“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Quante illazioni su questa scrittrice. Si dice sia la moglie di Domenico Starnone, Anita Raja, o addirittura Goffredo Fofi. Il mistero irrisolto non inficia in nessun modo la qualità letteraria della “sconosciuta”. Della sua vita privata si sa solo che è nata a Napoli e che ha vissuto per un periodo in Grecia. La Ferrante (cognome che richiama la tanto adorata Elsa Morante) in La frantumaglia (2003) si dice affetta da “timidezza privata”.
La sua amata città, Napoli, è anche la sua croce: la scrittrice anni fa è intervenuta in una polemica con Bassolino circa la spazzatura sulle strade. Nei suoi romanzi spesso attraversa i vicoli, carne e sangue del brulicante centro storico partenopeo.

Venerdì, 05 Aprile 2013 09:11

"Voglio qualcosa di vero"

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La platea variopinta (ma non in abbigliamento succinto, ci avevamo sperato) attende eccitata l’inizio dello spettacolo, accomodata sugli sgabelli della Sala Assoli, che per una volta mimano un tendone da circo. Due sedie occupano la scena, ancora vuota di interpreti. Su quella a sinistra una camicia rossa, una cravatta a righe sgargianti, pantalone, giacca. Su quella a destra una camicia giallo zafferano, cravatta, pantaloni, giacca.

Venerdì, 05 Aprile 2013 09:10

La solitudine colorata di Partenope

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Rosso caffeina è uno spettacolo composito tra musica, danza e poesia ed è davvero diverso rispetto agli spettacoli a cui si è abituati ad assistere.
Non è un musical, racconta una storia di una donna imprigionata dalle sue debolezze, dalla scarsa fiducia in se stessa e dall’introiezione di informazioni provenienti dall’esterno, voci che danno ordini, messaggi provenienti dalla televisione.

Giovedì, 04 Aprile 2013 19:58

Indagine su di un'indagine

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Se fossimo come l’investigatore cui Molina chiede di “ritrovare diverse persone” ovvero se fossimo – secondo il cliché offerto dalle prime pagine – un segugio dall’olfatto ubriacato che staziona, fisso alla sedia, senza avere davanti un cliente ma l’insieme dei conti che è un insieme di debiti (l’affitto arretrato, le scommesse del poker, le cambiali insolute, qualche pranzo e qualche bottiglia di cui rendere il pagamento dovuto) probabilmente cadremmo nel tranello di reputare Nella zona proibita soltanto un racconto sul tema del doppio: sfoglieremmo distrattamente l’opera fumando la prima sigaretta, annoteremmo qualche citazione su un foglio aspirando la seconda, accenderemmo la terza accostandoci alla finestra e guardando la città nera (mentre il nostro volto, illuminato dal neon guasto di un locale di strip, assumerebbe tonalità vagamente rossicce), poi faremmo cadere la cenere della quarta inserendo il volume tra gli altri del medesimo tema: dove una targhetta sbiadita dice “scritture sulle identità plurime”.

Giovedì, 04 Aprile 2013 10:37

Antoine Volodine: "Scrittori" e Potere

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Antoine Volodine è uno scrittore francese di famiglia di origini russe nato il 1949 o il 1950. Solo che Volodine è uno degli eteronimi dell’autore, gli altri tre conosciuti sono Elli Kronauer, Manuela Draeger e Lutz Bassmann. Totale quattro, come fu per Pessoa. Ma magari ne sono di più e non lo sappiamo. E per fortuna che c’è Beckett a toglierci di imbarazzo: “che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”.

Mercoledì, 03 Aprile 2013 18:14

Modigliani e quegli artisti maledetti

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“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni”.
Parole di Amedeo Modigliani, genio di pittura e scultura, artista moderno e originale, uomo ribelle e travolgente. Creatore di un’arte unica, una firma indelebile, uno stile distinto e riconducibile ma non per questo meno geniale. Riottoso, polemico, difficile, ha attraversato due secoli, li ha lambiti, appena sfiorati, prima di finire troppo presto. Così da entrare nel mito della pittura, così da divenire icona della scultura, lasciando quel senso di indefinito, per quello che avrebbe ancora potuto e che la vita turbolenta non gli ha concesso.

Mercoledì, 03 Aprile 2013 00:00

Peter Brook

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"Abbiamo bisogno di una bellezza che sia in grado di convincerci, un disperato bisogno di vivere l'esperienza della magia in modo così diretto che la nostra stessa concezione di ciò che è sostanziale possa essere trasformata"

Martedì, 02 Aprile 2013 22:54

La modernità spettacolarizzata

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Nel 1992, un trentaquattrenne Baricco – laureato in filosofia con Gianni Vattimo e già autore di un libro su Rossini – riflette sulla relazione tra musica “colta” e modernità in un testo dal titolo L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.

Il libro è diviso in quattro saggi: l’idea di musica colta, l’interpretazione, la Nuova Musica, la spettacolarità.

Questo racconto è stato scritto di getto e poco curato. È venuto fuori indipendentemente, al di là di ogni mia volontà e/o previsione. Stavo ascoltando quello che è uno degli ammassi di parole più significativi della nostra epoca (forse, già non più proprio la nostra), The revolution will not be televised di Gil Scott-Heron, e tutto è venuto fuori come si trattasse di un’esigenza corporale. Qualcosa che riguardava più la mia complessa fisiologia del mio strano sostrato che non quella cosa che chiamiamo spirito, anima, pensiero, mente, etc. Non ha nulla (o diciamo: poco) a che vedere con la canzone, con quel clima culturale, con quella grandezza. Ne ho rubato il titolo perché è bellissimo. Insuperabile. Ma è ben poca cosa a confronto, come è ben poca cosa a confronto la nostra epoca e l’umanità che l’attraversa. La narrazione è un insieme di frammenti di una mente frammentata. Esplosa, dispersa. Una lastra di vetro infrangibile che nel cuore della notte esplode perché chissà come e chissà perché quel giorno il calore della cucina è stato troppo forte. Alcuni frammenti possono tagliare anche le scorze più dure, altri non scalfirebbero neanche un sant’uomo. Ma avvertiamo subito: c’è anche una storia, forse addirittura una trama, insomma è molto meno post-moderno di quanto possa sembrare al primo sguardo.

Con questa breve introduzione ritengo di aver assolto i miei compiti da intellettuale: ho raccontato i debiti letterari, ho introdotto alcuni temi, ho accennato alla genesi. Ovviamente avrei anche potuto eccedere nelle determinazioni lessicali, avrei potuto dire che l’ho “vomitato” fuori con rabbia, che non potevo proprio tenermelo dentro e in un attacco di furore incontrollabile l’ho scritto delirando e tremando, avrei potuto raccontare di me stesso come un personaggio estremo, avrei potuto descrivermi in maniera veramente affascinante, a tal punto da innamorarmi di me. Insomma: avrei potuto atteggiarmi a scrittore vero, come è d’uso, per contentarmi di un’opaca immagine in controluce di robe veramente serie. Non l’ho fatto però, e questo è uno dei miei vanti (me lo si conceda). In verità, questo racconto l’ho scritto e basta. Bello o brutto che sia. Di getto e poco curato.

Domenica, 31 Marzo 2013 23:38

Le biciclette di Ryad

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Continua l’appuntamento settimanale di Visioni, rassegna del cinema d’autore al cinema teatro Partenio di Avellino. La settimana scorsa è stata la volta de La bicicletta verde primo lungometraggio di finzione della regista saudita Haifaa Al-Mansour, la quale è anche la prima regista donna del paese arabo. Dopo essersi laureata all’Università Americana del Cairo e aver conseguito un master in regia all’Università di Sydney ha realizzato tre cortometraggi e un documentario, Women without Shadows (2005).

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