“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 27 Marzo 2013 02:12

"Non ero io"

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Un divano coperto da un lenzuolo bianco e una radio di legno sono gli unici arredi di scena. Il resto c’è già, il teatro ha trovato una casa ospitale, un luogo che trasuda teatro, che concentra e diffonde energie dionisiache.
Una donna (Imma Villa) entra dalla porta di casa. Indossa un cappotto nero lungo, un foulard sulla testa, scarpe grigie dalla punta tonda e il tacco pesante. In mano ha due valigie, sta entrando o rientrando a casa, è nervosa, agitata. Toglie il cappotto e spia nervosamente dalle tende. Accende la radio e le note di Maramao perché sei morto? ci trasportano subito negli anni ’40, fissando, insieme agli abiti, le coordinate di spazio e tempo della narrazione.

La donna apre la porta e fa entrare un ragazzo (Antonio Agerola), molto giovane, con i capelli neri, un po’ lunghi, impomatati, pantalone con le pences, camicia bianca e gilet a righe verdi. La donna gli chiede cosa vuole, perché la segue. Lo incalza con le domande, lo aggredisce, ha bisogno di mettere in chiaro la sua posizione e la sua rispettabilità, teme un approccio (“Donna matura in cerca di tresca con ragazzino”), capiremo dopo perché.
La donna parla nervosamente, mentre lui guarda imbarazzato, gli occhi scuri che sembrano due puntini, persi e inermi.
Il dialogo/monologo racconta pian piano la storia. Lei è una donna matura, ha un figlio, anzi aveva un figlio, morto da poco. Quando lo nomina lui guarda nel vuoto e trasalisce. Il figlio è stato ucciso e il ragazzo è colui che ne ha ritrovato il corpo. Il ragazzo chiede alla donna di parlargli di suo figlio, dice di essere ossessionato da quella immagine: “Non voglio più vederlo. Voglio che si alzi e se ne vada dalla mia testa”. Il ragazzo è stato trovato morto nei bagni della vecchia stazione, in disuso (la stazione), luogo di ritrovo di uomini che incontrano altri uomini (i giornali avevano titolato “Sodoma e Gomorra nei bagni della vecchia stazione”). La donna continua ad incalzare di domande il ragazzo, usa un linguaggio crudo, cerca di capire cosa sia successo davvero, ha bisogno di saperlo, ha bisogno di acquietare il suo senso di colpa: “L’ultima volta che ho visto mio figlio abbiamo litigato... Io ero sua madre, lui era mio...”, la voce si rompe per l’emozione e diventa un singulto, “l’ho riconosciuto da una voglia sulla coscia, come l’impronta di un pollice”.
La donna continua a parlare con il ragazzo, ma in realtà è come se parlasse a se stessa, come se il suo sguardo vagasse lontano, come se la fissità dello sguardo verso l’altrove creasse un nuovo spazio, non visibile, non descritto eppure reale quanto quello che si percepisce con gli occhi. Racconta di sé, dell’essere additata in pubblico, quasi bandita dal civile consorzio, esclusa dalla cerchia dei benpensanti, non più persona, ma piuttosto madre di una categoria sociologica (il giornale recitava “l’omosessuale vittima”). La donna nega che il figlio fosse omosessuale, lo avrebbe saputo, dice, era sua madre, dice. Ma poi lo scopre, scopre sotto il letto una scatola con delle fotografie di uomini, di uomini che stanno con altri uomini. Vorrebbe distruggerle queste foto, farle sparire, ma nessun cassonetto sembra abbastanza lontano, nessuna soluzione sembra abbastanza sicura per allontanare l’onta di questa scomoda verità.
Il racconto incalza e al culmine la donna caccia il ragazzo, che va via, ma poi ritorna: “da dove vuoi che cominci?”. Il ragazzo ha sedici anni, parla concitatamente, diventa rosso, si accalora, racconta con rabbia l’accaduto, le circostanze della scoperta del cadavere. Accende la radio e si accascia sul divano. Quasi come un canto ameboico la donna riprende a parlare, gli racconta di sé, di quando da giovane lavorava in fabbrica e aveva conosciuto un uomo, nipote del padrone, sposato, con figli, inavvicinabile, con il quale aveva intrecciato una relazione. Anche lei parla con lui ma in realtà a se stessa, guarda lontano, come se non guardasse la realtà, ma il passato.
Agnizione finale: il ragazzo lo ha conosciuto il figlio, era l’amante del figlio, che aveva fatto esplodere il mondo, lo aveva rivelato a se stesso, gli aveva fatto comprendere, o meglio prendere coscienza della sua realtà. Il ragazzo parla alla donna, ma in realtà è come se parlasse a sua madre (ormai morta) e le dicesse, finalmente, quello che mai aveva osato dire, quello che lei mai (come la madre del ragazzo morto) aveva voluto capire: “Non ero io... La mia ragazza è vicino a me ma io non sono con lei... la mia vita non è reale”. La morte però è reale. La violenza è reale. Quel cadavere è lì, reale: “Lo osservo a lungo. Non si muove. Non respira. Niente”. Non resta che tornare a casa e riprendere la finzione. Tornare a casa per la sua festa di fidanzamento: “Sono il ragazzo perfetto. Il fidanzato perfetto. Il figlio perfetto”.
Se ne va.
La donna è seduta sul bracciolo del divano, di spalle. La tensione si scioglie in commossi applausi e piano piano i due personaggi escono dal ruolo, carichi ancora della tensione e dell’emozione che hanno trasmesso, della sacralità dell’esperienza del teatro.

 

 

 

Il teatro cerca Casa
Nei bagni della vecchia stazione
regia Carlo Cerciello
con Imma Villa e Antonio Agerola
assistente alla regia
Tonia Persico
produzione Teatro Elicantropo
lingua italiano
durata 45’
Napoli, Interno Privato, 25 marzo 2013
in scena 25 marzo 2013 (data unica)

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