“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Mercoledì, 27 Marzo 2013 13:26

Movimenti

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Voce.

Tocca l’Africa per la prima volta il mio piede. Brucia la terra sotto la pianta del piede che, come un ferro rovente, cancella le mie impronte. Non mi muovo – immobile non per scelta, ma come necessità esistenziale, poco importa se logica o meno.

 

Posso muovermi! Posso muovermi, incontro la terra d’Africa: è come ubriacarmi. Tutte le mie percezioni sono alterate, non m’inganno, è come se sentissi di più. Il mio corpo è in ascolto completo, ma è difficile muoversi in questo stato, barcollo, cado spesso spaventato da qualche ombra. La gioia sembra andare al pari col dolore, entrambe aumentano. Il fuoco si è impossessato di me, tutto il torace è fiamma e non posso muovermi molto perché affanno. Non sono sicuro d’essere adatto per questa terra che pare respingermi. A passi lenti riesco a camminare tra la natura, alla quale resto indifferente. Sono sconvolto per tale potenza. In una radura colgo gli elefanti che si abbeverano e si abbandonano in giochi; l’immagine mi dà un dolore dilaniante alla testa, una pressione spaventosa alle tempie. Sudo. Mi muovo lento lento, quasi sembro stare; cado come un sasso.

 

Non riconosco il luogo del mio risveglio. Come sono arrivato fin qui? Probabilmente ho continuato ad avanzare in quello stato febbricitante e non mi sono accorto d’aver attraversato la foresta. Per quanto tempo ho camminato? In lontananza vedo delle costruzioni di legno – sarà meglio avvicinarsi. All’improvviso come spuntato dal nulla vedo un grosso elefante che piange le ossa di un suo simile. Ho ascoltato gli scienziati attribuirgli alcuna coscienza, ma non posso fare a meno di piangere con lui; allora decido di avvicinarmi al mastodonte, più mi avvicino e più mi sento piccolo, sono lì lì per toccarlo, ma sparisce ed io mi trovo all’ingresso di un villaggio.

 

Uomini, donne e bambini accorrono interessati. Non parlano ed io non so che fare, mi stanno a distanza, alcuni sorridono. Si è formato un cerchio intorno a me, capisco che vogliono io stia fermo, lì, al centro. Non mi muovo. Dopo un po’ vedo arrivare il capo del villaggio. Un uomo anziano, il più anziano del gruppo, sembra avere innumerevoli anni in più rispetto a tutte le persone del suo villaggio. Mi dice qualcosa, segue un silenzio, poi parla lungamente, gli altri restano intorno e ogni tanto spio nei loro volti per capire qualcosa: non capisco nulla.

 

Mi offrono del cibo e una capanna. La sera mi offrono una donna. Non conosco il suo nome ed è bellissima. Completamente nuda se ne sta all’entrata della capanna. Le faccio cenno di avvicinarsi e sedersi. La giovane donna mi guarda, ha un petto prosperoso adorno di perline colorate, la pelle profumata, grandi e diversi bracciali. Inizio a baciarla, non rifiuto la loro offerta. Le accarezzo il viso e le labbra, lei sorride: posso amarla. I miei sensi sembrano risvegliarsi e la febbre passare. Accarezzo la sua pelle vellutata, il suo seno, l’annuso fin giù all’inguine e la ricopro di baci, posso sprofondare nei suoi occhi ed assaggiare il suo sesso, prima di unirmi a lei. Ci stringiamo in abbracci che ci danno alla testa, che ci fanno spingere di più. Sul giaciglio urliamo più volte il piacere che si fonde col dolore e avvinghiati desideriamo la fusione, che non avviene: dolce amplesso di fuoco troviamo l’uno nelle braccia dell’altra. In quel momento capisco d’essere osservato, il capo furioso mi grida qualcosa, allora mi prendono e mi legano ad un palo ben saldo alla sabbia. Sono legato, ho le spalle al villaggio e il viso verso il mare.

 

Appena prima dell’alba sopraggiungono delle donne: sono vestite di azzurro e blu vivo, hanno dei bracciali, credo di ottone. Le donne non mi temono, mi slegano e mi immergono nel mare al canto: Odô Iyà Yémanja Ataramagbà ajejê lodô ajejê nilê! Mi lasciano lì ed io non sono capace d’emergere, resto lì: l’aurora – sento un canto provenire dal villaggio, sembra quasi una preghiera. Sento una voce in contro canto che ripete: Mawu-Lissa – percepisco la sua forza come un’intuizione che poi subito sfugge, ed io sfuggo a me stesso.

 

Mi sveglio, il sole è già alto, ognuno nel villaggio è intento alle proprie mansioni ed io sono faccia a terra. Provo ad alzarmi, ma subito vengo sanzionato con un calcio e mi fanno segno di stare steso. L’uomo che mi ha calciato mi dà del cibo.

 

Si sta facendo buio e non vedo più nessuno, il villaggio è vuoto e silenzioso; ma ecco lo stesso canto che ho sentito la mattina, non resisto.

 

Mi risveglio in acqua, sento i polmoni scoppiare! – emergo rapidamente appena sento: ajejê lodô ajejê nilê. Le donne vestite di blu e azzurro mi portano al palo, ma non mi legano ed io non posso muovermi. Una donna nel buio furtiva mi masturba, sono appena cosciente; poi mi dà del cibo.

 

La mattina sta arrivando e arrivano le donne vestite di azzurro e blu per immergermi e mentre lo fanno ripetono: Odô Iyà Yémanja Ataramagbà ajejê lodô ajejê nilê! E inizia di nuovo quel canto e la voce che chiama Mawu-Lissa poi ascolto più voci, in quel momento perdo i sensi.

 

Mi ritrovo al centro del villaggio a testa bassa. Le ore passano, il sole è altissimo, i suoi raggi mi distruggono. Frecce luminose trapassano la mia carne e entrano nelle ossa. Il morso della fame è tremendo, così alzo la testa per supplicare un po’ di cibo: ricevo uno schiaffo che mi riporta faccia per terra; dopo un po’ ricevo del cibo da quella persona.

 

Ecco la sera col suo canto: recepisco una tale forza che mi fa tremare, ogni volta resisto un po’ di più. È una forza che mi era totalmente sconosciuta… spirituale.

 

Affogo! Affogo! Le donne mi accolgono quando riemergo: braccia pietose e gesti morbidi salvano il mio corpo. Le donne che mi accompagnano in mare all’alba non sono sempre le stesse, ma incontro ognuna di loro più volte. Di notte una ragazza nuda, lentamente mi afferra il sesso e inizia a masturbarmi, tento di toccarla, si ritrae, ritorna e afferra di nuovo il mio sesso, provo di nuovo ad avvicinarle la mia mano, si ritrae: ci rinuncio, lei continua. Alla fine mi dà del cibo. Il cibo che mi offrono diminuisce progressivamente. Ho ancora fame.

 

Le donne azzurro–blu arrivano e mi porgono un insetto verde a forma di ramo, mi fanno segno di mangiarlo. Lo mangio. Mi slegano. Mi immergono in acqua e cantano: Odô Iyà Yémanja Ataramagbà ajejê lodô ajejê nilê! L’altro canto invade la mia mente: sento le voci, la voce, le voci, la forza della polifonia fulmina la mia mente, appena n’è ubriaca e così vedo le valchirie ricordo versi tanto forti e concetti così alti che mi perdo.

 

Il sole mi sveglia e mi stordisce. Il mio corpo pare sciogliersi al sole: sono liquido e il mondo inizia ad esserlo con me. Questa volta nessuno mi dà da mangiare. Tutti i miei sensi sono esaltati e quanto più lo diventano tanto cresce la mia debolezza. Sono stanco e affamato. La luce va verso la terra e lentamente diminuisce mentre il buio predomina in cielo, di nuovo il canto a Mawu-Lissa straripa nella mia mente con le valchirie infuriate che percorrono una terra che si alza e arriva alla mia bocca, allora sento le radici e sento percossa la mia lingua – come terra – a passi di danza: danze frenetiche, baccanti che traboccano di vino che diventa fuoco. Lava che brucia il mio corpo e odore di ginestre tutto intorno.

 

La freddezza del mare combatte con il fuoco che avevo in corpo, probabilmente è questa che mi salva. Le sacerdotesse che invocano Yémanja mi danno lo stesso insetto da mangiare.

 

I tamburi mi svegliano. Mi circondano. Sono ancora con le spalle al palo, mi trovo al centro del villaggio, ecco il capo, sono stremato, già una volta mi ha salvato dalla fame e dalla malattia: bello, dignitoso e forte nonostante l’età, è vestito di rosso vivo. Mi si avvicina e mi mette al collo una collana a tre maglie: la prima rossa, la seconda gialla e la terza blu. La folla inizia a gridare, i tamburi si risvegliano: Dan! Dan! Dan! – alcuni mostrano di essere spaventati. Arrivano le mie sacerdotesse, sono sette e sono tutte lì. Hanno più bracciali e sono vestite con un lungo telo bianco, che le copre quasi interamente. Si muovono a scatti verso me e mi legano i polsi e le caviglie, mentre le persone smettono di gridare e il tamburo regolarizza il suo ritmo. Diventa più scandito. La folla si apre, le donne vestite di bianco si allontanano. Alcuni uomini fendono la folla che si apre e loro passano correndo. Sono forti e giovani maschi, vestiti con un gonnellino di paglia e hanno il corpo colorato di giallo. Corrono, corrono per il villaggio, tra la folla che li teme e si divide, gli unici a non temerli sono i musicisti che continuano a suonare. Il loro suono è di nuovo esploso, accompagna perfettamente ciò che avviene. Mi chiedo se è la musica che commenta le azioni degli uomini o se sono le loro azioni a seguire la musica.

 

C’è un uomo furioso, ha gli occhi fissi su di me, le sue grosse narici buttano fuori l’aria come un toro o come un bisonte che inarca la schiena mostrando le spalle muscolose. Il giallo che ha sul corpo, in contatto col nero della sua pelle, mi inquieta. Si avvicina, ha due coltelli nelle mani, è alle mie spalle, appoggia le lame sul mio petto. Cerca di penetrarmi col sesso eretto, caldo ed enorme, spinge, spinge, spinge finché non sfonda con forza le barriere – la porta è sfondata! I soldati periti o passati all’invasore – poi con due colpi di reni penetra tutto – rinuncia alle tue difese. Il popolo canta Kokou-Agè mentre la musica cresce ed esplode mille volte. L’uomo continua a penetrarmi con forza, mentre le lame tagliano il mio petto il sangue scorre e arriva al suo bacino, gli bagna i genitali: eccitato urla! Aumenta la velocità, i pugnali anche. Piega le braccia portando con i pugnali la mia schiena al suo petto intanto il suo bacino affonda il sesso dentro me: esplode! – dove l’errore, dove l’esistenza – Alza le braccia e conficca i pugnali sulle mie spalle. Kokou si piega in ginocchio, estrae un coltello dalla mia spalla e mentre con una mano prende il mio sesso con l’altra alza il coltello al cielo, l’assale: morde il mio sesso, la lama taglia il mio torace. Il popolo unanime grida, grida di giubilo, grida di festa, mentre Kokou divora i miei genitali e dal torace sangue e intestino scendono. È uno o sono due su di me ora? Ed io? Non ho più percezione di me, mi specchio nel carnefice che sembra sdoppiarsi. Le sacerdotesse si scoprono il capo, sono infuriate, alzano le mani al cielo e trillano, trillano! Sono loro che mi masturbavano, sono le sette vergini dai sette serpenti. È tremendo, mille bocche sento su me, non più grida ma calca confusa, la bocca sui genitali è il morso sulla mia bocca ed insieme le mille bocche che strappano la mia carne. Il sangue ricopre tutto – tutto è sangue – mentre potentemente tutto tace.

 

Le mie ossa si avvolgono su loro stesse così che le ginocchia sono più vicine al cranio di quanto lo fosse il bacino e le mani pietose mi seppelliscono ai piedi di un giovane albero verde.

 

Mentre scende la sera rimuovono il mio corpo dalla loro memoria e iniziano a danzare, come la mia anima, forse, come quella delle altre persone che erano state lì prima di me. Le anime diventano canzoni, le anime stanno nei loro canti gridati, nei tamburi, nella voce roca.

 

Fu così che divenni poesia.

 

Traduzioni.

 

Mi sono risvegliato in una pozza di sudore. Dalla forza delle mie letture – da Petrarca a Leopardi, da Hölderlin a Nietzsche, da Musil a Bachmann, da Pasolini a Genet – quel sogno arrivò come uno straniero amaro e ammaliante che rende a me estranea la mia stessa vita e mi spinge verso l’ignoto. Mi ha voluto completamente nudo per giocare con lui. Nudo così come avevo intuito lui, così voleva me. L’intuizione come il sogno arriva chissà da dove per dare un segno, che ha bisogno di Mnemosine, l’intuizione, che è come un ferro rovente tra le mani, è sempre presente: un brutale odore di jacaranda e glicine fresco e pungente come un avvento, come una promessa o una condanna. Un attimo dopo è puro silenzio e attesa per la nascita. Ho seguito l’olfatto, che è un senso silenzioso, il senso di quel qualcosa che si dischiude per un secondo e si richiude nel silenzio e imponendo silenzio. Ascolto.

 

Senso nessuno; mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza d’inerzia, per abitudine. Ho iniziato a scrivere poesie a sette anni e mezzo e non mi sono chiesto perché lo facessi, ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia e l’adolescenza ed eccomi qui a scrivere ancora. L’unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine ad esprimersi, così come si ha l’abitudine di mangiare o dormire. I limiti sono quelli linguistici, cioè io come scrittore italiano sono molto limitato, preferirei essere uno scrittore di lingua swahili, che è la dodicesima lingua del mondo ed è parlata nel Kenia, in Tanzania, in Congo, ecc…

(P. P. Pasolini)

 

Pasolini, con la sua intervista e i suoi Appunti per un’Orestiade Africana, mi dischiudeva una porta. Ho intravisto una strada fatta di luce, ma era ancora lontana e non sapevo se le chiavi che avevo in tasca avessero potuto aprirla, in realtà non sapevo nemmeno se avevo le capacità per trasportarla da una posizione chiusa a quella aperta.

 

Aprite la porta

 

Mi manca l’aria

e all’interno della stanza sudo

per solitudine

mi sento rinchiuso.

Non vedo finestre ma

una porta di carta mi sta davanti

ci batto con mani

testa e spalle

la porta sibila un sinistro lamento

ma terra e sangue è l’uomo non m’aprirà.

                 Sangue

sangue dal naso, sangue dalla bocca,

sangue dalla testa usato come inchiostro.

Mani, testa, spalle stanchezza.

Con la testa come di struzzo

nella sabbia, ancora batto

ma terra e sangue è l’uomo non m’aprirà.

 

Estraniato barcollo

urlo come

un bue al macello

aprite la porta!

la porta aprite!

ma terra e sangue è l’uomo non m’aprirà.

(E. Kezilahabi)

 

Questo urlo è tanto esistenzialista quanto la scrittura di Pasolini. Tutto il diwani è esistenzialista, Kichomi (Dilaniante, 1974) è il dolore dilaniante di Heidegger che spezza ma non schianta in schegge dirompenti in tutte le direzioni, divide e attira a sé. Lo spezzare, come Kichomi da kuchoma (infilzare, dilaniare), divide e riunisce ciò che nello stacco è tenuto distinto. Il dolore è differenza, cioè spazio tra le cose dove domina lo spezzamento che, però, congiunge, aduna nello spezzamento. Allora, se questo spazio consente alle cose e al mondo di esistere, la traduzione cosa sarebbe se non una forza contraria alla differenza e quindi, in ragione di tale tensione, la sua direzione sarebbe il nulla, la non esistenza. Fusione, unione indiversificata è l’utopia di ogni traduzione; c’è nella traduzione un qualcosa di erotico. Nell’atto sessuale (ce lo insegna Bataille) e nella traduzione c’è un drammatico tentativo di fusione, una perdita del principio di individuazione che vorrebbe dire un perdersi, ma questa tensione è utopica e ingannevole perché se raggiunta metterebbe fine all’esistenza annullando i presupposti e i proponimenti del tentativo. L’Eros e la traduzione presuppongono, quindi, un errore, da qui la coazione a ripetere tale azione, la sperimentazione e la ricerca di tecniche sempre più sofisticate. Gli esperimenti sono necessari alla comprensione, nulla conosco se non ciò che passa per il mio corpo; capire vuol dire concepire una metafora che mi spieghi il nuovo attraverso il vecchio, ciò che già conosco. Nulla conosco davvero se non sono pronto a tradurre me stesso.

 

Sempre bianco e nero

 

Mia bocca ancor t’inarchi sulla mezzanotte

lingua scura mescola in me sveglie note

legame singhiozzante, con te, per intere notti 

interi giorni luce accolgo, non mi fa schietta.

Che bello, che nessuno sappia il nome tuo

che la giovane negritudine mia discenda dalla tua antica.

dalla tua antichissima, primigenia.

Tu mi chiami come la regina dello Zambesi.

(I. Bachmann)

 

In una buona traduzione non si traducono i nomi propri, ma trovandosi lungamente in un paese straniero, se non si traducesse il proprio nome equivarrebbe a non aver fatto nessun viaggio.

 

Il viaggio

 

Il tempo del mio viaggio albeggia la notte

coglierò tutti i baccelli lucenti in cielo

e li metterò nel fondo delle mie tasche

finché piene ad uno ad uno li mangerò.

Quando arriverò aprirò la bocca per il chapati

d’oro prima che si freddi sulla collina;

dopo non ci sarà più luce,

tutte le immagini e le metafore della luce

non ci guidavano senza oscurità.

Per questo allora come un contadino cieco

spargerò semi nell’oscurità.

(E. Kezilahabi)

 

La notte e il silenzio si erano ormai imposti, una notte tanto scura da oscurare tutti i nomi e le cose. Una notte adatta a sognare e un giorno silenzioso, ma senza armonia.

 

Kinjekitele: Sai domani cosa diranno? Il signor ufficiale dirà ai bambini - ai nostri bambini Kitunda - che ci siamo sbagliati. Lottare è un errore? Lottare per la patria sarà un errore? Vuole che io lo aiuti dicendo che invero ci siamo sbagliati. No. Domani, se lo dicessi, le persone del sud, del nord smetteranno di lottare. Perderanno il loro coraggio. No! Non dirò quella parola. Una parola è nata. I nostri bambini diranno ai loro bambini questa parola. I nostri nipoti l’ascolteranno. Questa parola un giorno non sarà un sogno, ma realtà – verità.

Kitunda: Quale parola?

(Kinjeketile non risponde)

(E. Hussein)

 

È nell’ora del silenzio, quella nonviolenta, quando il mio corpo si traduce in idea, che trovo una parola nel mio abisso e la riporto alla luce – come Ogun dalle viscere della terra afferrò la lama di metallo e il figlio di Liyongo che lo ficcò nell’ombelico:

 

[…]e se il vento mi insegnerà la lingua del silenzio

vorrà dire che quella donna ha già partorito.

(E. Kezilahabi)

 

Il viaggio[1]

 

Dar es Salaam

 

Nessun punto

                     fermo

          è

Dar es Salaam

conosce l’ebano profumato

sotto lo scialle rosso

sotto i versi arabi

grida la gola nera

senza fretta senza fretta

polepole taratibu ndio mwendo

c’è sempre un culo da fottere in città

non s’affretta finché la foga dei corpi danzanti

                                              -  (quasi) si fondono

                                                molle e dolce ebano sognante e profumato -

frenetici tamburi

muscoli frenetici

trillano glutei femminei di maschi arrapati

                                                - eretti enormi

                                                  nella notte fonda

                               stellata -

suda la pelle harufu

tutto accade Poesia uhuru

ushairi wa ngoma kama mwili wa moto

                    odore

la Mama-lishe impasta i chapati

terra di benzina, fango e polvere

alle sue spalle pubblicità una soda nuova

Melinda Tangawizi Cocacola

il Masai forte di ebano treccine e perline

colorate minaccia col suo lungo coltello

il suo nuovo i-pod

la ngoma dei razzismi s’affretta

nel chiasso della città

una mamma muta lancia del figlio

il grido inscheletrito

          damu

sembra asciutto in città

chiusa nessuna cicatrice

un brutto gioco di potere e controllo

Miranda Tangawizi Konyagi siwezi kuelewa

urlami contro il tuo essere

bloccami col tuo fucile quotidiano

in una strada qualunque

sparami in faccia la tua collana rossa rabbia

e disinteressato al colore dei fiori

che si dischiudono come molle anfratto.

Al centro – kitovu – una via di terra rossa

apprestandosi alla meta i vitenge danzano

ritmico passo sul capo sacco polveroso

caldo giorno la gola del viandante secca ha sete

Dar es Salaam nella sua lingua il silenzio grida

 

Bagamoyo

 

Tra le rovine della città – pioggia di raggi

sulle colonne in mattoni coloniali

attraversati da bovini e pescatori,

là alla spiaggia come tempio del mare –

le strutture per spennare i turisti:

non tornerò mai più Bagamoyo

non trovando la dolce malinconia del suo cielo

non l’amara gaiezza dei dagaa

non la struggente alterigia di non so quante stelle

 

senza non potrò ricordare della città il nome.

 

Se vai per mare datti cuore per i mari aperti

venduta la tua pelle per lidi lontani datti cuore

venduti i tuoi muscoli da bestia nei campi

mani, gola e cuore datti cuore tienili aperti

tieni nel palmo la bellezza e i sogni stretti nel cuore

 

Zanzibar

 

Un vento musulmano

cantilena all’orecchio

si lega sangue arcano

chiara luce Zanzibar.

 

Ti accoglie e ti scaccia

l’isola di ogni addio

brilla forte la sabbia

tanto profondo il mar.

 

Sagace sì l’oblio:

le vesti scolorate

nilipoanza safari

upeo wa wimbi bahar.

 

Attraverso le grate

bocca lingua e gola

parole sotterrate

si nega il Da-sein Neger.

 

Chiodi di garofano

sotto il piede nudo

zenzero e zafferano

tra i venti di Zanzibar.

 

Nessuno scudo

all’olfatto e all’udito

il mio corpo è nudo

placido amar.

 

Segno le onde: uno iato

tra il sangue e il vento

si increspa il mito

ibrido come l’alcazar.

 

Perché all’alma tormento

di mare sì vestito

perché il ritmo che sento

è uno sh di shair.

 

Di foresta vestito

di color di zenzero

fior di zafferano sì

d’esser pronto a danzar.

 

Comporre utenzi nero

un ponte di poiesis

danza il gungu nero

lingue rosse scatenar.

 

Il tamburo l’evento

da giogo straniero

libertà trilla il vento

spalanca Ishtar.

 

Campi d’alghe il sentiero

che condusse alla figlia

tra gambe nere intero

tamburi e trilli scaternar.

 

Liyongo preso: rapsodia

sogno profondo canto

Ogun da gungu sia

rapito e un penetrar

 

terra rossa: uno schianto

mischia sangue e mar

ago di rame amaranto

salvezza del generar.

 

Le creste del mar

sulla mia pelle

segni del frustar

com’è profonda Zanzibar.

 

Per strada

 

Dimmi come si fa ad abbracciare un baobab

t’aggrappi ai rami attraversa la faglia un bimbo

verso le radici mani ai rami urla al cielo

esplodono le faglie e l’utero terreno s’incendia

le fiamme seguono l’orientamento del baobab

lingue di fuoco come gocce un golfo da attraversare

tra essenza ed esistenza il neonato urla all’alto utero

come i fiori sotterranei del baobab urlano al cielo

e le radici celesti del baobab urlano alla terra

nostalgici e bramanti.



[1] Le seguenti poesie sono dell’autore: Roberto Lumuli Gaudioso.

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