“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Delio Salottolo

Una calma prostrazione inumidiva finanche le pareti scrostate della mia casaccia

Era una di quelle serate che eravamo soliti trascorrere a sentire vecchia musica italiana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta e a ripetere quelle cose (oramai stantie) del tipo “che personalità Mina, vero?”, oppure “ma ti rendi conto? Nada aveva soltanto 15 anni” o addirittura “Enrico Ruggeri con I Decibel era proprio un’icona new wave”. Insomma, eravamo lì seduti tra il divano, alcune vecchie sedie da giardino che ho in casa per ogni evenienza e una sorta di poltrona che alcuni anni fa avevo ricavato ripiegando in due un vecchio materasso di una stravecchia zia di qualcuno, e giocavamo a sentirci più vecchi di quanto non fossimo e a riconoscere che pur volendo non ci sentivamo parte di nessuna tipologia di comunità umana e nazionale.

E quando la possiedi sai che non c’è più nulla da fare

Al mio carissimo amico D. A.

 

Come ti ho spiegato già più e più volte si tratta di uno di quei momenti in cui, all’improvviso e inaspettato, si compone denso e gocciolante dinanzi al nostro sguardo (e solo in un secondo momento all’interno del nostro roccioso pensiero razionale) la semplice complessità e il profumo irreale delle relazioni essenziali della nostra vita. Stiamo lì a macinare disperazioni e depressioni, a pensare che le conseguenze di questo ricadranno su quello, che il silenzio profondo della nostra gola nasconde la paura della verità, e poi stiamo lì immobili nella nostra quotidianità e facciamo questo e quello, ci affanniamo per trovare il motivo, ci spezziamo la schiena e corriamo incontro a ogni possibilità, ci distraiamo e non vogliamo pensarci più, e poi c’è quel sorriso di cui non capiamo il significato, quello sguardo illecito e quella mano che si richiude all’improvviso su un mistero insondabile, accade tutto questo (ed è il senso della vita) nel nostro labirinto esistenziale quando poi ecco come in una splendida e tremenda epifania tutto si compone in un unico quadro e tu, che stai immerso in quella liquida condizione che non è già più storia ma non è ancora sistema, hai finalmente la verità. Hai capito? Possiedi la verità e quando la possiedi sai che non c’è più nulla da fare.

Mite agnello, Redentor. A proposito della vigilia di Natale del duemilaquattordici

Fu soltanto quando mi disse, avvicinandosi al mio orecchio e protendendo due umidicce labbra pallide, che visto che non siamo stati in grado di fare il socialismo allora è giusto che si compia la barbarie, che riconobbi che quello strano e goffo Babbo Natale era proprio il pallido (a causa del cerone) signor D. Io risi di gusto, lui guardò altrove maledicendo con gli occhi un bambino rubicondo e grassottello che assomigliava proprio a un roseo porcellino lattante. Se vuoi venire con me ti mostro alcune cose e capirai quello che dico, non si tratta di arrendersi ma di seguire e facilitare il flusso delle cose.

Io seguivo con attenzione il gocciolare straordinariamente regolare e cadenzato

“Sì!”. Il nodo dell’impiccato è anche detto nodo del boia, proprio perché veniva utilizzato durante le impiccagioni. L’efficacia di questo nodo è data dal fatto che la sua forza di chiusura è molto meglio regolabile rispetto a quella del nodo a forca e, dal momento che ha il collo più ampio, si è sempre ritenuto che potesse rompere le vertebre superiori della spina dorsale in maniera più rapida e facile, dunque indolore. Si tratta di un metodo sicuramente più compassionevole della classica forca, perché in quelle esecuzioni le persone assaporavano la morte per un periodo più lungo attraverso la lenta stretta dello strangolamento. Può essere utile ricordare in via preliminare che il nodo dell'impiccato viene usato anche per scopi differenti, come ad esempio assicurare gli ami al filo da pesca.

10 Accendini Neuro

(storia mal raccontata di un personaggio che in gioventù era chiamato Uanem’ ‘e Jeppson)

Non andavo di fretta quel giorno e nei miei occhi, sono sicuro, brillava una luce particolare. Ne sono sicuro soprattutto per un motivo: quel giorno lì, per una serie di coincidenze terrene favorevoli, non dovevo correre in su e in giù per tutta la città al fine di racimolare quello che solitamente mi serve per pagare l’affitto, bere e mangiare (l’ordine non è puramente casuale, la casa è al primo posto, perché per la strada, c’ho provato, creperei dopo troppo poco tempo e in definitiva c’ho ancora voglia – di campare si intende, al secondo posto metto il bere, la trovo un’attività che non soltanto regala bei momenti, anche brutti chiaramente, ma che dà anche il suo apporto organico di calorie, non fa sentire freddo e a volte sembra che sazi, infine mangiare soltanto al terzo seppur onorevolissimo posto perché mangiare veramente e mangiare bene costa, e non era quello il periodo in cui me lo potevo permettere).

Tu scendi dalle stelle o del pranzo di Natale

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,

e vieni in una grotta al freddo e al gelo. (2 v.)

O Bambino mio divino,

io ti vedo qui a tremar;

o Dio beato!

Ah, quanto ti costò l'avermi amato! (2 v.)

 

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 13): CorpoTerra di Francesca Leone

Sam Weller non poteva mancare a questo appuntamento, la mostra di Francesca Leone, figlia dell’immenso Sergio Leone. Certo, Sam Weller non si aspettava di trovarsi di fronte a opere di tale potenza visiva e di tale capacità emotiva, ma, se si tratta di questo, all’estensore del quadernaccio piace sempre essere stupito.

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 12): La forza silenziosa di Liu Xia

Sam Weller lo sapeva che non doveva recarsi all'inaugurazione del Festival del Cinema dei Diritti Umani e questo perché, anche se può sembrare strano data la sua nota mitezza, Sam Weller ha un rapporto molto particolare e complesso, a tratti realmente "feroce", con tutte le varie forme che assumono l'umanismo e i diritti umani nella modernità e cioè da circa un paio di secoli o poco più a questa parte. Qualcosa come l'orticaria o ancor di più quegli stizzosi colpi di tosse allergici che infuocano la gola.

Fitzwilliam Darcy

Quando, dopo tanti anni, incontrai quello che oramai chiamavo Fitzwilliam Darcy, il tempo era discreto, era una di quelle giornate di fine estate in cui l’umidità non sa più se appartenere all’estate o all’autunno. Via Toledo era affollata come al solito, nugoli di persone come strambe nuvole di passaggio. C’era confusione intorno a me, ma io ero immerso nel silenzio delle mie considerazioni. Il sudore mi bagnava lievemente la fronte mentre l’umidità divenuta fredda come una vecchia lama arrugginita aveva deciso di scavarmi le ossa. Camminavo a testa alta (perché sono abituato così) e con le mani conficcate in profondità nelle tasche del pantalone di lino. E pensavo. Pensavo, poi. Diciamo che contavo i soldi.

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 11): Walther von der Vogelweide – für Lia di Anselm Kiefer

Sam Weller non ha potuto che fare approfondimenti, non tanto sulla figura di Anselm Kiefer (intorno alla quale, poi, varrà la pena spendere due parole), ma sulla poesia di Walther von der Vogelweide, poeta alto-tedesco vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo, da cui l’artista prende le mosse. E questo perché si tratta di una mostra molto particolare, una sorta di saluto e omaggio a Lia Rumma, come ben si può vedere dal titolo della mostra. E si tratta, come dire, di una “monografia”, un resoconto prezioso e materico di quella che è la ballata più famosa del poeta tedesco, Under der linden, all’interno della quale si racconta di un incontro amoroso di due giovani, lì sotto le frasche del tiglio, albero caro alla tradizione germanica.

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