissute, e il pericolo è vivo e forte, ma queste tele riescono a produrre un certo colloquio con lo spettatore che dopo uno strano senso di spaesamento, forse, costruendo con la propria memoria ricordi di sedie e di spazi, un po’ si trova a condividere lo stesso gioco dell’artista. Io, ad esempio, mi sono trovato nella casa dei nonni e in una vecchia sezione del Partito Comunista. Perché il lavoro dell’artista è sui parati, sulle tappezzerie, sui pavimenti e sulle riggiole, tutto ha il sapore di qualcosa che è già sempre passato, qualsiasi età abbia lo spettatore.

Quando ce ne ritorniamo verso casa, così come una folgorazione, ci viene in mente un passaggio di Pessoa: “un uomo, se possiede la vera sapienza, sa godere dell’intero spettacolo del mondo da una sedia, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, solo con l’uso dei sensi e con l’anima che non sappia essere triste”. Ma il mondo e la vita sono delle brutte bestie, e la vera sapienza è una chimera, per cui c’è concesso di godere di una seduta su una sedia, senza parlare o leggere, metafisica e assoluta, soltanto attraverso lo schermo di una tela e soltanto per poco, molto poco. Sapendo del resto che è un gioco e nulla più e che la vita è ben altra cosa, ben altra cosa e ben peggiore, dove è necessario gridare ed affannarsi per poi sedersi sulla solita sedia, di sera, quando la stanchezza abbassa le palpebre e non permette di impazzire di rabbia, e senza voglia di parlare o leggere si diventa non sapienti ma un pochettino più ignoranti e consumati dal risentimento.

 

Sedia sediola (2008-2013). Una specie di retrospettiva

di Mauro Di Silvestre

Galleria Cellamare Internocinquantasei

Napoli, dal 26 marzo al 30 aprile 2013

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