“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Giuseppe Varriale

Yuliy

Quel giorno ero a casa di Yuliy. Non lo vedevamo più da mesi: non veniva a scuola, non giocava nel cortile del suo palazzo, non era in giro con la sua bicicletta da corsa, regalo del nonno, ex ciclista polacco. Quel giorno, però, avevo deciso di andare a trovarlo: potevo farlo, in qualità di suo migliore amico, e potevo permettermelo: avevo risparmiato per tutto il mese precedente quanto bastava per prendere il treno.
Il treno passava solo due volte al giorno e impiegava trenta minuti per percorrere quei cinque chilometri di binari che dividevano le nostre case. Dai finestrini si potevano vedere i comignoli dei caseggiati: molti erano in periferia. Distrutti. Più grigio del grigio fumo che usciva dalle bocche delle canne fumarie era il cielo.

Paideia napoletana. “Gli alunni del sole” di Giuseppe Marotta

Gli alunni del sole di Giuseppe Marotta vede la luce – ossia il sole della realtà immanente – nel 1952, quando l’autore ha cinquant’anni ed è ormai un affermato giornalista (per il Corriere della sera), sceneggiatore (con Vittorio de Sica scrive la sceneggiatura de L’oro di Napoli, tratto da un libro dello stesso Marotta; con Eduardo De Filippo e Mario Soldati adatta al cinema Questi fantasmi) e narratore (svariate sono le sue opere: romanzi, raccolte di racconti, saggi, opere teatrali).

Diafano filo malato

I

Entrai trafelato nella corsia n. 11 dell’ospedale… Non ne ricordo il nome… Andai di corsa dal dottor Sax per sincerarmi di quanto avevo appreso per strada. Si trattava di voci confuse: la gente parlava di un accesso di follia, di cavalli, di calessi, di scudisciate, grida, schiamazzi. Pianti. I pianti mi sconvolsero più di tutto. E ancora non riuscivo a comprendere la storia, la sua dinamica. Non ero in grado di ricostruirla. Non ci riuscivo! Non potevo? Oppure non volevo?
Conoscevo quell’uomo da poco tempo: dovevano essere solo tre mesi, eppure avevamo subito instaurato un’intima amicizia. Mi diceva di sentirsi solo e di non avere ancora mai trovato, in Italia, una persona profonda e sincera – come me, lo dico senza immodestia ma comunque con un senso di gioia – con la quale dare inizio ad una vera, forte, forse duratura intimità.

Dell'amigdala. Ovvero elogio filosofico del ricordare

"Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri, / Che dell’esser mio frale, / Qualche bene o contento / Avrà fors’altri; a me la vita è male".1
È di tal genere il lamento pronunciato dal pecoraio del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi. Cosa provochi tanto dispiacere è detto dallo stesso autore poco oltre: "O greggia mia che posi, oh te beata, / Che la miseria tua, credo, non sai! / Quanta invidia ti porto! Non sol perché d’affanno / Quasi libera vai; / Ch’ogni stento, ogni danno, / Ogni estremo timor subito scordi; / Ma più perché giammai tedio non provi".2

Giappone: un'ingenua assimilazione

"L’Europa è un concetto che non ha la propria origine in se stesso, ma nella sua costitutiva opposizione all’Asia […]. Sui monumenti assiri è stata rinvenuta la coppia concettuale: 'ereb' – il paese dell’oscurità o del sole calante – e 'asu' – il paese del sole nascente. Secondo la sua origine, e finché resta fedele a se stessa, l’Europa è dunque una potenza politicamente e spiritualmente antiasiatica".1 Probabilmente non è un caso che questa frase venga scritta da Karl Löwith ad apertura di un testo dal titolo Il nichilismo europeo; forse stupisce ancora meno che questo libro sia ideato e scritto tra il 1939 e il 1940, nel periodo in cui il filosofo monacense si trova in Giappone in veste di sensei.

L'amante delle nuvole ovvero lo straniero

“Che senza accorgertene, Teodoro, tu abbia portato non uno straniero [xénon] ma un dio […]? […] Forse […] sei seguito da […] un dio confutatore [elenchtikós]”1.

Queste sono le prime parole che Socrate pronuncia ad apertura del Sofista platonico. In esse è racchiuso già tutto il senso di ciò che lo 'straniero' implica: egli è estraneo, ma anche divino; qualcosa che, in quanto sacro, è separato2 e che, proprio perché santo, è dispensatore di doni e di punizioni.
È proprio questa multiformità ad essere oggetto di analisi in Straniero di Umberto Curi.

Laudate sie, Frate Cesco. Sul "Francesco d'Assisi" di Hesse

C’è un sottile filo che, in un labirinto di quasi settecento anni, lega le vite di due esseri, un santo e un letterato. Francesco d’Assisi ed Hermann Hesse, infatti, possono essere considerati due spiriti gemelli, sia pure eterozigoti, le cui vite sono un esempio per le epoche avvenire.

 

Il tempo di Francesco d’Assisi

 

Ciò che nei lettori di Hesse suscita una sicura attrattiva verso Francesco d’Assisi è l’analogia tra i tempi storici che essi vivono: tempi contrassegnati da enormi cambiamenti, tempi posti al limite di due ere, tempi nuovi, per quanto ancora legati al passato.

La modernità spettacolarizzata

Nel 1992, un trentaquattrenne Baricco – laureato in filosofia con Gianni Vattimo e già autore di un libro su Rossini – riflette sulla relazione tra musica “colta” e modernità in un testo dal titolo L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.

Il libro è diviso in quattro saggi: l’idea di musica colta, l’interpretazione, la Nuova Musica, la spettacolarità.

Il tipo Leverkühn. Il Doktor Faustus tra tipizzazione e dodecafonia

Il Doctor Faustus (ovvero, come vuole la dicitura originale, Doktor Faustus) è notoriamente un romanzo di Thomas Mann; ed è, o almeno pare essere, nulla più che la descrizione de "la vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn narrata da un amico", come recita il sottotitolo. Fin qui tutto banale, ma non è solo così.

 Contenuto

 

Il romanzo ricalca l’idea della leggenda di Faust[1], ossia la storia dell’erudito che, preso dalla smania di spingersi sempre più oltre nelle sue conoscenze, stipula un contratto con il diavolo il quale gli consente di operare prodigi pretendendo – dopo ventiquattro anni – la sua anima.

Via la faccia. Un'interpretazione

I Sula Ventrebianco si costituiscono nel 2007 e dal 2010 stabiliscono la loro formazione attuale: Aldo Canditone, Sasio Carannante, Giuseppe Cataldo, Mirko Grande. Per le registrazioni dell’album Via la faccia (con Ikebana Records), la cui uscita è prevista per il 15 gennaio, seguita dalla presentazione al Bancarotta di Bagnoli il 18, si sono serviti anche del contributo di Caterina Bianco e Salvatore Carannante.

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