“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Martedì, 02 Aprile 2013 12:45

The revolution will not be televised (prima parte)

Scritto da 

Questo racconto è stato scritto di getto e poco curato. È venuto fuori indipendentemente, al di là di ogni mia volontà e/o previsione. Stavo ascoltando quello che è uno degli ammassi di parole più significativi della nostra epoca (forse, già non più proprio la nostra), The revolution will not be televised di Gil Scott-Heron, e tutto è venuto fuori come si trattasse di un’esigenza corporale. Qualcosa che riguardava più la mia complessa fisiologia del mio strano sostrato che non quella cosa che chiamiamo spirito, anima, pensiero, mente, etc. Non ha nulla (o diciamo: poco) a che vedere con la canzone, con quel clima culturale, con quella grandezza. Ne ho rubato il titolo perché è bellissimo. Insuperabile. Ma è ben poca cosa a confronto, come è ben poca cosa a confronto la nostra epoca e l’umanità che l’attraversa. La narrazione è un insieme di frammenti di una mente frammentata. Esplosa, dispersa. Una lastra di vetro infrangibile che nel cuore della notte esplode perché chissà come e chissà perché quel giorno il calore della cucina è stato troppo forte. Alcuni frammenti possono tagliare anche le scorze più dure, altri non scalfirebbero neanche un sant’uomo. Ma avvertiamo subito: c’è anche una storia, forse addirittura una trama, insomma è molto meno post-moderno di quanto possa sembrare al primo sguardo.

Con questa breve introduzione ritengo di aver assolto i miei compiti da intellettuale: ho raccontato i debiti letterari, ho introdotto alcuni temi, ho accennato alla genesi. Ovviamente avrei anche potuto eccedere nelle determinazioni lessicali, avrei potuto dire che l’ho “vomitato” fuori con rabbia, che non potevo proprio tenermelo dentro e in un attacco di furore incontrollabile l’ho scritto delirando e tremando, avrei potuto raccontare di me stesso come un personaggio estremo, avrei potuto descrivermi in maniera veramente affascinante, a tal punto da innamorarmi di me. Insomma: avrei potuto atteggiarmi a scrittore vero, come è d’uso, per contentarmi di un’opaca immagine in controluce di robe veramente serie. Non l’ho fatto però, e questo è uno dei miei vanti (me lo si conceda). In verità, questo racconto l’ho scritto e basta. Bello o brutto che sia. Di getto e poco curato.

  

I

 

   qualche giorno fa (almeno penso che così fosse) ho sentito alcune persone ridere, uno diceva: “ahahah”, l’altro invece rispondeva: “eheheh”, altri suoni o parole non li ho sentiti, ma nella mia condizione basta anche soltanto quello,

  

   sentire “ahahah” fa pensare a lungo quando è l’unico suono umano che si sente, e anche “eheheh” non è niente male, perché poi queste vocali che utilizziamo per ridere dovranno pur avere un significato,

  

   non lo so, comunque,

  

   non ha molto senso questa osservazione, mi rendo conto, ma a volte è pure necessario fissare l’attenzione su qualcosa, fissare l’attenzione è quel quadretto che mi regalò la mamma di Alessandra, un quadretto da lei dipinto, che rappresentava una barca su una spiaggia, il più classico dei paesaggi napoletani, il classico dei classici, la vecchia barchetta del vecchio pescatore, quello con la barba lunga e la moglie al suo fianco che gli cuce le reti, quello che trascorre le serate bofonchiando qualcosa e bevendo qualche bicchiere di vino, fissare l’attenzione su qualcosa è la casa dei pescatori a Procida, i colori pastello, il cielo primaverile, correre sulla spiaggia, immaginare la gioia altrui e la serenità, immaginare che esista ancore l’amore e la libertà,

  

   fissare l’attenzione è essere banali, d’accordo!, forse ha ragione quello che dice che non bisogna essere banali, ma fissare l’attenzione è che sono proprio un terribile sentimentale e amo gli uomini, tutti quanti, uomini e donne, grandi e piccini, ma li amo proprio tutti, anche quello che ogni tanto mi rompe le ossa,

   

   brutta vita la sua, che lavoro fai? gli chiede l’amico al bar, rompo ossa! risponde sorseggiando un aperitivo,

  

   insomma anche quello che mi lega le braccia dietro la schiena con dei sottili e affilati lacci che penetrano facilmente nella mia carne secca e fragile come buccia d’uovo, il sangue che scorre via da quei tagli è poco e denso, fetido, e quando poi quell’uomo mi tira su le braccia fino a slogarmi le spalle, fino a farmi uscire le teste dell’omero fuori dagli incavi delle scapole, e quando poi gli omeri impazziti scavano nei muscoli e nei tendini, dolore acre e pungente di mille spilloni nella carne esausta, questo è più o meno fissare l’attenzione, questo è più o meno amare il prossimo, e a ogni omero che vien fuori gli dico sorridente che lo amo, mio caro amico che mi rompi le ossa, ti amo, la mia voce è uno strano stridio non oliato ma lui capisce, ma lui non mi guarda, io gli dico sorridente che lo amo, spero che possa provare senso di colpa, che la sera a casa non riesca neanche a guardare negli occhi la moglie o a “fare l’amore” con lei (quanto è bella quest’espressione!), mi illudo lo so, forse tutto il dolore che provoca in me e negli altri lo ecciterà, lo farà scopare da dio, ma a me importa soltanto fissare l’attenzione, e comunque, beninteso, io non lo amo per nulla, se potessi lo ammazzerei con questi moncherini deformi che ho al posto delle mani e che devo a lui, facendogli sentire dolore a tal punto da potermene cibare, per questo il mio mondo non è come il pescatore che torna con la sua barchetta di legno, il pescatore non sa niente di tutto questo quando addenta il pane caldo o arrostisce il pesce, per questo il mio mondo non è cristiano, fissare l’attenzione significa che il pescatore deve capire chi è che procura dolore, deve capire chi è che procura dolore e deve vendicarsi, la sofferenza si riproduce più rapidamente dei conigli e la violenza ancor di più, ma è un ciclo, verrà il momento che il serpente morderà la coda e io morderò la testa del serpente e la sputerò via (dove ho letto quest’immagine?), questa era la mia idea quando facevo lotta politica,

 

   questa era la mia idea quando facevo lotta politica,

  

   fissare l’attenzione nella mia condizione significherebbe avere immense pareti bianche e lucide come quelle della sala psichiatrica, pavimenti di linoleum chiaro a quadri, la sensazione di essere immersi nel disinfettante fino al collo, ma fissare l’attenzione è anche avere un martello da impugnare fieramente, e questo sarebbe ancora più importante, e oggi (ha senso questa parola?) con questo martello potrei fare tante cose, vedere magari se le dita sono ancora capaci di afferrare qualcosa e se le mie dita sono ancora capaci di gonfiarsi se martellate duramente, che dita minuscole che ho! che graziosi piccoli ammassi organici deformi! e quanto vorrei utilizzarle a modo mio!,

  

   sinceramente, non so precisamente perché parlo di navi sulle spiagge e di dita gonfie, di pareti della sala psichiatrica, ma non è un mio grande problema,

  

   il grande problema è che la mia mente non ha più muri, qualcuno potrebbe dire che così è libera, i muri creano separazioni, creano esclusioni e inclusioni, creano l’assenza di aperta comunicazione, no!, non è il caso della mia mente, lei è soltanto vuota, l’illimitato nelle faccende spirituali è il contrario della libertà, perché è l’indistinto, è il tutto senza appigli e distinzioni, e invece io distinguo tutto e tutti e distinguo nel senso di: suddivido gli uomini in buoni e cattivi come alle scuole elementari, ma a differenza delle scuole elementari i cattivi non saranno mai buoni, non c’è redenzione possibile, soltanto violenza che plasma e trasforma, ai cattivi va fatta saltare la testa, e con la testa dei cattivi si deve giocare a pallone, e quando poi tutti avranno partecipato al grande banchetto della rivoluzione, al grande festival della trasformazione radicale allora si costruirà il nuovo mondo e vi assicuro che saremo felici, tutti felici e contenti, sarà l’inizio di un nuovo modo di accarezzare le persone, l’inizio di un nuovo modo di raccontare la vita, l’inizio di un nuovo modo di dire “Io sono”,  

  

   esercitare la nostra facoltà di pensiero, ecco un comandamento a cui dobbiamo sottostare e l’esercizio è importante, soprattutto quando le gambe si riducono di spessore sotto i nostri occhi, chi l’avrebbe mai detto? l’immobilità riduce, non ingrossa o ingrassa, lo stare fermi consuma dall’interno, brucia qualcosa, i grassi e i tendini, le cartilagini e i muscoli, insomma, tutto quell’apparato là, esercitare la nostra facoltà di pensiero significa identificare il nemico e delimitare le armi da usare,

  

   il corpo è la verità, dicevano le menti più raffinate della mia età, il corpo è la verità mentre poi qualcuno rincorre sogni di spiritualizzazione tutta simbolica, il corpo è la verità e ricordo di aver pronunciato una volta questa frase, ma poi mi caddero gli occhiali dal naso e si frantumarono, il mio corpo è soltanto orrore e nessuno conosce la sua verità, la verità è soltanto l’esposizione e il mio corpo non è esposto, dunque non è vero, è vero soltanto il fatto che: attendo che ogni tanto mi lavino, che spesso i miei intestini si contorcono e borbottano, il dolore è forte e qualcosa compare nel fondo, il prolasso è l’ultimo compito che devo affrontare per studiare la verità del mio corpo, e il mio mondo è soltanto un miscuglio di feci e sangue, il mio corpo non rappresenta la verità di quello che mi accade, ma soltanto l’eccezione che dà senso al corpo rilassato e riposato, al profumo delle carni e al vigore delle forze giovanili, chi è che non sarebbe contento se gli fosse affidato questo compito?, 

  

   quello che è sicuro è che tutto questo nessuno lo racconterà alla televisione, se perdiamo pure quella, la verità del nemico e delle armi, la verità dell’esposizione del nemico, loro hanno vinto, e potranno riempire le televisioni con le loro facce, ecco! la televisione sicuramente non mi manca, lo spettacolo del nostro mondo avanzato e progredito, neanche,

  

   non c’è molto da fare qui dentro, ovviamente, ma la noia assomiglia a una tavola ben imbandita ma senza pietanze né profumi, o qualcosa del genere, e poi… e poi?, l’immagine, le mie amate metafore, mi è già sfuggita dalla mente, le immagini e i pensieri sono dei piccoli prodotti che sfuggono subito quando la mente non ha referenti esterni concreti, una stanza vuota e bianca, quella in cui mi immergono da mesi, cos’è la morte se non questo?, dicono che la filosofia sia una gran bella consolazione, roba da schiavi, dico io, eppure non ci avevo mai pensato, così quando sarò libero, potrò scrivere un gran bel libro, oppure mi godrò i frutti della grande rivoluzione,

 

   sì, mi godrò i frutti della grande rivoluzione imminente, e lo voglio ancora ripetere perché mi fa star bene: mi godrò i frutti della grande rivoluzione imminente, ma ora sono immerso in una noia che ha il sapore degli acidi dello stomaco, quelli che rigurgito di tanto in tanto e che bruciano la punta della lingua, e ha l’intensità delle fitte agli intestini,

  

   questo è il mio più grande problema, ed è chiaramente un problema che ho bisogno io di crearmi, creare è la questione, la noia è un problema o l’assenza problematica dei problemi?, esistenza e corpo: noia con acidi dello stomaco, malinconia con fitte all’intestino, fisiologia della reclusione, ma tutto questo non mi interessa, non mi interessa più, mi interessa soltanto la creazione, lei è sempre l’atto che più mi suggestiona, mi affascina l’idea della creazione dal nulla, anche se il nulla forse è soltanto l’assenza di qualcosa, dunque negazione, dunque non esiste, perché c’è sempre la cosa che non c’è per esserci il nulla,

  

   comunque: non so cosa sto dicendo, ma a volte studiavo filosofia quando ero libero,

  

   era soltanto una perdita di tempo ma allo stesso tempo non perdevo soltanto tempo, e così immagino la mente come qualcosa che afferra, come una grossa mano dalle infinite dita, la mente come un essere dagli infiniti tentacoli con quelle belle ventose che da bambino, quando mangiavo il polipo, mi piaceva che si attaccassero sotto il palato, c’erano le ventose quando eravamo bambini e mangiavamo polipi e altre squisitezze, mi ricordo che il mare era blu e che noi eravamo felici, tu riesci ancora a ricordare?,

  

   ma si sa che il ricordo non esiste, sono soltanto linee essenziali riempite dalle nostre sensazioni del momento, comunque, non importa: ricordo che ero felice e anche se non è vero, oggi mi va di pensarla così, oggi mi va che il mio ricordo sia questo, e la filosofia non dovrebbe ossessionarmi così, il piatto con polipo e calamari e seppie e la mia mente che dimentica sempre quella cosa che sta per afferrare e che poi gli sfugge, ecco! prima era il pescatore, ma che c’entrava il pescatore?, colpa della filosofia,

  

   tutto questo già perde senso, sfuma tagliando il respiro come il dolore quando è troppo intenso, per questo l’importante per me è fissare l’attenzione su qualcosa, non è facile vivere quando ogni singolo pensiero, riflessione sfuggono immediatamente via, ed è per questo che

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